25 aprile 2017

[dossier] Alien di Ridley Scott: l’urlo nel vuoto

Uno sguardo approfondito sul primo film della celebre saga fanta-horror in attesa dell’uscita di Alien: Covenant

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25 aprile 2017
Alien foto principale 2

Giovedì 25 ottobre 1979: esce nelle sale italiane un film di Ridley Scott che ridefinisce molte delle linee guida sulle quali la cinematografia di fantascienza si è basata fino a quel momento e crea un capostipite assoluto del genere fanta-horror, Alien.

Questa pellicola ha terrorizzato le platee di tutto il mondo narrando la storia dell’equipaggio della gigantesca astronave raffineria Nostromo che, durante il viaggio di ritorno verso la Terra, capta un segnale di origine sconosciuta proveniente da un piccolo pianeta e appronta una missione per verificarne la fonte. Ovviamente nulla è come sembra e i 7 membri dell’equipaggio Dallas (Tom Skerrit), Ripley (Sigourney Weaver), Brett (Harry Dean Stanton), Lambert (Veronica Cartwright), Kane (John Hurt), Ash (Ian Holm) e Parker (Japhet Kotto) scoprono troppo tardi di avere portato a bordo un essere alieno durante un ‘incidente esplorativo’, dando inizio così ad una disperata lotta per la sopravvivenza contro una letale ed inarrestabile creatura mutaforme.

Alien posterTenendo conto che la fantascienza è spesso autoreferenziale nel suo processo evolutivo, possiamo porci alcune domande per cercare di capire che cosa ci sia di particolare in Alien rispetto ad altri film che lo hanno preceduto, dall’Invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers di Don Siegel, 1956) e Blob – Fluido mortale (The Blob di S. Yeaworth Jr. 1958) fino a Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, Steven Spielberg 1977). Le caratteristiche che lo distinguono infatti nettamente dai predecessori si possono distinguere in 3 tipologie principali: tenere lo spettatore in uno stato di suspense che monta costantemente, creare ambientazioni di realismo estremo per favorire l’immedesimazione del pubblico ed infine la/le morfologia/e dell’alieno. Inoltre è impossibile non notare quanto la regia di Scott esplori la metafora dell’uomo che da cacciatore e distruttore diviene il piccolo animale braccato da un predatore superiore “la cui perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità” come gorgoglierà la testa dell’ufficiale scientifico Ash, appoggiata su un tavolo.

Ora chiudiamo le porte sibilanti della Nostromo dietro alle nostre spalle, entriamo nella penombra dei corridoi e scopriamo insieme cosa rende Alien così speciale:

Una nuova Paura

Chiunque parli di Alien, dopo averlo visto, non può mancare di constatare l’innegabile, ossia che il film susciti paura, davvero paura. I pilastri più importanti sui quali si basa Scott per lasciare lo spettatore in perenne stato di angoscia sono essenzialmente due: buio e incertezza. Penombra e oscurità restano per tutto lo svolgimento gli alleati più potenti del regista insieme agli ambienti industriali logori, unti e gocciolanti; si percepisce tutto ciò in ogni corridoio della Nostromo, nei cunicoli dell’aria, i dock di carico e in qualsiasi reparto della nave. Due anni prima, il primo capitolo di Star Wars (Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza di George Lucas, 1977) aveva posto le basi di tale possibile estetica, dove al bianco smagliante degli Star Destroyer imperiali venivano contrapposte le astronavi dei ribelli, sporche ed incrostate di detriti; qui però tutto viene portato verso il realismo più estremo: la Nostromo è una raffineria in tutto e per tutto: con i suoi tubi onnipresenti, fumanti e trasudanti, gli ambienti usurati e minimali, con ogni oggetto, interruttore o schermo a caratteri studiato solo per la sua funzione più basica. Alien è un film ‘retro’ dove non si fa nulla muovendo le mani nell’aria per spostare brillanti quadranti laser pieni di immagini e informazioni: ogni elemento è volutamente sporco e tattile, come nella nostra vita di ogni giorno, mentre i protagonisti sono solo dei camionisti dello spazio.

Alien Nostromo ScottA proposito di Star Wars, una piccola divagazione: Scott pur ammirando tantissimo il film dice di considerarlo una bellissima fiaba mentre il prototipo che aveva in mente per Alien era la versione fantascientifica di ‘Non aprite quella porta’.

Tornando invece ad Alien, i suoi set vengono realizzati in Inghilterra nei famosi Shepperton Studios, dove sono stati girati tra gli altri 2001 Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, Stanley Kubrick 1968), Star Wars: Episodio IV e Blade Runner (Ridley Scott 1982), e riflettono perfettamente l’idea di claustrofobia e realismo tattile: gli interni della Nostromo sono costruiti deliberatamente in un blocco unico utilizzando un nutrito ammontare di componenti costruttivi e materiali industriali e chi vi entra è costretto a percorrere senza alternative tutti i corridoi mostrati nella messa in scena filmica per andare da una stanza all’altra, esattamente come farebbe l’equipaggio. L’idea era non solo di avere ogni ambiente subito pronto per le riprese, ma anche di creare una atmosfera soffocante per influenzare le performance degli attori.

alien ripley 1979Durante la fase di pre-produzione i costi per i set continuano a lievitare, ma Scott, nonostante le continue pressioni degli inviati della major che cercano di tagliare alcuni di essi insieme ad alcune sequenze, tiene duro: così facendo riesce a salvare una delle scene iconiche del film, ovvero la panoramica in zoom out del gigantesco Space Jockey (il posto di guida dell’alieno al ‘cannone’). Il solo set in grandezza naturale costruito da H.R. Giger, per una ripresa totale di meno di 1 minuto, è costato 500.000 dollari.

Per ciò che riguarda altresì l’oscurità e l’incapacità di vedere chiaramente cosa succede intorno, sono caratteristiche che ammantano buona parte delle aree della Nostromo, e l’alieno durante la sua genesi sfrutta in maniera intelligente le zone oscure per nascondersi, così da essere individuato solo all’ultimo momento, quando è troppo tardi. È proprio Scott a spiegare la strategia in nuce a tale scelta registica e narrativa: quando Carlo Rambaldi, famoso creatore degli effetti speciali di Incontri Ravvicinati del terzo tipo, King Kong (John Guillermin 1976) ed E.T. l’extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial, Steven Spielberg 1982), prese parte alla produzione costruendo la testa della creatura, gli chiese “Perché riprendi così poco l’alieno?” In tutta risposta ricevette una lezione importantissima “Carlo, non preoccuparti, lo faremo vedere il tuo mostro ma ricorda: il pubblico si spaventa quando non vede niente, è così che si alza sempre di più la suspense”. Questo è certo uno dei precetti fondamentali di ogni grande regista di thriller ed horror, Alfred Hitchcock in testa.

Una costante inquietudine infine contraddistingue la narrazione delle peripezie dell’equipaggio ovunque, anche all’esterno: quando il capitano Dallas, Lambert e Kane si avventurano sul pianeta del relitto alieno, riescono a vedere solo parzialmente dai loro caschi sempre più appannati, mentre si ritrovano avvolti da gelo, nebbia, polveri e oscurità sia fuori che dentro alla nave. Il risultato è che la nostra visione, e la loro, risulta sempre parziale e disorientante, con un senso di smarrimento che cresce di minuto in minuto.

h-r-giger-alienL’alieno e suo padre: Hans Ruedi Giger

Più che di alieno è meglio parlare di alieni, perché una parte del terrore suscitato nello spettatore è dovuto al fatto che, innanzitutto, esso non solo sia praticamente inafferrabile, ma muti nel tempo, trasformandosi ogni volta in un essere sempre più grosso e letale. Fatto da evidenziare è che tutte le metamorfosi della creatura fino alla sua struttura definitiva, come d’altra parte il relitto dell’astronave aliena con i suoi corridoi, lo Space jockey e la grotta delle uova, provengono tutti dalla mente e dalle ossessioni del compianto pittore e scultore surrealista svizzero H.R. Giger. Le sue opere risultano da sempre attraenti ed allo stesso tempo scioccanti perché concentrano visioni, paesaggi, oggetti e creature aliene fuse in maniera addirittura ‘elegante’ a componenti biologico/meccanici con espliciti riferimenti erotico/sessuali.

Come nacque la collaborazione di Scott con l’artista? La risposta è da ricercarsi nel momento in cui la pellicola era ancora in fase di pre-produzione e le prime serie di design dell’alieno si erano rivelate insoddisfacenti, così lo sceneggiatore Dan O’Bannon mostrò al regista il Necronomicon di Giger, conosciuto poco tempo prima, mentre era a Parigi per lavorare al Dune poi mai portato a compimento di Alejandro Jodorowsky.

Alien Giger 2Scott rimase subito molto colpito dal dipinto del 1976 “Necronom IV”, in cui scorse il suo alieno ideale. Inquietanti tanto da turbare perfino il loro artefice, le tavole risultano quindi perfette per dare forma ad un immaginario altamente disturbante. Il pittore stesso nel corso di una conversazione parigina con O’Bannon gli rivela “… io ho paura delle mie visioni”, l’altro replica “ma … è la tua mente” e riceve in risposta: “… è per quello che ho paura”. Giger quindi elucubra tutte le mutazioni della creatura, oltre che l’ideare gli scenari e gli interni che incorniciano alcune delle scene più sofisticate e affascinanti della fantascienza di sempre. Il suo lavoro non si limitò peraltro al solo disegno, ma seguì fisicamente la costruzione dei vari tipi di alieno (uovo/facehugger/chestburster/alieno adulto), il relitto a ferro di cavallo ed una parte dei fondali. Infatti, dopo ripetuti tentativi e dopo essere andato a trovarlo in Svizzera, Scott riuscì a trascinare l’artista (che aveva il terrore di volare) in Inghilterra agli Shepperton Studios, dove poi rimase per 7 mesi. Personaggio assai singolare, in tale periodo il suo carattere taciturno, l’odio per la luce, il vestirsi sempre di nero, il fatto di lavorare in un’area chiusa ed accessibile a pochi, oltre a diverse richieste di farsi portare ossa e teschi da un macello della zona, facero rabbrividire buona parte della troupe.

Concentrandoci invece sulla sua creazione, l’alieno continua a cambiare e a presentarsi sotto forme diverse a seconda delle sue fasi vitali, lo spettatore quindi non riesce ad assuefarsi all’orrore perché si trova di fronte un mostro nuovo ogni volta. Fin dall’incontro con il primo uovo translucido con una sorta di labbra superiori, si viene subito a scoprire che a brevissimo avverrà il ‘faccia a faccia’ con il suo cucciolo: eufemismo per descrivere una creatura a forma di mano dotata di coda e di una lunga escrescenza fallica, un insieme di arti perfettamente adatti per aggrapparsi ad un cranio, avvolgersi al collo e penetrare la bocca per impiantare nella vittima il proprio embrione.

Alien-Ridley-ScottQuesto è il raccapricciante facehugger. L’uovo che lo contiene viene ideato in fibra di vetro e riempito di frattaglie, essenziali quando sono necessari primi piani della parte superiore; la creatura al suo interno viene mossa dal regista in persona, mentre le gocce che scorrono risalendo la superficie del guscio sono state effettuate riprendendo l’uovo capovolto. In ultimo, durante l’autopsia del facehugger, la parte esterna è un modello meccanico con dita, mentre la ‘pancia’ è un ricettacolo che contiene pezzi di rognone e 4 ostriche, per dare l’impressione di tessuto vivente, quando l’ufficiale scientifico Ash lo esplora con i ferri.

Procedendo con le diverse forme acquisite dall’alieno vi è poi uno stadio di incubazione; ne è un esempio il parto di Kane, l’ufficiale nel quale esso riesce ad impiantare il suo seme. La creatura quindi si sviluppa all’interno del suo corpo, se ne nutre come un parassita e, quando è il momento di uscirne, si fa strada attraverso il torace del compianto John Hurt durante ‘l’ultima cena’ che l’equipaggio pensa di consumare prima di tornare in ibernazione.

Si palesa dunque il chestburster, che esce dal corpo ormai semi inanimato e atterra sul tavolo tra sangue, bicchieri, cibo e posate, lo si vede per un secondo come un piccolo mostro ringhiante senza occhi per poi sparire immediatamente con un colpo della coda, lasciando i membri ammutoliti. In questa scena Scott, oltre a spiazzare lo spettatore non facendo percepire bene cosa sia successo vista la fulmineità dell’azione, non spiega nemmeno agli attori esplicitamente cosa sarebbe davvero accaduto, ottenendo un’estrema genuinità nelle loro reazioni, mentre si ritrovano letteralmente innaffiati da tubi che pompano sangue e al contempo un operatore su un carrello sotto al tavolo muove e trascina velocemente il chestburster. A causa della velocità della sequenza, non si riesce ad inquadrare chiaramente cosa sia successo, nonostante tutto si sia svolto in uno dei pochissimi ambienti ben illuminati della nave; l’immagine che alla fine rimane scolpita indelebilmente nella nostra memoria è quindi il parto della creatura.

alien xenomorfoDa questo momento in poi Alien giungerà alla sua forma definitiva di artropode xenomorfo, con le celebri mostruose caratteristiche: testa allungata, doppie mascelle con lingua retrattile, lunga coda con aculeo e, soprattutto, la mancanza di occhi per ottenere una creatura ostile e feroce senza alcuno specchio di anima. La realtà dei fatti è tuttavia che l’alieno ora non è altro che ‘una persona in una tuta’, artificio utilizzato in tutti i film di fantascienza dagli anni 40, bisognava quindi cercare di trovare qualche stratagemma per far sì che lo spettatore non riuscisse a percepirlo in quel modo, correndo il rischio di rovinare l’illusione. A tal fine, in primo luogo, Scott cercò qualcuno che potesse portare al meglio la tuta dell’alieno, essendo magro ed altissimo e, il caso vuole, uno dei produttori s’imbatté una sera in un pub nel candidato perfetto, Bolaji Badejo, un grafico nigeriano di statura superiore ai 2 metri, che presentò subito al regista. Non essendo un attore professionista Badejo passò molto tempo con un maestro di mimo, per apprendere come replicare le movenze lente ed ipnotiche necessarie alle riprese. D’altra parte, per ricercare l’effetto desiderato, il costume creato da Giger, splendido e agghiacciante, viene creato con i materiali più disparati, utilizzando addirittura vertebre di serpenti ed alcuni tubi di una Rolls Royce. Il lato negativo è che è talmente ingombrante e pesante da impedire alla persona di mettersi in posizione seduta e viste le ore che Badejo deve passare indossandolo, viene costruita una sorta di altalena per consentirgli di riposare.

In ultimo, per accentuare la tensione, anche in questo stadio di mutazione della creatura, nonostante altezza e massa siano nettamente superiori a quella umana, Scott continua a sfruttare l’effetto sorpresa: ne inquadra sapientemente solo alcune parti, rigorosamente celate dalla penombra o mimetizzate tra le onnipresenti tubazioni della nave, così da far percepire la nuova dimensione raggiunta, ma mantenere al contempo sempre un margine di indeterminazione nella testa dello spettatore.

La musica del vuoto: Jerry Goldsmith

Qualsiasi regista, pur da potenziale innamorato cronico delle arti visive, sa perfettamente che togliendo musica e suono, mancherà metà del film. Scott è perfettamente conscio di questa lezione in quanto appassionato di Hitchcock e delle sue dissertazioni sull’utilizzo della musica come protagonista alla pari con il comparto visivo; decide così di ingaggiare Jerry Goldsmith (Il pianeta delle scimmie, Star Trek, Masada, Capricorn One) per creare la colonna sonora.

Alien DallasIl risultato è una combinazione di musica orchestrale ibrida come l’alieno, con melodie tonali di fiati formate da un gruppo minimale di note (pochi anni prima John Williams, con le famose 2 note de ‘Lo Squalo’ ha fornito un modello imperituro) alternate a blocchi sonori atonali di archi ed all’utilizzo dell’elettronica creata con un Echoplex, dando vita alle celebri ripetizioni che si perdono fino a morire nel vuoto. Davanti a ciò l’ascoltatore rimane quindi avvolto da un manto che lo culla mentre lo porta lentamente sul bordo del precipizio, tenendolo costantemente straniato. Ultimo tocco da maestro è l’utilizzo della musica di Mozart con un piccolo estratto dalla K525: nel momento in cui il comandante Dallas si isola nella navicella per rilassarsi e pensare, il notturno orchestrale ci culla e ci fa prendere fiato fino al momento in cui il gracchiare dell’interfono rompe l’armonia: l’ufficiale scientifico Ash chiama perché è successo qualcosa ‘di interessante’. Le ultime note di Mozart fungono da tranquillizzante saluto, mentre ci accompagnano sul bordo dell’abisso che si sta ormai per spalancare da lì a pochi minuti.

continua …

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