12 giugno 2017

[dossier] I mille volti della Mummia: evoluzione del mostro classico dal 1932 a oggi (Parte I)

Uno sguardo approfondito sull’aspetto e le tematiche dei film che hanno visto protagonista la creatura scelta dalla Universal per lanciare il suo Dark Universe

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12 giugno 2017
la mummia 1932

Con l’approdo di La Mummia (The Mummy) di Alex Kurtzman (la nostra recensione) nei cinema italiani, ci prepariamo ad assistere alla (ri)nascita – forse non proprio riuscitissima – di un universo cinematografico di antica data, quello dei mostri classici della Universal (le curiosità sui Mostri  della Universal). Come molti fan del cinema horror infatti sanno, già a partire dagli anni ’30 lo studio americano aveva elaborato un prolifico franchise, costituito da numerosi sequel e incentrato su molteplici figure mostruose, tra cui la suddetta creatura egizia, Frankenstein, Dracula e così via, che ci ha regalato anche un qualche crossover come Frankenstein contro l’Uomo Lupo (Frankenstein Meets the Wolf Man di Roy William Neill) e La casa degli orrori (House of Dracula di Erle C. Kento). Dopo più di un ottantennio, presumibilmente sulla scia del successo del MCU della Marvel/Disney, la Universal ha deciso dunque di rilanciare il suo mostruoso patrimonio, principiando proprio da La Mummia che, secondo i disegni della casa di produzione avrebbe dovuto inaugurare un esteso e correlato sistema filmico – il Dark Universe – incentrato sui suoi iconici personaggi orrorifici, dacché non in possesso dei diritti di nessun supereroe … Volendo (ri)valorizzare il proprio passato, ovvio è che la componente economica dell’operazione sia tutt’altro che trascurabile, con conseguenze prevedibili e una riuscita non poi così scontata. D’altra parte, non indulgendo in eccessivi idealistici nel giudicare l’industria cinematografica, ben si sa che che anche in altri momenti storici la reiterazione estetica e di contenuti abbia contraddistinto i vari seguiti di un dato filone tematico, in particolar modo ad Hollywood, come quello per l’appunto incentrato sull’immortale e vendicativo mostro millenario avvolto nelle bende, questo è solo l’eterno ripetersi.

La mummia vs Mummy's HandLa riproposizione di alcuni caratteri, visivi e tematici, è stata sin dai primi horror altresì tale e tanto ricercata come elemento di richiamo immediato per un pubblico di fan, che la Universal inserì fin dalla strategia di marketing e promozionale alcuni degli ingredienti chiave che lo spettatore avrebbe dovuto ritrovare poi nelle pellicole seguenti e per lungo tempo ha basato la sua produzione seriale proprio su tali tattiche. Tale affermazione è veritiera dal capostipite nel 1932, La mummia (The Mummy) diretto da Karl Freund e con Boris Karloff nei panni di Imhotep. Quivi, tre archeologi del British Museum Sir Joseph Whemple (Arthur Byron), il dottor Muller (Edward Van Sloan) e Ralph Norton (Bramwell Fletcher) rinvenuto un sarcofago misterioso, riportavano in vita il suo antico e pericoloso ospite leggendo una formula magica e permettendogli di assumere umane spoglie; quest’ultimo, incontrata la reincarnazione di Anck-Su-Namun, sua antica fiamma nonché ora figlia di uno dei suddetti (Zita Johann), cercava di sacrificarla per riportare in vita la defunta. Vengono allora proposti per la prima volta il canovaccio dominato da un villain sovrumano e vendicativo, le cui opere maligne sono infondo causate da un antica passione, che cercava di riportare in vita attraverso la sua reincarnazione e frattanto scatenava l’Apocalisse. Viene anche delineato per la prima volta il suo aspetto terrificante e raggrinzito, per cui erano necessarie ben otto ore di trucco ad opera di Jack Pierce cui era sottoposto il povero Karloff. Al capostipite seguì The Mummy’s Hand di Christy Cabanne del 1940, che riprendeva vagamente alcuni ingredienti principali e li rimestava per proporre qualcosa che sapesse di novità. Quivi era Tom Tyler l’immortale guardiano della tomba della principessa Ananka, Kharis, mantenuto in un’infinita veglia da un misterioso fluido fatto di foglie di Tana e liberato dalla sua prigione per la profanazione della sua mortuaria magione/prigione. Ancora una volta venivano riproposti i sabbiosi lidi mediorientali quale scenario suggestivo di spedizioni avventurose, a cui si accompagnano i già visti studiosi di antichità orientali, Steve Banning (nome che è stato riutilizzato e che era interpretato da Dick Foran) e Babe Jenson (Wallace Ford), con l’aggiunta in variazione su tema dell’occultista Solvani (Cecil Kellaway), la cui giovane e avvenente figlia Marta (Peggy Moran) era la vittima di turno, non più come ospite di spiriti in cerca d’un corpo, ma come compagna prescelta per l’eternità dall’egiziano Andoheb (George Zucco), sommo sacerdote di Karnak, che aveva affiancato la mummia nella sua fuga e che progettava di iniettare l’estratto per la vita eterna a sé e alla sua diletta. In questo caso l’estetica della mummia variava parzialmente, non solo al fine di apportare un auspicabile cambiamento, ma per questioni di praticità; infatti era stata creata da Pierce una sorta di maschera così da ottimizzare il lungo processo al trucco, che era realizzato solo in caso che nelle riprese fossero previsti dei primi piani su Tyler.

La-mummia-Universal-2Negli anni ’40 la Universal decide di rilanciare ancora una volta la serie, scegliendo per incarnare il mostro il mitico Lon Chaney Jr., che immediatamente prima di ottenere la parte aveva interpretato con un certo successo nel 1941 come lupo mannaro in L’uomo lupo (The Wolf Man di George Waggner) e nel 1942 come essere deforme al centro di Il terrore di Frankenstein (The Ghost of Frankenstein di Erle C. Kenton), ambedue distribuiti dalla casa di produzione e sempre all’interno della medesima saga del terrore. Viene così nello stesso anno (il 1942) principiata una trilogia con The Mummy’s Tomb di Harold Young, che ha conferito all’attore un’indiscutibile fama per i lustri a venire. Il film si ricollegava direttamente al suo predecessore, di cui erano inseriti anche alcuni fotogrammi nelle sequenze iniziali, e si svolgeva a un trentennio dalla scoperta della tomba di Kharis (incarnato da Chaney al posto di Tyler), che Andoheb,  (interpretato ugualmente da Zucco) affidava al suo seguace il sacerdote Mehemet Bey (Turhan Bey), prima di spirare. In un netto cambio di ambientazione, la mummia quindi migrava negli USA affiancata dal nuovo compagno di viaggio in cerca di vendetta contro coloro che lo avevano ri-imprigionato nella sua tomba nel deserto. Iniziavano così numerosi omicidi misteriosi, che colpivano coloro che avevano preso parte alla spedizione al centro di The Mummy’s Hand e i loro consanguinei e cari, oltre ad alcune vittime collaterali. Se dunque si assiste all’abbandono dell’esoticismo a favore di un panorama metropolitano, nuovamente viene riproposta l’intrigo amoroso, elemento ritenuto essenziale per avvincere il grande pubblico, costituito qui dal rapimento di Isobel Evans (Elyse Knox), oggetto delle attenzioni di Bey e in procinto di sposarsi con un altro. Tornando invece alle fattezze della creatura, di poco variano rispetto alla pellicola del 1940, forse poiché viene mantenuto il medesimo truccatore, ovvero Pierce che, come in precedenza, replicò la medesima prassi di alternare un maquillage lunghissimo a una maschera, quando era possibile, sì da risparmiare tempo; il medesimo procedimento, lo stesso make-up artist e lo stesso interprete tornano per i due seguiti, caratterizzati da una certa ripetitività anche nel plot, che reiterava anche alcuni tratti centrali tematici e nomi in maniera piuttosto maldestra e superficiale, e con una serie di piccole incongruenze.

La-mummia-Universal-3The Mummy’s Ghost (1944) di Reginald Le Borg vedeva il ritorno sul grande schermo di Zucco nella parte di Andoheb (quivi sommo sacerdote di Arkam e non di Karnak) che investiva Yousef Bey (che cambiava nome da Mehemet e veniva impersonato da John Carradine) del sacro incarico di riportare i resti di Ananka e Kharis (sempre Chaney) nel loro originario luogo di riposo in Egitto, attirando lui con le foglie di Tana, che costui era capace di individuare ovunque fossero. Nuovamente era inscenato un viaggio nel Nuovo Mondo, e nuovamente Ananka si era reincarnata in una meravigliosa postera, Amina (Ramsay Ames), evidentemente la nuova vittima designata secondo uno schema già proposto. Infine a chiudere il ciclo chaneiano è il seguito The Mummy’s Curse (1944) di Leslie Goodwins, in cui la mummia era riesumata dal lago, in cui si era immersa nella precedente pellicola, da un duo di museologi, il dottor James Halsey (Dennis Moore) e il dottor Ilzor Zandaab (Peter Coe). Sul luogo compariva anche Ragheb (Martin Kosleck), un seguace della consueta setta di Arkam e grande sacerdote (che fantasia…). A ricapitolazione della ritrita formula, Zandaab spiegava a Ragheb come utilizzare le usuali foglie che donano l’immortalità, così da rendere possibile la ritrita rinascita della creatura maligna, evento da cui scaturivano come sempre morti e intrighi. A chiusura del filone della Universal è prodotto poi, a distanza di una decade, nel 1955, il parodistico Il mistero della piramide (Abbott and Costello Meet the Mummy) con protagonista il celebre duo comico composto da Bud Abbott e Lou Costello (in italia conosciuti come Gianni e Pinotto) e Eddie Parker quale Klaris (che fa palesemente il verso a Kharis), che segnava un approccio distaccato e ironico al materiale originario, riproponendo l’impalcatura già sovente esperita con sarcofagi, sette e il maligno sovrano egizio, ma riletti in chiave farsesca e con l’aggiunta di briganti. 

continua …

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