20 giugno 2017

[dossier] I mille volti della Mummia: evoluzione del mostro classico dal 1932 a oggi (Parte II)

Uno sguardo approfondito sull’aspetto e le tematiche dei film che hanno visto protagonista la creatura scelta dalla Universal per lanciare il suo Dark Universe

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20 giugno 2017
sudario mummia

Conclusosi dunque il prolifico ciclo Universal degli anni ’40 e ’50, descritto nella prima parte del nostro dossier dedicato ai Mille volti della Mummia, iniziò per il mostro iconico una nuova e altrettanto avvincente fase: quella della Hammer Film.

Ciclo-hammer-Mummia 1La casa di produzione inglese subentrò di fatti nel 1959, incentrando una sua serie sul medesimo mostro, il cui primo titolo è ancora una volta La Mummia (The Mummy, distribuita dalla Universal), ma che riprende in parte il preambolo del capostipite del 1932, ma rimanda altresì al sopradescritto ciclo degli anni ’40. Se del primo è riutilizzata la storia d’amore e la terribile punizione del sacerdote egizio (lì Imhotep /Ardath Bey) che cercava con rito blasfemo cerca di ridestare l’oggetto del suo ardore (lì Principessa Anck-es-en-Amona incarnata poi in Helen Grosvenor); i nomi tuttavia sono perlopiù variati dal primo film e si ricollegano ai successivi, ad esempio di The Mummy’s Hand, a partire da Kharis (stavolta Christopher Lee), nonché l’amata principessa Ananka (Yvonne Furneaux), nella cui tomba s’imbatte come consuetudine un manipolo di sfortunati archeologi John Banning (Peter Cushing), il padre Stephen (Felix Aylmer) e lo zio Joseph Whemple (Raymond Huntley) – in origine erano invece Sir Joseph Whemple, il figlio Frank e Dr. Muller, che sono perciò colpiti dalla terribile maledizione; anche qui assistiamo alla moderna reincarnazione dell’antica regina, giusto per variare un minimo non è più la figlia, ma la moglie di uno degli esploratori, Isobel Banning. Ritornano dunque rimestati liberamente la storyline e i nomi dei protagonisti, nonché vengono riproposte in versione rivisitata la sequela ormai stravista di omicidi, evocazioni e amorosi giochi, ma l’azione come i resti millenari si spostano in Inghilterra, al posto degli USA, fatto comprensibile dacché è dove risedevano i nuovi studios. Similmente, non si discostano più di tanto le fattezze della mummia, che quivi virano però a una texuture più vicina al risultato di una combustione che della mummificazione, complice il color terra bruciata, dovuto all’avvento del colore e alle scelte del nuovo truccatore, Roy Ashton. A difesa della nuova serie, è necessario segnalare la buona dose di dettagli truculenti, almeno per i tempi, che conferisce un nuovo tono alla narrazione.

Ciclo-hammer-Mummia 2Tornando invece al make-up artist, fu attivo anche nel sequel del 1964 Il mistero della mummia (The Curse of the Mummy’s Tomb) di Michael Carreras, sempre firmato dallo studio inglese, ma stavolta distribuito da Columbia Pictures. Secondo il modello usuale, gli egittologi John Bray (Ronald Howard), Sir Giles Dalrymple (Jack Gwillim), il professor Eugene Dubois (Bernard Rebel) e la figlia Annette (Jeanne Roland) scovano una tomba (qui di Ra), i cui tesori sono trasferiti prontamente a Londra su indicazione di un ricco e sinistro benefattore americano, Alexander King (Fred Clark). Conseguenza ovvia, l’ospite mummificato (Dickie Owen) del sepolcro presto risorge in cerca di vendetta e inizia a mietere vittime. Non troppo innovativo è similmente il capitolo girato nel 1967, Il sudario della mummia (The Mummy’s Shroud) di John Gilling, con medesima casa di produzione e 20th Century Fox alla distribuzione negli Stati Uniti. Come oramai da tradizione consolidata, l’horror vedeva una nutrita spedizione di cultori di antichità egizie (tra gli interpreti ricordiamo John Phillips, André Morell, David Buck, Tim Barrett) approcciarsi a un sepolcro millenario, stavolta il malcapitato figlio del faraone Kah-To-Bey (Toolsie Persaud), morto dopo una serie di sfortunati eventi al fianco del fedele servitore Prem (ancora una volta Owen), la cui salma è portata al museo del Cairo e la cui ira è scatenata con la violazione del luogo, con conseguenti misteriose morti annesse dei colpevoli – qui almeno non c’è la ritrita vicenda romantica-. Al lavoro sulla realizzazione del trucco è in tale contesto George Partleton, che costruisce il volto del mostro modellandolo su quello di una mummia realmente esistente e conservata nei musei inglesi; tuttavia il risultato non è dei migliori e pare quasi una maschera di cartapesta. Infine fu il turno nel 1971 di Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore (Blood from the Mummy’s Tomb), di derivazione questa volta libresca, essendo ispirato a Il gioiello delle sette stelle (The Jewel of Seven Stars, 1903) di Bram Stoker. La pellicola, come la fonte letteraria, si concentra, diversamente dalla precedente filmografia, su una maligna regina dell’antichità, Tera, liberata dalla sua prigione di sabbia e portata nel Regno Unito dal Professor Fuchs (Andrew Keir). E’ questi che, dopo aver raccolto una serie di reliquie, affiancato dalla figlia (un’ammaliante Valerie Leon che impersona anche la villain protagonista) e da Corbeck (James Villiers) inscena un rituale per risvegliare la sovrana dal suo sonno di lunghissima data. Nota dolente, abbiamo nel film poche occasioni di apprezzare questa peculiare mummia appieno, dacché per la maggior parte del minutaggio rimane ancorata al suo sarcofago e le sue sinistre gesta vengono imperpetrate solo grazie ai suoi poteri psichici, in una singolare anticipazione degli escamotage mortuari di Final Destination; comunque sia, è possibile vedere per un breve spazio, alla fine, l’aspetto della mummia, conferitole dal maquillage di Eddie Knight, che è innegabilmente più avvenente  del solito e ricorda più la Cleopatra incarnata da Liz Taylor che il mostro reso di Karloff.

La Mummia 1999A Hollywood, all’apparenza, dopo un ragionevole intervallo di tempo, se un concept ha avuto successo nelle passate epoche, prima o poi verrà inevitabilmente ripescato per cercare nuova gloria. Lo stesso ovviamente è valso per La Mummia che, sul finire degli anni ’90 (nello specifico nel 1999), ha ottenuto un remake omonimo scritto e diretto da Stephen Sommers, vagamente ispirato al film del 1932. Quivi è necessario aprire una parentesi, dacché realtà il reboot avrebbe potuto essere assai differente, e decisamente più fosco e visionario, dacché il geniale Clive Barker (papà di Hellraiser) inizialmente era stato coinvolto nel progetto, che sarebbe stato assai più cruento e incentrato su un museologo, rivelatosi presto seguace di un oscuro culto. La versione dello scrittore inglese purtroppo, forse perché troppo intrisa di sensualità e misticismo, venne però accantonata. Subito dopo furono fatti i nomi di Joe Dante e George A. Romero, anch’essi accantonati l’uno perché la sua idea avrebbe richiesto troppi fondi, l’altro poiché la sua versione era una volta ancora troppo fosca (leggete qui il nostro approfondimento che ne esamina tutte le fasi). Venne infine inaugurata una nuova trilogia, con il primo dei tre capitolo che vedeva un manipolo condotto da egittologi capeggiati da Brendan Fraser e Rachel Weisz, alle prese con il redivivo Imhotep, che come già in precedenza cercava di riportare in vita l’amata defunta, ossia Anck-su-Namun, grazie al Libro dei Morti. Anche qui l’eroina femminile ovviamente era reincarnazione di una sovreana egizia, ma il tono era meno orrorifico e decisamente più all’insegna di azione e di uno smaccato lato comedy. Ne seguì, sempre diretto dal medesimo regista, La mummia – Il ritorno (The Mummy Returns, 2001), in cui i medesimi protagonisti a otto anni di distanza, sposati e con un figlio, si trovavano nuovamente a combattere contro la mummia per salvare l’umanità, con qualche piccola variazione sul tema, ma sempre i medesimi ingredienti e mood. In ultimo giunse La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone (The Mummy: Tomb of the Dragon Emperor 2008) di Rob Cohen, in cui il terzetto familiare era alle prese con un altro immortale sovrano resuscitato, ossia il cinese Imperatore Dragone. Per cavalcare l’onda, vennero poi girati anche quattro dimenticabili spin-off: Il Re Scorpione (The Scorpion King, 2002) di Chuck Russell, e i tre straight-to-video Il Re Scorpione 2 – Il destino di un guerriero (The Scorpion King 2: Rise of a Warrior, 2008) di Russell Mulcahy, Il Re Scorpione 3 – La battaglia finale (The Scorpion King 3: Battle for Redemption, 2012) di Roel Reine e Il Re Scorpione 4 – La conquista del potere (The Scorpion King 4: Quest for Power) di Mike Elliott.

Dunque arriviamo in ultimo ai giorni nostri, e ancora una volta si cerca di resuscitare la creatura egizia, in vista di una nuova saga; nel far ciò sono stati scelti nomi di gran richiamo, Tom Cruise e Russell Crowe, ma l’ennesimo capitolo accodatosi testé alla lunga sequela di film di innovativo ha più che altro l’ambientazione, ovvero il presente (la nostra recensione). Per il resto, visto uno visti tutti …

Sarà davvero poi così avveduto dal punto di vista economico investire in materiale già fin troppo usurato, invece che finanziare un soggetto indipendente con del potenziale e qualcosa di nuovo da dire? Vi lasciamo con tale interrogativo.

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