22 maggio 2017

[dossier] Prometheus: alla ricerca dell’Eden maledetto di Ridley Scott

Un’analisi comparata sul film del 2012 che ha segnato il ritorno del regista alla saga fanta-horror iniziata oltre 30 anni prima

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22 maggio 2017
prometheus

Da Alien a Prometheus, alle origini del nuovo viaggio

14 Settembre 2012: esce al cinema Prometheus, ambientato alcuni decenni prima dei fatti accaduti in Alien (il nostro dossier dedicato al film del 1979) e che narra della spedizione esplorativa dell’omonima astronave sul pianeta LV-223. Il viaggio viene organizzato dopo avere rinvenuto e confrontato graffiti di diverse culture terrestri che riportano coordinate stellari, desumendo che siano un invito da parte di creature superiori a raggiungerle. L’equipaggio della nave spaziale include tra gli altri gli archeologi Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e Charlie Holloway (Logan Marshall-Green), l’androide David (Michael Fassbender), la coordinatrice Meredith Vickers (Charlize Theron) e il capitano Janek (Idris Elba). Una volta atterrati, tuttavia, i membri della spedizione trovano una gigantesca struttura contenente dei cadaveri umanoidi insieme ad inquietanti indizi di una fuga disperata, oltre ad una stanza piena di cilindri sovrastati da un gigantesco monolite. Da quel momento, in un crescendo di rivelazioni ed orrore, la ricognizione inizierà la sua parabola discendente verso il disastro. Ritorno dopo una lunga pausa alla saga che lui stesso ha creato nel 1979, Ridley Scott è alla regia di Prometheus, la cui gestazione è però di ben più lunga data. Già poco dopo il 2000, sia il regista che James Cameron avevano difatti ipotizzato di ritornare a mettere mano sulla trama, ma il progetto non si era concretizzato e nel 2006 il secondo l’aveva abbandonato per una serie di disaccordi con la 20th Century Fox. Tre anni dopo, la casa di produzione annunciò ugualmente che era in pianificazione un prequel – e non un sequel – del capostipite, con Scott al timone che a quel punto, dotato di pieni poteri, iniziò a ideare qualcosa di diverso e più provocatorio rispetto a un semplice ‘pre-Alien’.

PrometheusAnzitutto venne coinvolto uno sceneggiatore di primo piano, Damon Lindelof (creatore insieme a J.J. Abrams della serie Lost), il quale riscrisse parzialmente un primo copione redatto da Jon Spaihts (a cui dobbiamo la stesura di Passengers e Doctor Strange). Inoltre, seppure venga sommariamente catalogato come prequel, in realtà si tratta del primo capitolo di un progetto di più ampio respiro, da Scott stesso definito come “filamenti del DNA di Alien”. Questo perché, pur essendo ambientato nel 2093 (ossia 29 anni prima del capostipite) e contenendo moltissimi riferimenti al medesimo, esso mostra, collega ed espande il mito, inserendo nuove creature chiamate Ingegneri. Tale svolta è dovuta alla ricerca di risposte alle domande irrisolte già presenti nella pellicola del 1979, a partire da chi fosse lo ‘Space Jockey’, ovvero l’alieno fossilizzato mostrato in una delle sue inquadrature più iconiche. L’idea era quindi di esplorare cosa fosse accaduto prima: da dove proveniva l’astronave a forma di ferro di cavallo, chi era il pilota, perché era lì e cosa significavano le uova? Il padre del franchise si era infatti stupito che nessuno dei registi coinvolti in seguito si fosse mai posto dei quesiti così ovvi in fase di sceneggiatura, mentre i fan del suo film al contrario se lo facevano continuamente. Non solo, come spiegato da Lindelof inserendo il mito degli Ingeneri e la relativa ramificazione dall’impianto originario lui e Scott hanno voluto “fondere una storia orrorifica connessa ad Alien con la serie di tematiche di Blade Runner, per farsi domande più grandi di quelle che pone un tipico film di fantascienza”, come ha spiegato lo sceneggiatore.

Tra affinità e differenze, non tutto Prometheus si discosta inoltre da Alien; in primis seppur con le debite differenzioni, anche marcate, alcune figure cardine della storia sono reiterate: innanzitutto la final girl costituita rispettivamente da Ellen Ripley (Sigourney Weaver) e dalla Dottoressa Shaw. Principiando con la prima, la sua origine è curiosa, in quanto in Alien inizialmente lo script di Dan O’Bannon non contemplava alcun personaggio femminile, quindi sarebbe dovuta essere in realtà un uomo. Tuttavia, durante le varie revisioni della sceneggiatura, il regista insistette per cambiarne il sesso e non connotandola esclusivamente con quelle caratteristiche tipiche del prototipo di eroina impavida tutta armi e azione. Se la protagonista risultava da una parte molto rigida nel seguire i protocolli, ad esempio nel momento in cui rifiutava l’accesso a Kane ormai infettato, al contempo smarriva il suo cipiglio adamantino, quando si ritrovava al comando dopo la morte del Capitano Dallas. L’evoluzione del personaggio è poi continuata attraverso i successivi capitoli del franchise, rielaborando anche lo shock della sua esperienza sulla Nostromo. La Shaw parrebbe in principio completamente diversa pur ricoprendo un ruolo analogo; archeologa mossa da una grandissima fede (per Ripley si trattava solo di una missione di ricognizione, dopo aver captato un misterioso segnale), il viaggio interspaziale è teso alla ricerca degli Ingegneri grazie a cui crede sia possibile un avvicinamento a Dio. Durante l’arco narrativo, la ricercatrice subisce altresì un’evoluzione psicologica come colei che l’ha preceduta, trasformandosi via via in guerriera per la propria vita e riuscendo a sopravvivere, fuggendo su una nave diretta verso i propri creatori, spinta dalla sete di trovare delle risposte alle più profonde incognite esistenziali.

PrometheusAltra analogia tra le due pellicole è la presenza di un sintetico a bordo delle astronavi Nostromo e Prometheus: Ash (Ian Holm) e David. Nel primo caso è essenziale sottolineare che si scopre la vera natura di Ash solamente alla fine del film, mentre durante il suo svolgimento lo si pensa umano come ogni altro membro dell’equipaggio. Certo qualche indizio sussiste, ha diversi atteggiamenti insoliti in quanto ufficiale scientifico, seppure ben mascherati, e cerca ripetutamente di ostacolare i tentativi di eliminazione dello Xenomorfo e prova perfino a uccidere Ripley, ma viene scoperto. L’androide inoltre è programmato per assicurare a qualsiasi costo il ritorno sulla terra di un esemplare alieno, la sua direttiva rende tutto l’equipaggio dell’astronave glacialmente “sacrificabile”. Al contrario viene mostrato subito che David è un sintetico. Con sembianze umane, la sua funzione è di ‘maggiordomo’ dell’astronave e durante il viaggio verso la loro destinazione, oltre alle sue mansioni, si auto-istruisce sui linguaggi che dovrà utilizzare per provare a comunicare con gli Ingegneri. È quindi una creatura in mezzo ai propri creatori, che a loro volta stanno cercando i loro. Spinto dalla curiosità di assorbire ogni informazione che lo circondi è in costante evoluzione, ciò lo porta a interagire con i membri della spedizione assumendone sempre più i comportamenti e integrando nel suo pensiero ironia, arroganza, invidia e insicurezza. Dotato di tali caratteristiche, offre un’inedita prospettiva, non antropica, nell’interpretazione dei fatti, ma allo stesso tempo inizia a compiere azioni dubbie: allo spettatore difatti resta il fondato sospetto che contamini intenzionalmente Holloway con il mortale liquido nero, dopo che questi si è preso gioco più volte della sua natura sintetica.

Cross-pollinazione del terrore

prometheus-2Con Prometheus è palese che il nuovo impianto narrativo porti ad una diversa gestione della paura. Visto che la storia è stavolta ambientata in siti differenti e molti anni prima di Alien, andandosi a sviluppare attraverso episodi intermedi, vengono deliberatamente a mancare le atmosfere claustrofobiche della nave Nostromo e sono spesso sostituite da spettacolari panoramiche di ampi spazi che fanno quasi ‘respirare’ allo spettatore le atmosfere di pianeti remoti. Questa scelta di rottura, intelligente e provocatoria da parte di Scott, si inserisce nella nuova direzione dove ci vuole accompagnare: l’idea degli Ingeneri, la connessione con noi in quanto nostri creatori e l’arroganza nel rovesciare le gerarchie per andare a chiedere risposte, fanno tutte parte di una nuova zona vergine nella quale era giusto arrischiarsi. A tal fine è stata scelta una forma ‘aperta’ per lo script, partendo dal presupposto che essendo un capitolo ancora lontano da punto d’arrivo (ossia il capostipite stesso), molti fatti ancora avrebbero dovuto essere mostrati e collegati, ha creato inoltre alcuni fraintendimenti riguardo a scene come il relitto alieno e lo space jockey.

Tale svolta, inoltre, se ha inserito nuove istanze nel franchise, ha purtroppo scontentato molti fan, i quali probabilmente si aspettavano un film in cui gli Xenomorfi restassero protagonisti nei termini già visti in precedenza, magari avvolti dall’iconica atmosfera claustrofobica. Invece, per non ricalcare quanto già visto per anni nel bene e nel male, si è cercata una nuova via per non ripetersi per l’ennesima volta. E di ciò bisogna dare pieno merito a Scott. Eppure, non del tutto convinto delle scelte compiute, in una recente intervista (a screengeek.net) il regista si è comunque scusato con i fan per il risultato ‘misto’ ottenuto con Prometheus dicendo: “Abbiamo scoperto che i fan erano frustrati. Volevano vedere ancora il mostro originale mentre io pensavo che fosse già cotto con un arancio in bocca così ho pensato ‘Wow, avevo torto’. … I fan non hanno l’ultima parola però sono un riflesso dei tuoi dubbi su qualcosa, quando capisci che ‘avevi ragione’ o ‘avevi torto’, ecco dove entrano nel computo. Penso che non tu non sia sensibile se non tieni conto delle reazioni dei fan”.

prometheus-2 ridley setDetto ciò, l’oscurità che tanto aveva fatto nel capostipite del 1979, ha anche qui un ruolo fondamentale, ma stavolta il suo utilizzo è veicolato a definire in quale ‘zona’ del film (la cupola aliena) giace l’origine della parabola mortale che decimerà la quasi totalità dell’equipaggio. Visto che gran parte delle scene sono ben illuminate, la paura deve quindi risiedere altrove. In Prometheus, altresì, seppure ci siano momenti di tensione importanti, la suspense nasce soprattutto dall’inarrestabile capacità di contagio e mutazione del fluido nero trovato nella cupola aliena. Se nell’Alien del 1979 ci si trovava faccia a faccia per la prima volta col ciclo vitale uovoFacehuggerChestbursterXenomorfo, questa volta si ha a che fare con un’arma biologica che fa dell’adattabilità la sua capacità più devastante: prima il liquido nero a contatto con piccole creature simili a lombrichi le trasforma in creature serpentiformi (l’Hammerpede) con caratteristiche di aggressività e di inseminazione che trasformano Fifield e uccidono Milburn. Poi lo stesso fluido, dato ingannevolmente da David ad Holloway, lo trasforma e solo il suicidio tra le fiamme interrompe la trasformazione già in atto. Holloway stesso prima di morire ha un rapporto sessuale con Shaw e, nonostante lei sia sterile, in quanto contagiato la mette incinta di una creatura non umana. Il ciclo continua inarrestabile e l’essere simile ad una piovra, estratto forzatamente dalla donna, si evolverà nell’enorme Trilobite che riprenderà le sue letali attività riproduttive in maniera simile al FaceHugger con l’Ingegnere sopravvissuto. La scena di chiusura del film mostra infine la nascita di un nuovo ibrido (chiamato Deacon), che emerge dal corpo dell’umanoide e a mostra la caratteristica testa allungata con le doppie mascelle. Quest’ultima è dunque un incrocio di tre diversi patrimoni genetici di Shaw, Holloway e dell’Ingegnere.

PrometheusCome già accennato, nel corso del franchise, il ciclo di riproduzione e ibridazione si appropria del DNA dell’ospite e produce ogni volta una creatura con nuove variazioni. L’incapacità di prevedere le fattezze del nemico contro il quale ci si debba confrontare, come pure le inarrestabili mutazioni genetiche risultano stranianti per lo spettatore e lo lasciano spaesato perchè ri-definiscono uno spettro infinitamente più ampio di quello ‘a 4 stadi’ del vecchio alieno. Non sapendo che faccia abbia la paura, visto che continua a mutare, come in La Cosa (The Thing, 1982) di John Carpenter, si rimane in costante sospensione attendendo la prossima manifestazione dell’orrore.

Weyland-Yutani: costruire mondi migliori.

“La compagnia”, come viene spesso citata senza mai pronunciarne il nome, compare in maniera costante attraverso tutto il franchise: è un gigantesco gruppo che risulta fondato da Charles Bishop (dice qualcosa?) Weyland e si occupa delle più disparate tecnologie, dalla robotica alle applicazioni mediche fino all’esplorazione spaziale e alla terraformazione di nuovi pianeti.

Tuttavia, essa è connotata anche da un tutt’altro che ineccepibile comportamento bifronte, perché tenta in tutti i modi di appropriarsi di un esemplare alieno in modo da condurlo sulla Terra per poi utilizzarlo come arma biologica per la distruzione di massa. L’avidità, forse primo motore dell’operato della società, si traduce nel perseguire questa missione e si manifesta fin dal primo Alien, dove la direttiva di Mother (il computer della Nostromo) è di portare un esemplare indietro a costo del sacrificio di ogni membro del personale a bordo. L’ambiguità è poi tinta di ulteriore ironia: da una parte è chiamata ‘Madre’ l’intelligenza artificiale pronta a sacrificare i propri figli, ovvero la truppa aereospaziale, dall’altra Ash, l’androide/ufficiale scientifico, è votato all’adorazione della perfezione dell’alieno sacrificando gli umani che avrebbe dovuto curare.

PrometheusCompiendo un passo indietro, il nome della società, Weyland-Yutani, è stato ideato ai tempi della gestazione di ‘Alien’ dal celebre visual artist Ron Cobb (Guerre Stellari, Ritorno al futuro, Atto di forza) il quale prende spunto dal marchio di automobili inglesi Leyland a cui unisce un cognome giapponese, quello del Sig. Yutani, che ai tempi era semplicemente il suo vicino di casa. Il fondatore, Peter Weyland (impersonato da Guy Pearce), è però epicentro di un piccolo uno strappo nella continuità della saga: il personaggio presentato ufficialmente in Prometheus, non è la prima volta che compare; già in Alien vs. Predator Charles Bishop Weyland (questa volta Lance Henriksen) era stato introdotto con il medesimo titolo, creando una sovrapposizione nella saga e un’incongruità. Scott però ne era a conoscenza, dacché gli era stato fatto notare da Lindelof già in fase di sceneggiatura: in tutta risposta il regista gli fa capire chiaramente “guardandolo come se gli avesse appena dato uno schiaffo in faccia” che non aveva intenzione di modificare il processo di creazione della loro storia per adattarlo alla timeline di uno spinoff. Viste le differenze temporali si è supposto anche che Peter potesse essere il figlio di Charles.

Piccola curiosità: un logo microscopico della Weyland appare sul polpastrello di David, mentre vi ha versato e sta ammirando una goccia del liquido nero.

Una nuova mitologia e le connessioni ad Alien

Quando in apertura del film si assiste all’immolazione dell’Ingegnere in cima alla cascata, si è egocentricamente portati a credere che la sequenza sia ambientata sulla Terra in un periodo remoto; in realtà qui avviene il primo ‘inganno’ di Scott. È lui stesso a spiegare che la portata di ciò che ci fa vedere è molto più ampia e che “Potrebbe essere qualsiasi pianeta, il sacrificio è una donazione ai fini della creazione. È come un giardiniere dello spazio: per creare la vita disintegra sé stesso.”

noomi rapace prometheus 2Un’altra ipotesi estremamente provocatoria, poi scartata durante la fase di sceneggiatura, era di portare il concetto alle estreme conseguenze: gli Ingegneri erano entità simili a Dio e Gesù Cristo era uno di loro mandato sulla Terra per aiutare le proprie creature, ma è stato crocifisso, scatenando l’ira distruttiva nei confronti degli umani. Scott però ha definito questa svolta “un pò troppo perfetta” e ha preferito la direzione di creatori che avendoci dato la vita possono apparire simili alla divinità, ma non essendo poi così buone, non lo sono. Questi diventano quindi degli alieni estremamente evoluti che plasmano la razza umana (e probabilmente anche altre, secondo la citazione di Scott), ma al contempo sono altresì gli artefici dei cilindri pieni di liquido nero trovati sull’LV-223. È giusto però sottolineare che il pianeta non è lo stesso LV-426 dove anni dopo atterrerà l’equipaggio della Nostromo di Alien.

In Prometheus si ha peraltro una seconda rivelazione: finalmente si scopre che lo ‘Space Jockey’ trovato fossilizzato dai protagonisti della pellicola del 1979 è un Ingegnere al posto di pilotaggio della propria nave e si ammira il momento cruciale in cui si siede e viene automaticamente protetto da casco ed esoscheletro, che lo avvolgono quasi interamente. La prima volta che veniva mostrato nella serie fanta-horror, non era possibile comprendere che le superfici di testa e corpo, con ossa e tubi simili a quelle dello Xenomorfo, celavano qualcosa di diverso da quello che il ‘guscio’ faceva apparire. Scott quindi risponde allo spettatore dicendogli che l’alieno seduto nella postazione a forma di cannone non è ciò che sembra; quello vero, invece, è all’interno ed è addirittura geneticamente simile a noi. Non solo, nel film si scopre che lo Space Jockey e l’astronave mostrati non possono essere gli stessi che abbiamo ammirato nel capostipite, semplicemente perché i due planetoidi in cui si svolgono le vicende sono diversi, seppure contrassegnati da sigle che li potrebbero far pensare all’interno dello stesso sistema.

Gli effetti speciali: i predecessori dello Xenomorfo e chi li ha creati

Visto che il film tratta dei fatti antecedenti al il capostipite, era necessario inventare una serie di inedite forme di vita extraterrestre, mostrando accenni sparsi a ciò che sarebbe stato rivelato in maniera più esaustiva in Alien. Per questo impegnativo compito vengono chiamati gli esperti in effetti speciali Neal Scanlan (Star Wars: Il risveglio della Forza) e Conor O’Sullivan (Il cavaliere oscuro, X-Men – L’inizio), i quali seguendo i suggerimenti di Scott arrivano a produrre una serie di creature con un design ‘collegato alla natura’ come piante e animali marini. Non solo, contrariamente al colore scuro che nelle varie tonalità ha sempre contraddistinto lo Xenomorfo, tutta la nuova serie di esseri è definita da un pallore chiaro ed embrionale, per conferir loro un’idea di distaccamento e ‘genesi’.

fassbender-david-prometheusPer quanto riguarda gli Ingegneri, vengono utilizzate 3 persone in costume e una di esse per la scena iniziale è ricoperta con una serie di 27 protesi in silicone per modificare il corpo e farlo somigliare nel suo pallore ad “un incrocio tra un dio greco/romano, il David di Michelangelo e la Statua della libertà”, come suggerito da Scott in persona. Quando necessario nelle inquadrature, pelle, espressioni facciali e talvolta l’intero corpo vengono coadiuvate o sostituite tramite CGI. Questo umanoide non ha alcuna analogia con altri esseri della saga, invece è cardine fondamentale del ‘nuovo corso’ intrapreso dal regista.

Per ciò che concerne invece i predecessori dello Xenomorfo, diverse sono le sembianze da loro assunte e differenti sono le tecniche con cui vengono animati. L’Hammerpede, ovvero l’alieno serpentiforme, è stato realizzato sia in versione fisica con fili da rimuovere digitalmente che in CGI, a seconda delle inquadrature. La sua forma doveva trarre ispirazione dalle creature translucide dei fondali marini, ma anche dal Cobra. La sua modalità di attacco ed inserimento forzato nella bocca della vittima inizia a ricordare la modalità riproduttiva del Facehugger, seppure l’aspetto dell’uno non lo ricordi affatto l’altro. Invece, il Trilobite appena nato, compare anzitutto nella scena del parto di Shaw, mentre le viene estratta dal corpo tramite una cruenta procedura automatizzata, somiglia ad un polipo/calamaro, le cui fattezze richiamano un embrione all’interno della placenta. A tal scopo esso viene costruito come animatronic ricoperto di una pallida pelle in silicone. Contrariamente il Trilobite adulto richiama alcune una specie artropode risalente all’era Cambriana del nostro pianeta, a cui si somma l’influsso del polipo alieno al centro della striscia The Long Tomorrow del visionario disegnatore Jean Giraud, ai più noto come Moebius. La creatura viene costruita sia fisicamente, con le serie di grossi tentacoli e la bocca centrale dall’aspetto semi-floreale, che in CGI per il duello mortale con l’ingegnere. Anch’essa è una creatura dalla pelle chiara che impianta in suo seme attraverso una escrescenza fallica in modo molto simile al FaceHugger, seppure utilizzando una serie di tentacoli più piccoli per immobilizzare la testa della vittima. Infine c’è il Deacon, così chiamato a causa della forma della testa simile ad un lungo cappello religioso, che costituisce a sua volta anello di congiunzione con il primo Alien, anche se in parte differiscono, dacché il design del primo è ispirato ad uno squalo abissale, il ‘Goblin’, dotato di una importante mascella protusa. Meno visibile è quivi l’eredità dei visionari design di H.R. Giger, saggiamente, si percepisce appena, vista la lontananza temporale dell’episodio ‘zero’, con l’idea di far emergere sempre più somiglianze nei film successivi. Scott comunque non dimentica il debito che ha con l’artista svizzero e nella stanza del gigantesco monolite i graffiti sulle pareti riproducono sue opere dell’artista, seppure vengano inquadrati in penombra, come silenzioso omaggio all’artista.

prometheusPer quello che riguarda gli effetti speciali più in generale, con un budget di circa 130 milioni di dollari, oltre ad avvalersi di tecniche digitali di altissimo livello, Scott non dimentica il detto di Doug Trumbull (uno dei più noti supervisori del settore a cui dobbiamo tra gli altri 2001 Odissea nello spazio, Star Trek e Blade Runner) “Se puoi farlo dal vivo, fallo dal vivo” e commissiona un’enorme serie di set, sia agli Shepperton e Pinewood Studios di Londra che all’Audiovisual Complex Ciudad de la Luz ad Alicante, Valencia. Inoltre, ancorché siano stati utilizzati studios e location meravigliose per girare gli esterni, dalle cascate Dettifoss in Islanda (per il sacrificio dell’Ingegnere) alla montagna dello Storr sull’isola di Skye in Scozia (per il ritrovamento del primo graffito), fino alla Valle della Luna/Wadi Rum in Giordania (per il pianeta alieno), il regista ricorre in modo tutt’altro che trascurabile a CGI, 3D e a tutto ciò che la tecnologia odierna gli mette a disposizione. Partecipano infatti alla sua realizzazione almeno una decina di studi, tra i quali emergono per la mole di lavoro svolto le celebri MPC, Weta Digital e Fuel VFX. Il regista ha richiesto a tutte una cura maniacale nel tenere la componente digitale ‘integrata e trasparente’ rispetto a personaggi, oggetti e paesaggi, in modo da costruire ambientazioni ed interazioni il più possibile credibili, oltre a mantenere quella ricercatissima plasticità dell’immagine che è da sempre la sua firma.

Weta Digital (la saga di Il signore degli anelli e di Lo Hobbit, King Kong, Avatar) si è occupata della scena del sacrificio alla cascata e la degenerazione del DNA in apertura del film, nonché della sua integrazione con l’attore in costume che ne era protagonista. Inoltre ha gestito tutte le creature e situazioni ad esse connesse: dal parto cesareo dell’ibrido alla lotta finale, oltre alla scena iconica dello Space Jockey che esce dal pavimento. MPC (Watchmen, Sopravvissuto – The Martian, X-Men: Apocalisse, Godzilla) ha prodotto gli ambienti spaziali e congeniato tutti quelli del planetoide, la cupola aliena e tutte le astronavi (umane e non), opera il cui culmine è raggiunto nell’atterraggio della Prometheus su LV-223. Si aggiungono poi unici alieni non elaborati dalla prima, l’Hammerpede che aggredisce Millburn ed il verme che Holloway scopre a navigare nel proprio occhio. Infine Fuel VFX (Iron Man 3, Avengers, Captain America – Il primo Vendicatore) si concentra su diversi lavori basati sulla luce, tra i quali spicca la spettacolare carta galattica che circonda lo Space Jockey, il tavolo olografico che mostra l’astronave aliena e la cupola, i sensori che vengono mandati a mappare la struttura (“le bimbe” di Fifield), nonché la registrazione della fuga degli Ingegneri attraverso i corridoi.

Le nuove musiche di Marc Streitenfeld

prometheusPer la colonna sonora del film Scott sceglie il compositore Marc Streitenfeld, che aveva già collaborato con lui in diversi film, quali Un’ottima annata, American Gangster, Nessuna Verità e Robin Hood. I due lavorano a stretto contatto fin da prima dell’inizio delle riprese e continuano a dialogare in fase di realizzazione per ciascuna scena importante. Ne discende una notevole quantità di input, che il compositore decide di utilizzare in una serie di approcci inconsueti, tra i quali il più clamoroso è quello di scrivere alcuni temi al contrario sulle partiture, farle suonare all’orchestra e rovesciare la registrazione digitalmente. Così, pur ritornando alla linea motivica di partenza, ne risultano dinamiche inusuali, irriproducibili nella realtà. Le incisioni vengono effettuate in circa sette giorni presso agli Abbey Road Studios di Londra, con un’orchestra di 90 elementi. Come in Alien era presente un passaggio della K525 di W. A. Mozart, anche quivi compare un breve spezzone di musica classica, la Op.28 No.15 di Chopin. In ultimo all’interno della colonna sonora è presente un reprise del ‘Main Title’ del capostipite, in omaggio al compianto compositore Jerry Goldsmith.

Il lungo cammino degli Xenomorfi

Molto più che mera risposta a incognite suscitate con il primo film, a cui precedentemente non era stata fornita risposta, Prometheus è dunque la prima tappa di un lungo viaggio galattico. Si costituisce così una piattaforma esplorativa che si è nel tempo espansa fino a produrre una sorta di tetralogia (anzi in realtà stando alle ultime dichiarazioni del regista si tratterebbe di una trilogia più un film), principiata dal suddetto e proseguita ora con Covenant (qui trovate la nostra recensione e le cose da sapere) e con “Awakening”, che a quanto pare potrebbe essere il titolo della prossima pellicola, scappato dalla bocca di Scott durante un’intervista (a Fandango).

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