The Movie Db679/10
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1 dicembre 2017

Dossier | Raffiche nel vuoto: Aliens – Scontro Finale di James Cameron

Uno sguardo approfondito sul secondo capitolo della celebre saga fanta-horror e sulla sua influenza sulla fantascienza successiva

1 dicembre 2017

Nel 1986, sette anni dopo l’uscita di Alien (il nostro dossier), James Cameron ne gira il sequel, spiegando che “il primo film ha portato molto in alto lo standard del cinema di fantascienza” e che da grandissimo appassionato dell’originale ha sempre desiderato creare un degno sviluppo della storia. Già nell’83, quando Cameron sta per iniziare le riprese di Terminator, ha già pronta una bozza di circa 90 pagine per Aliens – Scontro finale. Decide quindi di spedirla a David Giler, produttore del capostipite, il quale stava giusto pensando a chi affidare la sceneggiatura del secondo episodio. A Giler lo script piace molto e la casa di produzione si dice entusiasta, ma essendo Cameron un regista agli inizi della carriera prima vogliono verificare il riscontro di Terminator. Il successo è clamoroso e porta automaticamente al contratto come regista di Aliens – Scontro finale, oltre ad un budget di 18 milioni di dollari per il film. Cameron pensa intelligentemente che non ha senso fare un semplice remake del capostipite, quindi se ne distacca e crea un film più marziale e di combattimento, tenendo costanti alcuni punti cardine quali il design alieno (che ha amato tantissimo) e lo sviluppo della figura di Ripley, sempre impersonata da Sigourney Weaver.

La storia inizia 57 anni dopo Alien: Ripley viene salvata mentre la sua navicella vaga nello spazio, arrivata a terra viene processata e degradata dalla Weyland-Yutani per aver fatto esplodere la loro nave Nostromo. L’unica possibilità di riscatto che le viene proposta consiste nell’accettare di ritornare sull’ LV-426, pianeta in cui avevano trovato l’alieno nel primo film, che nel frattempo è stato trasformato in una colonia terrestre ed improvvisamente ha cessato di rispondere alle comunicazioni. Scortata da un gruppo di marine spaziali più due personaggi (il burocrate doppiogiochista Burke e il ‘sintetico’ Bishop) si imbarca sull’astronave Sulaco e raggiunge il pianeta, dove scopre che la colonia umana è stata sterminata dagli alieni, i quali a loro volta stanno utilizzando le strutture come nido per loro stessi e la loro ‘regina madre’. L’unica supersite è una bambina, Newt (Carrie Henn), con la quale Ripley instaura subito un rapporto di materna fiducia.

Rimasti isolati sul planetoide per un catastrofico incidente, dovranno cercare di sopravvivere agli attacchi della colonia aliena che si espande ovunque, chiudendoli in cerchio sempre più stretto. La produzione del film incontra diversi problemi fin dall’inizio, con le riprese effettuate nei Pinewood Studios di Londra (007, Spazio 1999, UFO, Star Wars – Il risveglio della Forza) a causa del modo di lavorare ‘americano’, anzi canadese, di Cameron che non si sposa affatto con quello flemmatico ed inquadrato inglese: licenziamenti del personale di ripresa e luci, scioperi sindacali ed enormi tensioni sul set rischiano di portare l’intera produzione al collasso, fortunatamente scongiurato all’ultimo momento con una serie di sostituzioni e mediazioni.

L’eredità di Scott e Giger

La parola ‘design’ ricorre spesso nei discorsi di James Cameron quando parla del primo Alien, perché la sua fascinazione per le creazioni di H.R. Giger e le ambientazioni di Ridley Scott è sempre stata fortissima. Nonostante ciò decide di operare diverse scelte riguardanti le forme degli Xenomorfi e tutte le derivazioni ad essi connesse (facehugger e chestburster). Non essendo disponibile Giger, viene chiamato Stan Winston ed il suo celebre studio di effetti speciali (Terminator, Predator, Jurassic Park) per creare e gestire le creature. La decisione più clamorosa consiste nel fatto che l’alieno cambia concettualmente, perché perde sua unicità: come in Alien era uno solo e teneva in scacco l’equipaggio della Nostromo concentrando su di sé tutto l’orrore e la suspense, ora in Aliens il mostro non è altro che uno dei tanti guerrieri che difendono la propria regina madre. Così facendo, Cameron si distacca nettamente dalla visione elegantemente hitchcockiana creata da Scott, per trasformare il film in una dinamica guerriglia tra due specie. Anche dal punto di vista visuale l’alieno subisce cambiamenti: la sua testa con la caratteristica parte superiore lucida diventa ora più nodosa e irregolare, come pure vengono modificate mani, piedi e la parte posteriore in funzione di un costume che doveva essere più sottile e leggero dell’originale. Contrariamente ad Alien, dove lo Xenomorfo era sempre nascosto dalle ombre o mimetizzato nell’ambiente, qui gli alieni vengono ripresi molto spesso in diverse situazioni, tra cui anche strisciare ed arrampicarsi, quindi un costume agile era necessario per mostrare la velocità ed aggressività necessarie in molte scene. Il facehugger viene costruito in 6 diverse versioni, il più delle volte come animatronic, per le scene semi statiche dei tubi di conservazione ma soprattutto per quelle dinamiche in cui corre sul pavimento come un velocissimo ragno ed attacca scattando verso la faccia della vittima.

Un omaggio all’Alien originale viene fornito nella scena in cui il sintetico Bishop fa un’affascinata autopsia a un esemplare morto, come l’androide Ash nel film predecessore, solo che questa volta le membra della creatura esaminata sono state sostituite da trippa e pelle di pollo rispetto al rognone e ostriche usate da Scott nell’originale (con una finezza stilistica implicita nei componenti utilizzati). Il chestburster viene utilizzato solo brevemente, ma i suoi cambiamenti sono minimali: ora possiede delle piccole zampe anteriori che gli servono per farsi strada nel corpo ospitante al momento del ‘parto’. La Regina madre fa la sua prima apparizione in questo episodio, mostrando per la prima volta al pubblico chi o meglio cosa depone le uova aliene. Gigantesca, con oltre 4 metri di altezza, viene disegnata da Cameron stesso e realizzata dallo studio di effetti speciali di Winston. Il design incorpora parte delle caratteristiche degli alieni Xenomorfi con mascelle retrattili e corpo scheletrico, ma le dimensioni vengono maggiorate e la metà posteriore del corpo viene dotata di un ovopositore in stile larvale, inoltre la testa cambia forma e ora è protetta da una grande placca piatta e triangolare. Viste le dimensioni, la regina deve essere azionata da due uomini all’interno del corpo che agiscono sul set di 4 braccia anteriori, più una serie di 14/16 animatori che comandano idraulicamente testa e mascelle.

Personaggi di un casting marziale

Cameron ha bene in mente cosa vuole fare con il personaggio di Ripley e lotta strenuamente quando la produzione gli dice che il compenso richiesto dalla Weaver è troppo elevato chiedendogli di modificare lo script e depennare il personaggio dalla storia. Il regista rifiuta categoricamente di portare avanti il lavoro nel caso non ci sia Ripley fino a quando alla fine produzione e attrice non arriveranno a trovare un accordo. Durante il film vengono fatte emergere diverse caratteristiche che in Alien erano emerse in maniera minimale: innanzitutto Ripley viene mostrata come una persona profondamente traumatizzata dagli eventi avvenuti sulla Nostromo e anche se tenta di reagire non viene dipinta come la classica eroina impavida, ma bensì come una donna perseguitata da terribili incubi, inoltre decide di affrontare le sue paure perché viene costretta a farlo, per recuperare una vita che sta andando in pezzi. Nell’incontro con Newt, la piccola superstite della colonia spaziale, Ripley riesce ad esprimere il suo lato materno cercando di instaurare un rapporto di fiducia con la bambina e proteggendola dai pericoli come se fosse sua figlia, scoprendo che il loro terreno comune è proprio dovuto al trauma degli alieni che hanno portato via una parte della vita ad entrambe. Il tema della madre/donna guerriera ricorre fino alla fine del film (oltre a venire ripreso all’interno del franchise), quando Ripley si trova ad affrontare lo scontro finale con la regina: una pseudo-madre umana contro una vera madre aliena. Una delle due lotta per salvare Newt e sé stessa, mentre l’altra per vendicarsi di tutti i suoi figli (le uova) che l’umana ha ucciso bruciando il suo nido. Il duello (un mix tra piani stretti ad hoc e animazione stop-motion) è originale, perché Ripley utilizza come arma un esoscheletro elevatore da carico per distrarre ed attaccare la gigantesca aliena che sta per raggiungere sua ‘figlia’ Newt. Non manca una frase cult all’apice della tensione, quel gergale ‘Get away from her, you bitch!’ che definisce l’evoluzione caratteriale di Ripley rispetto ad Alien. I marines coloniali che scortano la missione vengono invece dipinti come un gruppo di militari che, inizialmente strafottenti e ottusi, impattano contro qualcosa di terrificante e imprevedibile, che va ben oltre il loro addestramento fisico e psicologico. Durante il casting Cameron sceglie una serie di volti più o meno noti, tra cui spiccano Michael Biehn (nel ruolo di Hicks) e il compianto Bill Paxton (che interpreta Hudson), in quanto hanno già lavorato insieme in Terminator e separatamente nei successivi Titanic e The Abyss. Per dare verosimiglianza e coesione al gruppo, gli attori vengono sottoposti ad un training fisico di diverse settimane da parte di un consulente militare.

Curiosa e chiarificatrice la coincidenza che Al Matthews, l’attore a capo del plotone che interpreta in maniera brillante Sergente Apone, sia stato davvero un berretto verde. Le armi a impulsi utilizzate dai militari sono basate su fucili e mitragliatori originali, tra cui Thompson e Remington. In particolare, le due appariscenti SmartGun usate da Vasquez e Drake derivano da mitragliatrici MG42 montate su supporti SteadyCam modificati, aggiungendo manopole del gas e telaietto sottosella di una moto Kawasaki. Il sintetico Bishop, interpretato da Lance Henriksen, ha un ruolo tutt’altro che secondario: la sua sola presenza all’interno della spedizione riconnette Ripley alla sua esperienza precedente con l’androide Ash della Nostromo, che ha cercato di ucciderla. Inizialmente il rapporto con Ripley è pessimo, perché vista l’esperienza precedente questa non intende avere più a che fare con esseri artificiali, tuttavia col passare del tempo Bishop ne guadagna la fiducia compiendo una serie di azioni che portano al salvataggio di Ripley, Newt e Hicks. Una curiosità su Henriksen: pochi anni prima Cameron, mentre stava sceneggiando Terminator, aveva in mente il suo nome come prima scelta per il protagonista, solo successivamente la produzione preferirà assegnare la parte ad Arnold Schwarzenegger per le sue imponenti caratteristiche fisiche. Il doppiogiochista Burke (l’attore Paul Reiser) si unisce alla missione di salvataggio come ‘osservatore’ della compagnia ma in realtà ha uno scopo occulto preciso: portare sulla terra alla Weyland-Yutani un esemplare di alieno da riconvertire in arma biologica anche a costo della vita di tutti i partecipanti, cercando di riuscire dove l’androide Ash della Nostromo aveva fallito. Questa caratteristica bifronte della società sarà il tema ricorrente anche negli altri episodi del franchise.

La musica e l’incubo di Horner

Il compositore James Horner viene scelto da Cameron per la colonna sonora del film. Purtroppo i ritardi ed i problemi nella produzione portano ad un accumulo di scene che il regista cerca di selezionare e montare con un rush finale forzato, estromettendo il compositore dalla scaletta dei tempi. Per produrre da zero tutti i commenti sonori mancanti sarà costretto al lavoro ‘più stressante della sua vita’, incalzato da una serie di aggiunte e modifiche fuori tempo massimo imposte da Cameron e dalla moglie/produttrice Gale Hurd. Nel film vengono comunque inserite alcune sezioni e temi iconici della colonna sonora originale di Jerry Goldsmith, come omaggio personale. Nonostante alla fine del lavoro la separazione con Cameron fu brusca, con la promessa di non lavorare più con lui, la colonna sonora ricevette la prima nomination all’Oscar della lunga e prolifica carriera di Horner (più di 100 film tra cui Cocoon, Il Nome della rosa, Braveheart, Apollo 13, A Beautiful mind). A dimostrazione della qualità del lavoro svolto da Horner, movimento della colonna sonora ‘Bishop’s countdown’ è risultato talmente efficace da venire riutilizzato in oltre 20 trailer di altri film, tra cui Misery, Alien 3 e Minority Report. Dopo una separazione di alcuni anni, Cameron e Horner si ritrovano e fanno pace. Il primo dimostra tutta la sua stima e fiducia affidando al compositore le colonne sonore di due blockbuster planetari nella storia del cinema: prima Titanic e successivamente Avatar, ai quali verranno assegnati riconoscimenti assoluti quali Grammy Awards, Golden Globe e ulteriori nomination agli Oscar. Nel 2015, perdiamo Horner a causa di un incidente aereo avvenuto mentre pilotava il suo monomotore sopra la foresta di Los Padres, in California.

Il miglior sequel guarda in profondità

Ad oggi, la gran parte dei fan concordano sul fatto che il sequel di James Cameron sia il migliore di tutta la saga. Nonostante al protagonista assoluto, l’alieno, venga applicata la trita formula hollywoodiana “se una cosa funziona, moltiplichiamola per 100”, Aliens – Scontro finale esce vincente da questa svolta potenzialmente fatale, perché viene pensato con attenzione ed eretto su solide fondamenta. Il regista non solo compie la mossa intelligente di staccarsi dal silenzio e dall’angoscia strisciante del capostipite di Ridley Scott, ma crea anche un nuovo universo più ‘accessibile’ al grande pubblico. Qui l’azione è presente in maniera nettamente superiore, pur rimanendo strettamente integrata all’approfondimento delle diverse tematiche introdotte nel primo Alien: la figura femminile/ madre/ guerriera, il ciclo vitale del mostro ed il guadagno economico a scapito della vita umana, sacrificabile “per una percentuale” come dice Ripley. A proposito dell’argomento materno, è interessante notare come la stratificazione di informazioni costruita per il film sia così densa da avere un importante seguito nel DVD dell’edizione estesa di Aliens, dove viene alla luce una ulteriore scena rivelatrice, inspiegabilmente tagliata nell’edizione cinematografica: nonostante si sia sempre pensato a Ripley come donna single, in realtà si scopre che è anch’essa madre e durante gli anni di ipersonno prolungato successivi alla fuga dalla Nostromo, la sua unica figlia nel frattempo è cresciuta fino a morire di vecchiaia. A Ripley viene quindi strappata una parte di sé, dal tempo non vissuto insieme alla propria figlia fino alla negazione dell’ultimo saluto. Ciò fornisce allo spettatore un altro pesante tassello da aggiungere al mosaico emotivo della protagonista ed alla sua dolorosa evoluzione caratteriale. Inoltre in questo episodio la nuova natura dell’alieno acquisisce un interessante risolto bivalente perché: perde la sua unicità e la capacità di essere il focus unico dell’orrore trasformandosi cosi in ‘uno dei tanti’ soldati che popolano e difendono l’alveare del nuovo mostro dominante, la gigantesca madre.

Allo stesso tempo, esplodendo la figura dello Xenomorfo in decine di facsimili, la tensione viene sì frantumata in infinite parti ma allo stesso tempo satura l’ambiente fisico e crea un diverso tipo di orrore soffocante, che richiama la concentrazione spaziale vista negli zombie di George A. Romero. Anche quella che in Alien viene chiamata ‘la società’ e che si poteva vedere sporadicamente sotto forma di logo, ora comincia a prendere forma e faccia. La Weyland-Yutani inizia a manifestarsi processando Ripley attraverso i suoi funzionari, superficiali e disinteressati alla disperata testimonianza della donna. Successivamente affianca la figura di Burke a Ripley per la missione di salvataggio dei superstiti, così da delegare a un umano e non a un essere sintetico (come lo era Ash, in Alien) il recupero di un esemplare alieno. Burke stesso mostra la sua vera natura lentamente, dapprima instillando il dubbio che lo sterminio totale degli esemplari non sia una soluzione applicabile e poi passando ai fatti, tentando prima di uccidere Ripley e Newt e successivamente imprigionando tutti in una stanza brulicante di alieni. E’ a partire da questo episodio che la società si manifesterà in maniera esplicita in altri episodi del franchise, fino ad arrivare all’incontro con la figura del fondatore Peter Weyland sotto forma di ologramma in Prometheus (2012) e in un breve incipit di Alien: Covenant (2017), seppure siano entrambi prequel. Questi bilanciamenti continui tra forma, contenuto, muscolarità e tecnologia rendono Aliens il migliore seguito di tutta la saga e dimostrano le grandi capacità di sequel-making di Cameron. Non solo, ma a più di 30 anni dalla sua uscita, il film mantiene in maniera brillante il carattere di opera seminale nello sviluppo cameroniano della figura femminile e del confronto con il destino/natura, temi che il regista elaborerà attraverso il personaggio di Sarah Connor nel successivo Terminator 2: Il giorno del giudizio (1991) e ulteriormente espansi in direzione ecologista nel 2009 in Avatar (con la Weaver ancora tra i protagonisti).

 

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