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	<title>Matteo Bonfiglioli | Il Cineocchio</title>
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		<title>Dossier: Funny Games di Michael Haneke, quando l&#8217;orrore ci guarda negli occhi e sogghigna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bonfiglioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 14:55:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Horror & Thriller]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1997, Arno Frisch e Frank Giering era gli spietati protagonisti di un'opera destabilizzante, volta a dialogare direttamente con lo spettatore e spingerlo a riflettere su quanto sta vedendo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/funny-games-recensione-analisi-film-haneke-significato-meta-horror/">Dossier: Funny Games di Michael Haneke, quando l&#8217;orrore ci guarda negli occhi e sogghigna</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Presentata in concorso durante il 50° Festival di Cannes, <strong>Funny Games</strong> è forse l’opera più conosciuta di <strong>Michael Haneke</strong>, ma anche la più concettuale e meta-testuale. Solo ad una prima occhiata si incastona nelle ricorrenze del cinema di genere horror, apparendo come macabro teatro di scontro tra una famiglia e un sadico elemento di rottura esterno.</p>
<p>In tutta la sua filmografia, Michael Haneke ha criticato la società attraverso la dissoluzione del nucleo famiglia, prendendo in causa la relazione tra media e spazio domestico, oltre che la rappresentazione del dolore, la mercificazione, l’alienazione e la violenza repressa della vita borghese. I suoi film sono spigolosi, difficili alla visione, laconici nel motivare le azioni dei personaggi, restii a spiegarsi allo spettatore. Ma nonostante Funny Games possa <strong>presentarsi come un’opera presuntuosa, arroccata in sé stessa, più teorica che artistica</strong>, è in realtà il film più votato al pubblico del regista austriaco, più per gli elementi linguistici con cui sceglie di mediare la vicenda che per il contenuto. È un atto di responsabilizzazione della visione e quindi di amore, in un certo senso.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/funny-games-1997-film-poster.jpg" rel="lightbox" title="Dossier: Funny Games di Michael Haneke, quando l'orrore ci guarda negli occhi e sogghigna"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-267063" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/funny-games-1997-film-poster-300x450.jpg" alt="funny games 1997 film poster" width="249" height="374" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/funny-games-1997-film-poster-300x450.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/funny-games-1997-film-poster-1152x1728.jpg 1152w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/funny-games-1997-film-poster-768x1152.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/funny-games-1997-film-poster-1024x1536.jpg 1024w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/funny-games-1997-film-poster.jpg 1280w" sizes="(max-width: 249px) 100vw, 249px" /></a>Proprio come ne <em>Il Settimo Continente </em>del 1989, è ancora una famiglia della media borghesia austriaca ad essere protagonista della vicenda. Moglie e marito, interpretati con devozione e realismo dalla coppia Mühe e Lothar, assumono uno spessore materico nella sofferenza, grazie alle ottime performance dei due attori, morti prematuramente.</p>
<p>Anna, Georg e il piccolo Georgie stanno raggiungendo la villetta sul lago dove trascorreranno le vacanze. La sequenza iniziale segue la loro utilitaria intenta a percorrere una strada immersa nel verde boscoso dell’Austria collinare. Al <em>plonge</em> dall’alto si alternano i piani d’insieme della famiglia nella macchina. La serenità del dato uditivo si squarcia con un pezzo slasher rock e il titolo a caratteri cubitali rosso sangue soffoca l’immagine: l’oscuro presagio, la distruzione dell’atmosfera abitudinaria tipica di Michael Haneke.</p>
<p>“<strong>Quello che cerco è un tipo di atmosfera riconoscibile per lo spettatore medio di un qualsiasi paese industrializzato. E poi la distruggo</strong>”. Arrivata a destinazione infatti la famiglia verrà sequestrata, seviziata e uccisa da due enigmatici giovani in abito bianco, due personaggi senza passato, votati al male, predestinati alla violenza, pure funzioni narrative. La villetta bianca, accogliente e calda delle vacanze si trasformerà in un teatro macabro, perdendo i suoi valori di privacy e sicurezza.</p>
<p>Durante la prima a Cannes, più di due terzi della platea abbandonò la sala, ma sarebbe riduttivo pensare a Funny Games come un’opera semplicemente provocatoria o eccessivamente violenta, nel suo insistere sull’agonia della famiglia, con una regia spietatamente fissa o con semi-panoramiche lente e ponderate.</p>
<p>Guardando il film del 1997 <strong>versiamo in un continuo stato di tensione tra un piacevole assorbimento nella finzione narrativa e un perturbante stato di coscienza della natura fittizia del film come artefatto</strong>. È principalmente l’espediente dello sguardo in macchina a scomodarci sulla poltrona della sala, a palesare a noi stessi il nostro atto di guardare. L’asse comunicativo tra un personaggio che con lo sguardo in macchina coinvolge il pubblico è generalmente un espediente filmico <em>immersivo</em> e fidelizzante, soprattutto se si pensa al contesto dell’ultima serialità.</p>
<p>Michael Haneke in Funny Games inverte lo strumento narrativo e si rifiuta di utilizzarlo semplicemente come ponte identificativo.</p>
<p>L’unico a frantumare la parete è il carnefice Paul (non a caso interpretato dall’<strong>Arno Frisch</strong> di <em>Benny’s Video</em>), che durante tutto l’arco del film <strong>dialoga con noi spettatori</strong>, ci guarda mentre lo guardiamo, ci chiama in causa, e lo fa principalmente nei climax più tragici o violenti, come il ritrovamento del cadavere del cane.</p>
<p>L’aguzzino che invade lo spazio sacro e intimo della casa si relaziona allo spettatore come al suo compare imbranato Peter (<strong>Frank Giering</strong>), criminalizza il nostro atto visivo, certificandoci non semplicemente come dei voyeur, ma come veri e propri intrusi sadici. Siamo costretti a un’alleanza che non sapevamo di aver già stipulato dal momento che abbiamo guardato lo schermo. Paul ce la ricorda questa alleanza. <strong>Il suo sguardo squarcia il velo rassicurante quanto esile della finzione</strong>. È un interloquire sornione, divertito, spietatamente ironico e pungente il suo; cerca complicità per il suo sadismo, un compagno per il suo valzer crudele.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Susanne-Lothar-in-Funny-Games-1997.jpg" rel="lightbox" title="Dossier: Funny Games di Michael Haneke, quando l'orrore ci guarda negli occhi e sogghigna"><img decoding="async" class=" wp-image-267068 alignleft" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Susanne-Lothar-in-Funny-Games-1997-300x169.jpg" alt="Susanne Lothar in Funny Games (1997)" width="350" height="197" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Susanne-Lothar-in-Funny-Games-1997-300x169.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Susanne-Lothar-in-Funny-Games-1997-1152x648.jpg 1152w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Susanne-Lothar-in-Funny-Games-1997-768x432.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Susanne-Lothar-in-Funny-Games-1997-1536x864.jpg 1536w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Susanne-Lothar-in-Funny-Games-1997.jpg 1600w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a>Siamo chiamati ad allontanarci dall’immersione nella vicenda narrata e a interrogarci invece sulla narrazione-film. Prendiamo consapevolezza della responsabilità che abbiamo davanti alla rappresentazione della violenza e del dolore in Funny Games. Siamo costretti a prendere una posizione, a considerare la finzione come elemento della realtà, il falso come un momento del vero.</p>
<p>È emblematica la conversazione in barca tra Paul e Peter: dialogano con indifferenza, citando <strong>Jean Baudrillard: “Ma la finzione è vera” &#8211; “Perché?” &#8211; “La si vede nel film giusto? Bè, allora è altrettanto vera come la realtà che comunque si vede”</strong>. Ad un certo punto dell’opera, Georg, esausto e disperato, chiederà il motivo di tanta violenza: “Perché lo fate?”- “Perché no?” risponde Paul “Non dimentichi il valore dell’intrattenimento”. All’interno della riflessione sul film come costrutto linguistico, si innesta la critica alla società, setacciata nella sua unità più elementare: la famiglia, sbiadita dall’innesto di un nuovo focolare, quello della televisione e più in generale dei media.</p>
<p>Di fronte alla gratuità della violenza dei due giovani, siamo portati ad identificarci nella famiglia, a sperare se la cavi. Ma come pubblico interloquiamo solo col carnefice e <strong>diventiamo suoi complici inermi</strong>. Siamo come lui, in bilico tra l’esterno e l’interno della narrazione, carnefici e vittime dello stessa sistema mediale che sa intrattenerci ma non esita ad inglobarci nel palinsesto quando ne diventiamo degni. Paul ci intrattiene come il presentatore di un quiz: “Che dite? Pensate abbiano una possibilità di vincere? Voi state dalla loro parte, no? Allora, su chi scommettete?”, “Come dicono in TV: che la scommessa abbia inizio”.</p>
<p>Siamo in suo controllo come la famiglia e, in un certo senso, tutto Funny Games. La figura di Paul arriva a coincidere con il ruolo <em>ex machina</em> del regista stesso, autore che decide i tempi e le azioni. Paul ha il controllo totale su di noi, sulla famiglia e sulla narrazione. Questo è evidente nella sequenza in cui, tramite l’uso del telecomando &#8211; oggetto non casuale -, compie <strong>un’azione di <em>rewind</em> sulla narrazione stessa</strong>, riportando in vita il suo complice Peter. Il riavvolgimento, col suo montaggio anomalo e veloce, è attuato nel film e sul film. Chiarisce il discorso di Michael Haneke sullo spettatore come ricevente responsabile, come contributo attivo all’opera e sottolinea la natura meta-testuale del film. Il rewind di Paul sancisce la fusione e l’eliminazione dei confini tra la realtà e la medialità.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny-Games-1997-film.jpg" rel="lightbox" title="Dossier: Funny Games di Michael Haneke, quando l'orrore ci guarda negli occhi e sogghigna"><img decoding="async" class="alignright wp-image-267067" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny-Games-1997-film-300x170.jpg" alt="Funny Games (1997) film" width="349" height="198" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny-Games-1997-film-300x170.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny-Games-1997-film-768x436.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny-Games-1997-film.jpg 839w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a>La televisione è per Michael Haneke un interlocutore rutilante ma muto, asservito ma tirannico, è il nuovo centro della casa, come lo saranno il PC e lo smartphone successivamente (si pensi all’uso del cellulare di Emma in <em>Happy End</em>). Mentre Peter uccide Georgie in salotto, Paul si sta preparando un panino in cucina. Come noi, sente lo sparo provenire dal salotto; non si sconvolge, come se lo stesse sentendo dalla TV, che fa chiasso in sottofondo.</p>
<p><strong>Non si comporta come se fosse responsabile</strong>: è spettatore uditivo come noi. Tornati nel salotto degli orrori, la telecamera indugia su quella che forse è l’inquadratura più emblematica dell’opera: un televisore acceso, sintonizzato su una gara automobilistica, con lo schermo macchiato del sangue del bambino. Sangue innocente bagna la parata indistinta e frammentaria del flusso mediale.</p>
<p>La casa si svuota della sua storia oltre che del dato umano: la regia, raffinata nel suo continuo riferirsi formalmente al contenuto narrato, tende a eliminare il corpo umano dallo spazio domestico, rifiuta la soggettiva, scompone la fisicità di Anna in <em>close-up</em> oggettuali nelle azioni in cucina, relega i corpi al fuoricampo nella prima sequenza nella casa, li riduce al dato uditivo. In Funny Games <strong>la morte è sempre fuori inquadratura</strong>, ripresa nei suoi effetti o nelle sue premesse più terrificanti. I corpi deboli e tremanti di chi rimane tornano ad essere durevolmente in campo solo dopo, come nell’ammirevole e sconvolgente totale del salotto in cui <strong>Susanne Lothar</strong>, con i piedi e le mani legate si alza ed esce dall’inquadratura: anche l’estensione della durata contribuisce a far si che ci vediamo mentre guardiamo.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny_Games_1997.jpg" rel="lightbox" title="Dossier: Funny Games di Michael Haneke, quando l'orrore ci guarda negli occhi e sogghigna"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-267069 alignleft" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny_Games_1997-300x159.jpg" alt="Funny_Games_(1997)" width="349" height="185" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny_Games_1997-300x159.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny_Games_1997-1152x610.jpg 1152w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny_Games_1997-768x407.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny_Games_1997-1536x813.jpg 1536w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/10/Funny_Games_1997.jpg 1900w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a>Funny Games è un horror che solo apparentemente si inscrive nelle logiche di genere, <strong>ammiccando ad alcuni archetipi</strong>: il look dei due aguzzini, la macchina che percorre la strada di montagna (<em>Arancia Meccanica</em>, <em>Shining</em>), i dettagli oggettuali sul coltello, le uova, le mazze da golf, false premesse che disorientano e ingannano lo spettatore, illudendolo di trovarsi davanti ad un film di genere, che quegli oggetti serviranno ai protagonisti, che almeno un buono trionferà.</p>
<p>In questo senso, è <strong>in aperta antitesi a un tipo di cinema d’intrattenimento di derivazione hollywoodiana che Michael Haneke critica apertamente</strong>, colpevole di impedire la riflessione, di viziare il pubblico nella ricerca disperata di apprezzamento.</p>
<p>Resta il fatto che come molti altri film del cineasta austriaco, è un’opera magniloquente che interroga e mette in discussione il cinema come apparato linguistico, e proprio qui sta l’amore per il mezzo, la dedizione e la forza dialettica tra forma e contenuto. Lo spettatore esce dalla sala sconvolto da una sceneggiatura che sa essere ironica quanto spietata, reticente nella motivazione dei personaggi, nelle basi psicologiche.</p>
<p><strong>Chi erano quei due giovani sadici?</strong> Quale ragione, conflitto, premessa o sotto-testo motivava alla base le loro azioni violente indicibili e &#8216;infilmabili&#8217;? Forse non c’è o forse è la stessa che ha spinto noi a sederci sulla poltrona e a tenere gli occhi ben aperti. <strong>Forse siamo noi quel sotto-testo mancante</strong>.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer internazionale</strong> di Funny Games:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/bH2HS6uWIhQ" width="1013" height="570" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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