Sci-Fi & Fantasy

Intervista esclusiva a Craig Parker: “Morire tra le braccia di Aragorn è stato un privilegio”

Incontro ravvicinato con l'attore neozelandese, parlando di elfi, Spartacus e del giovane Ryan Gosling

In occasione del Comic-Con di Praga 2026 abbiamo avuto l’occasione di incontrare Craig Parker e aver così modo di conoscere da vicino un attore neozelandese che ha costruito una carriera solida e sorprendentemente trasversale.

Formatosi al Glenfield College, sulla North Shore di Auckland, Parker ha poi affinato le sue capacità al Northland Youth Theatre di Whangārei, dove è nata la sua passione per la recitazione e ha preso forma il suo percorso professionale.

Il grande pubblico lo conosce soprattutto per il ruolo dell’elfo Haldir di Lórien in Il Signore degli Anelli (La Compagnia dell’Anello e Le Due Torri), ma sul grande schermo ha inoltre interpretato Sabas in Underworld – La ribellione dei Lycans.

In televisione ha dato volto al carismatico antagonista Darken Rahl nella serie fantasy La spada della verità, prodotta da Sam Raimi e Rob Tapert, per poi vestire i panni di Gaio Claudio Glabro in Spartacus e nel suo seguito La Vendetta.

Tra il 2014 e il 2017 ha interpretato Lord Stéphane Narcisse nella serie in costume Reign. La sua carriera televisiva è costellata anche da numerose partecipazioni in serie cult come Xena: la principessa guerriera, Young Hercules, Sleepy Hollow e NCIS. Nel 2018 è apparso in Agents of S.H.I.E.L.D. nel ruolo del Kree Taryan e ha ricoperto il ruolo ricorrente di Alastair Caine nel reboot di Streghe.

Con una carriera che spazia dal fantasy epico al dramma storico, passando per produzioni cult della televisione, Craig Parker si è affermato come un interprete versatile e apprezzato a livello internazionale.

Craig, i tuoi primi contatti con il pubblico arrivano ancora prima dell’uscita de Il Signore degli Anelli. Che esperienza è stata?

Non ho mai capito fino in fondo come sia successo, ma molto presto—ancora prima che i film uscissero—sono stato invitato con alcuni amici alla mia prima convention. Era novembre, e il primo film sarebbe arrivato a dicembre. È stato tutto molto strano: non avevo ancora visto il film, eppure eravamo lì. In quelle occasioni facevamo molta improvvisazione, sketch comici… e proprio grazie a quell’approccio siamo stati invitati ad altri eventi. Poi i film sono usciti, e siamo passati a convention dove il pubblico li aveva già visti e amati.

Per un anno intero, prima del secondo film, siamo rimasti in questo limbo. Credo che ci tenessero perché portavamo entusiasmo e leggerezza. In realtà, penso che ci abbiano continuato a invitare anche perché facevamo cose sciocche, divertenti, e trasmettevamo entusiasmo. Poi, dopo la Battaglia del Fosso di Helm, qualcosa è cambiato.

La morte di Haldir è uno dei momenti più emotivi della saga. Come hai vissuto quella scelta narrativa?

È stato incredibilmente lusinghiero, anche se all’epoca odiavo vedermi sullo schermo—e in realtà ancora oggi non è qualcosa che mi piace particolarmente. Quella scena non è nei libri. Un giorno Philippa Boyens mi disse: “Peter [Jackson] vuole ucciderti”. Non è stata una frase rassicurante! Mi disse anche chiaramente che nel secondo film mancava un vero senso di sacrificio: dopo Boromir nel primo, serviva un momento altrettanto forte e volevano mostrare anche il contributo degli elfi. L’obiettivo era onorare il legame tra elfi e uomini, e per questo volevano che fosse proprio un elfo—e non uno qualunque— a morire.

Così ho avuto la fortuna di girare molte scene al Fosso di Helm e di condividere un momento bellissimo con Viggo Mortensen. E poi c’è la musica di Howard Shore… devastante, in senso positivo. Credo davvero che gran parte dell’impatto emotivo di quella scena sia merito della sua colonna sonora, incredibilmente potente. Credo che gran parte dell’emozione venga proprio da lì. A distanza di 22 anni, sono profondamente grato di aver potuto morire tra le braccia di Aragorn.

In Spartacus interpreti Glabro, un antagonista complesso. Come hai costruito il personaggio evitando il cliché del “cattivo”?

La cosa che ho amato di più di Spartacus è stata proprio questa libertà. Di solito, quando interpreti un villain, devi trovare un modo per far sì che il pubblico ti ami comunque: il fascino, l’ironia, quella “scintilla” nello sguardo. Con Glabro non era necessario. Potevo renderlo davvero spezzato, spregevole, crudele. E questo era liberatorio. Ho potuto esplorare il lato più brutto dell’essere umano, senza doverlo rendere accattivante.

La serie raccontava persone danneggiate che cercano di sopravvivere—attraverso il potere, il sesso, il denaro, la famiglia. Glabro è qualcuno che è stato umiliato e maltrattato, e invece di diventare migliore, è diventato peggiore. Diventa lui stesso un bullo, più crudele di quelli che lo hanno ferito. La cosa interessante è che lui non si percepisce mai come il cattivo. Sa sempre perché agisce, è convinto di avere ragione. Nella sua visione del mondo, ogni sua azione è giustificata. E spesso i peggiori villain sono proprio quelli che credono di fare la cosa giusta. Ed è qualcosa che, purtroppo, troviamo anche nel mondo reale di oggi.

All’inizio della tua carriera hai lavorato in serie cult come Xena e Young Hercules. Quanto hanno influenzato il tuo rapporto con il fantasy?

Col giovanissimo Ryan Gosling! Oggi prova a negare, ma noi lo ricordiamo bene! [ride] Ho sempre amato leggere, e da bambino ero affascinato dal fantasy: mondi segreti, più interessanti della vita quotidiana. Ricordo in particolare gli autori come Alan Garner, che hanno segnato la mia immaginazione. Credo che sia anche questo ad avermi spinto verso la recitazione: il desiderio di vivere in universi più grandi, più intensi, quasi operistici. Nel fantasy la posta in gioco è sempre più alta.

E poi è divertentissimo: costumi straordinari, combattimenti con le spade… è come tornare al gioco dell’infanzia, al “facciamo finta che …”, ogni giorno puoi essere un personaggio diverso. Inoltre ho una formazione teatrale, e questo aiuta molto. Il fantasy ha una componente più stilizzata, quasi “british” nel suo approccio, più vicino al teatro. Probabilmente è anche per questo che questo tipo di linguaggio funziona così bene nel genere.

A questo proposito, gli elfi de Il Signore degli Anelli hanno una fisicità molto specifica. Quanto lavoro c’è stato dietro postura, movimento e combattimento?

Enorme. Una delle domande più difficili era: “Come si interpreta qualcuno che ha mille anni?”. All’inizio avevamo anche un accento molto gallese per l’elfico… poi è stato cambiato, e abbiamo dovuto ridoppiare tutto. Un incubo! Avevamo già girato molte scene con quell’accento, quindi è stato necessario rifare il lavoro adattando anche il movimento delle labbra.

Fisicamente, gli elfi non guardano mai in basso, sembrano quasi fluttuare. Ma noi eravamo nei boschi, con lenti a contatto che limitavano la vista, tra polline e radici… e continuavamo a inciampare! Era disastroso. C’erano intere sequenze rovinate perché cadevamo continuamente: essere “elfi perfetti” nella pratica era tutt’altro che semplice.

Per il combattimento avevamo un team straordinario. L’idea era quella di uno stile fluido, quasi da ninja, ispirato anche alla cultura giapponese. Una danza elegante. Le spade stesse avevano un design che richiamava le katane, proprio per dare quella qualità leggera e armoniosa. Noi abbiamo fatto del nostro meglio, ma poi arrivavano gli stuntman professionisti… e lì capivi davvero cosa significasse essere perfetti.

Tra fantasy e storico: quale universo è stato più impegnativo?

Dal punto di vista del lavoro, direi Spartacus. È stato il progetto più duro, quello in cui ho lavorato di più. Ma l’esperienza più gioiosa è stata Reign. Era un mondo “alto”, con una famiglia reale dove ogni scelta aveva conseguenze enormi. Interpretare personaggi che governano significa giocare emozioni estreme: quando amano, amano totalmente; quando odiano, distruggono. E poi il cast era meraviglioso. Ci divertivamo tantissimo, anche nel mettere in scena le cose più terribili. È stato, senza dubbio, il set più felice della mia carriera.

Ora stanno girando The Hunt for Gollum. Segui ancora da vicino l’universo della Terra di Mezzo?

Assolutamente sì. Andy Serkis alla regia è una garanzia: è straordinario. Sono molto curioso di vedere cosa farà con quel mondo. Credo che sarà qualcosa di davvero interessante. Ha anche accennato al coinvolgimento di un’attrice legata ai primi film di Peter Jackson, e questo rende il progetto ancora più affascinante.

Guardando alla tua carriera, cosa ti affascina ancora oggi come attore?

Sono sempre attratto da mondi “più grandi”, dove le emozioni sono amplificate e le scelte contano davvero. Che sia fantasy, storico o fantascienza—che è ciò che amo di più come lettore—mi interessa esplorare cosa significa essere umani quando tutto è portato all’estremo. È lì che emergono le storie più interessanti.

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Published by
Alessandro Gamma