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Intervista esclusiva | Xavier Gens: “Esiliato dopo Frontiers; la Francia non vuole gli horror estremi”

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Il regista - che lavora negli Stati Uniti da 10 anni - ci ha rivelato le ragioni per cui la stimolante New French Extremity degli anni 2000 si è esaurita senza lasciare tracce

Dopo la gavetta come aiuto-regista in film d’azione come Maximum Risk (1996) e Double Team – Gioco di squadra (1997) e dopo un bel po’ di cortometraggi nei primi anni 2000, il francese Xavier Gens è salito alla ribalta internazionale nel 2007, anno di uscita di ben due suoi lavori (sui cinque totali realizzati fino ad oggi), che lo hanno visto nei panni di sceneggiatore e regista, ovvero l’horror Frontiers – Ai confini dell’inferno e il primo adattamento per il grande schermo del videogioco Hitman.

Abbiamo incontrato Gens all’ultimo Festival Internazionale del cinema fantastico di Sitges, dove presentava il fanta-horror dagli echi lovecraftiani Cold Skin (la nostra recensione), approfittandone per ripercorrere le tappe fondamentali della sua decennale carriera.

Frontiers uscì nei cinema in quello che si può ben dire sia stato forse il momento migliore di sempre per l’horror d’oltralpe. Ora, come purtroppo vediamo, questa new wave (o New French Extremity) si è praticamente esaurita. Quali pensi siano le ragioni?

E’ molto semplice. Tra il 2005 e il 2010 a Canal Plus c’era questo ragazzo straordinario di nome Manuel Alduy che decise di realizzare questa collezione di film chiamata French Frayeur. Aveva a disposizione un budget per realizzare dai 5 ai 10 film, quindi aveva cominciato a chiedere delle sceneggiature da finanziare. Così ragazzi come me, Pascal LaugierAlexandre Bustillo e Julien Maury gli diedero i loro script affinchè ne venissero ricavate delle pellicole horror. Fu lui a dare l’input affinchè tale movimento potesse sorgere. Io personalmente lo ringrazio molto, sia personalmente che per aver convinto Canal Plus a crederci. Molti di noi erano al primo film e, poichè i risultati furono così estremi, tutti quanti di lì a poco fummo inghiottiti da Hollywood, perchè in Francia nessun altro voleva fare film con noi, ci consideravano come dei paria. Tutti quanti odiavano quei film, i finanziatori, i distributori, il pubblico e pure la stampa! Mad Movies ad esempio scrisse parole di fuoco. Non so bene come mai … Credo che considerandosi la Francia un paese molto intellettuale, pellicole così crude suscitarono ribrezzo perchè considerate stupide, quindi ci misero alla porta. Fummo così obbligati ad andare in America e io da allora non ho più girato niente in patria. Non è accaduto come in Italia, quando negli anni ’70 Dario Argento apparve sulle scene e tutti furono elettrizzati andando a vedere i sui film in sala …

 Anche in Italia la situazione è cambiata però … il cinema horror locale non solo fa fatica ad arrivare al cinema, ma quando ce la fa gli incassi non sono esaltanti …

Si lo so … un peccato. Però mi è piaciuto molto Lo chiamavano Jeeg Robot!

Venendo al tua prima pellicola americana, Hitman – L’assassino, del 2007 con Timothy Olyphant, che ricordi hai dell’esperienza?

Fondamentalmente a Hollywood vieni assunto in quanto tecnico, per girare solamente il film, ma il produttore ha il final cut. E’ come per la pubblicità. Arrivo sul set, mi impegno, mi diverto a dirigere e soprattutto accumulo esperienza personale, così quando mi ritrova a fare un film molto personale e dal budget ristretto – meno di 10 milioni – come Cold Skin, il bagaglio che mi porto dentro mi aiuta molto. Se non avessi fatto prima Hitman e il recente The Crucifixion [la nostra recensione] non avrei potuto farlo allo stesso modo e con gli stessi risultati. E’ molto importante tenersi in esercizio. So bene che Hitman non è un film memorabile, ma mi ha dato la possibilità di giocare con i migliori giocattoli sulla piazza, ho avuto in mano la responsabilità di molte cose sul set e avevo 32 anni all’epoca, è stata un’esperienza incredibile da vivere. La stessa cosa vale per The Crucifixion – che è prodotto dagli stessi di L’Evocazione – The Conjuring – il montaggio e la post-produzione non sono stati curati da me e c’erano molti meno jumpscare nella sceneggiatura, ma quando ho firmato il contratto ho in pratica confermato la mia fiducia in loro e nella loro conoscenza migliore del mercato e farlo mi ha permesso di arrivare a parzialmente finanziare Cold Skin, che era il mio sogno nel cassetto. A volte posso non essere state d’accordo su alcune decisioni, ma non c’è nessun problema per me ad affrontare questi passaggi. Non capisco davvero quei registi europei che vanno negli Stati Uniti e poi alla fine si lamentano di non aver avuto il final cut

Parole schiette e sincere quelle di Gens, sulla stessa linea del collega belga Fabrice du Welz (le sue dichiarazioni, molto simili, nell’intervista esclusiva che abbiamo registrato al BIFFF 2017). Auguriamoci solo che qualche distributore si premuri di far arrivare anche in Italia qualcuno dei suoi ultimi film.

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