Nuovi scenari di lavoro all'orizzonte
Dopo anni di voci, indiscrezioni e smentite, ora è ufficiale: Kathleen Kennedy ha lasciato il ruolo di presidente di Lucasfilm, chiudendo uno dei capitoli più discussi e controversi della storia recente del cinema commerciale. La sua uscita segna il più grande cambio di leadership dello studio da quando Disney acquisì Lucasfilm nel 2012 per circa 4 miliardi di dollari, un’operazione che Kennedy contribuì direttamente a costruire insieme a George Lucas, che la scelse personalmente come sua erede.
Il bilancio del suo operato resterà inevitabilmente divisivo. Da un lato, la Kennedy ha guidato il rilancio televisivo di Star Wars, portando alla nascita di successi come The Mandalorian e dell’acclamata Andor, due serie che hanno ridefinito il modo in cui la saga vive fuori dal cinema. Dall’altro, il suo nome resterà legato anche alla trilogia sequel, una fase che ha spaccato profondamente il fandom e tenuto Lucasfilm in uno stato di conflitto permanente, soprattutto online. Che la si consideri un’architetta necessaria o un parafulmine per ogni polemica, il suo impatto sul franchise è stato enorme.
Con l’uscita di scena della Kennedy, Lucasfilm entra ora in una nuova fase, guidata creativamente da Dave Filoni e sul piano gestionale da Lynwen Brennan. Ma il passo indietro dal ruolo dirigenziale non coincide affatto con un addio all’industria. Kathleen Kennedy resta a Hollywood, e guarda apertamente a un futuro che include anche l’intelligenza artificiale generativa.
In un’ampia intervista di congedo con Deadline, Kennedy ha spiegato di sentirsi finalmente pronta a tornare a fare film in modo più diretto e personale:
«Ho detto a tutti che sarei rimasta un po’ più a lungo di quanto avessi previsto, ma ora sono davvero pronta ad andare avanti e ad avere l’opportunità di realizzare molti film». L’obiettivo, racconta, è tornare a un cinema più eclettico, simile a quello che ha segnato le fasi iniziali della sua carriera, e a collaborare di nuovo con Frank Marshall, storico partner creativo.
Ma è un’altra frase a far discutere:
«Sono anche molto interessata alle nuove tecnologie, devo dirlo». Il riferimento è chiaro: l’intelligenza artificiale generativa, uno dei temi più divisivi dell’Hollywood contemporanea. La Kennedy è consapevole delle paure e delle resistenze che circondano l’argomento, ma rivendica un approccio prudente e regolato.
«Mi interessa esplorare questi strumenti in modo responsabile, affrontando le complessità legate alla protezione dei diritti degli artisti. Questo è fondamentale», ha chiarito.
Allo stesso tempo, la produttrice sottolinea il potenziale creativo della tecnologia: nuovi strumenti capaci di ampliare il linguaggio visivo del cinema e di rendere possibili immagini e mondi finora irrealizzabili.
«Sento davvero che stiamo entrando in un momento in cui vedremo cose che non abbiamo mai visto prima. Ed è qualcosa di estremamente stimolante».
Un entusiasmo che si scontra però con le preoccupazioni di molti autori, sceneggiatori e registi. Cinema e televisione non sono semplici catene di montaggio di contenuti, ma nascono da esperienza vissuta, specificità emotiva e punti di vista umani. Il rischio, con l’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale, è quello di trasformare la narrazione in un esercizio statistico, freddo, sempre più simile a ciò che l’industria già fatica a evitare: storie costruite per replicare ciò che ha funzionato, invece di inventare davvero qualcosa di nuovo.
Kennedy, tuttavia, non vede l’IA come una soluzione universale, ma come uno strumento utile soprattutto per il cinema di grande scala. «Non dico che impatti ogni singola storia», ha spiegato, «ma per i grandi racconti che richiedono costruzione di mondi e immagini mai viste prima, credo davvero che questa tecnologia possa fare la differenza».
Qualunque sia il giudizio sul suo percorso, una cosa è certa: l’uscita di Kathleen Kennedy da Lucasfilm non segna la fine della sua influenza. Al contrario, il suo prossimo capitolo la pone ancora una volta al centro del dibattito su cosa diventerà Hollywood. Il suo incarico è terminato, ma la sua voce — e la sua disponibilità a muoversi in territori scomodi — continueranno a farsi sentire.