Ma le stesse reazioni non ci sono davanti agli elogi
Quando un film viene giudicato con severità dalla critica professionale, una parte del pubblico reagisce online con ostilità, sarcasmo o diffidenza; quando invece lo stesso film viene accolto con entusiasmo unanime, il silenzio prevale. Questo comportamento, apparentemente contraddittorio, non è casuale né imputabile solo alla “tossicità” del web: è il risultato di una serie di meccanismi psicologici e comunicativi studiati da decenni, che trovano nello spazio digitale un potente amplificatore.
Uno dei pilastri teorici per comprendere il fenomeno è il pregiudizio della negatività, concetto sviluppato in modo sistematico dagli psicologi Paul Rozin ed Edward Royzman, e successivamente approfondito da John T. Cacioppo e colleghi.
Secondo queste ricerche, gli esseri umani attribuiscono un peso emotivo e cognitivo maggiore agli stimoli negativi rispetto a quelli positivi. Una critica severa non viene percepita come “una delle tante opinioni”, ma come un segnale di allarme, qualcosa che richiede attenzione e risposta. Nel contesto cinematografico, una stroncatura non informa soltanto: minaccia il piacere atteso, il tempo investito, l’anticipazione emotiva costruita nei mesi precedenti. La reazione nasce quindi da una perdita simbolica, non da un semplice disaccordo.
A questo si collega un secondo elemento ben documentato negli studi sulla comunicazione digitale: l’asimmetria della partecipazione, analizzata tra gli altri da Wharton, Chevalier e Mayzlin nelle ricerche sulle recensioni online. Le piattaforme non ospitano un pubblico medio, ma un pubblico motivato. Chi è soddisfatto raramente sente il bisogno di intervenire; chi è contrariato, deluso o irritato è invece spinto a esporsi. La lode generalizzata non crea urgenza narrativa, mentre la critica negativa genera una frizione che chiede di essere risolta pubblicamente. Da qui nasce l’impressione che “tutti si lamentino sempre”, quando in realtà parla solo chi sente di dover reagire.
Questo processo si intensifica quando entra in gioco l’identità. Il cosiddetto effetto dei media ostili, formalizzato da Robert Vallone, Lee Ross e Mark Lepper, dimostra che le persone coinvolte emotivamente in un tema tendono a percepire come ostile qualsiasi rappresentazione che non confermi la loro posizione. Nel cinema contemporaneo, film legati a saghe, attori amati o generi fortemente connotati diventano estensioni simboliche dell’identità dello spettatore. Una stroncatura non colpisce più solo il film, ma il gusto, l’appartenenza e persino l’autostima di chi lo difende. Da qui la convinzione che il critico “ce l’abbia” con un certo pubblico.
Quando l’identità è minacciata, entra in gioco ciò che studiosi come Nyhan e Reifler e, in ambito sociologico, Henri Tajfel, hanno descritto come reazione difensiva identitaria. In questi casi, il confronto sul merito cede il passo all’attacco alla fonte: non si discute l’argomentazione, ma l’autorevolezza, l’onestà o le intenzioni di chi parla. Online, questo meccanismo è particolarmente evidente sotto le recensioni negative, dove il critico diventa rapidamente il bersaglio, mentre il film scompare dal centro del discorso.
Il contesto digitale amplifica tutto ciò attraverso la disinibizione online, concetto elaborato dallo psicologo John Suler. Anonimato, distanza fisica e assenza di conseguenze immediate abbassano i freni sociali, rendendo più facile trasformare una frustrazione latente in aggressività esplicita. La stroncatura, già emotivamente carica, diventa così un catalizzatore di reazioni sproporzionate, che danno l’impressione di un rifiuto generalizzato della critica.
Resta infine da spiegare il silenzio che accompagna l’unanimità positiva. Qui la risposta è semplice e, ancora una volta, supportata dalla ricerca: la conferma non mobilita. Come osservano diversi studi sul comportamento dei consumatori, tra cui quelli di Jonah Berger, il passaparola nasce soprattutto da emozioni ad alta intensità, in particolare negative. Quando la critica loda, non c’è frattura da sanare, né identità da difendere. Il critico smette di essere un soggetto visibile e torna a essere uno sfondo.
In conclusione, il pubblico non reagisce di più perché “odia i critici”, ma perché la critica severa attiva meccanismi profondi legati alla perdita, all’identità e alla dissonanza. Online, dove il dissenso è strutturalmente più rumoroso del consenso, questa dinamica diventa dominante. Capirla non significa screditare le reazioni del pubblico, ma riconoscere che il giudizio cinematografico oggi non è solo un atto culturale: è un evento emotivo, e ogni stroncatura viene vissuta come qualcosa che chiede una risposta.