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6/10 su 153 voti. Titolo originale: Breaking In, uscita: 05-05-2018. Budget: $6,000,000. Regista: James McTeigue.

Recensione | Breaking In di James McTeigue

di Sabrina Crivelli

Gabrielle Union è l'eroica madre protagonista di un home invasion 'al contrario' che brilla per totale assenza di tensione e il cui grado di retorica rasenta il grottesco

Quando lo spettatore si approccia fiducioso al thriller è giustamente in cerca di un qualche brivido, che d’altra parte il nome stesso della categoria promette. Più o meno buono che sia, la suspense poi dovrebbe essere tenuta alta per la maggior parte del minutaggio e l’azione – a volte il mistero – dovrebbero aiutare nell’operazione. Dovrebbe … Guardando Breaking In infatti, diretto da James McTeigue (V per Vendetta, Sense8) e malamente scritto – il copione e i dialoghi fanno venire il latte alle ginocchia, ma approfondiremo in seguito – da Ryan Engle, poco riesce nell’intento di creare tensione e la conclusione è tanto telefonato e ovvio che, quando finalmente ci si giunge, non c’è alcuna sorpresa, solo al massimo un certo sollievo per esserci infine arrivati.

Breaking In – il titolo lo suggerisce – implica subito l’introdursi di nascosto tra le mura domestiche di una qualche casa. Home invasion sui generis, si tratta però di uno scambio di ruolo, visto che a cercare di penetrare in una bella villa dispersa nel mezzo dei boschi americani non è il solito malintenzionato, ma la legittima proprietaria, Shaun Russell (Gabrielle Union), moglie e madre di due adolescenti, Jasmine (Ajiona Alexus) e Glover (Seth Carrper), per salvare la sua amata prole. Difatti, dopo la morte del padre di lei (uomo d’affari accusato di truffa finanziaria), un gruppo di criminali decide di rubare il prezioso contenuto della cassaforte che lui nascondeva nella sua casa / fortezza e dove, caso sfortunato vuole, Shaun e i figli si recano per organizzarne la vendita. Nottetempo i malintenzionati imprigionano e legano i due ragazzini, ma la donna riesce eroicamente a scappare, promettendo ovviamente di tornare quanto prima per liberarli. Il resto? E’ lei che fa dentro e fuori dalla magione, temporeggia e patteggia con gli intrusi, insegue ed è inseguita fino all’epilogo edificantemente scontato …

Viene quindi da domandarsi: ‘perché vedere Breaking In?‘ Ebbene, difficile sarà trovare una risposta al quesito, visto che molteplici sono gli aspetti tutt’altro che entusiasmanti. Anzitutto, come anticipato, manca il ritmo, non c’è ansia, elementi che ci si aspetterebbe essenziali vista la trama. Tutti sanno che una volitiva madre, simbolo del femminismo postmoderno, vincerà alla fine contro i quattro violenti maschi criminali che aggrediscono il suo nido. C’è da aspettarselo, d’altronde, sin dall’apertura, quando la vediamo, fragile – ma forte – affrontare la morte e l’ignominia lasciatele in eredità dal discusso genitore. Tuttavia, perfino in un simile contesto, stupisce il livello di retorica smaccatissima che inonda pressoché ogni battuta e risulta grottesca, ridicola. Il concetto di matriarca salvatrice dei suoi piccoli e di donna straordinaria viene ribadito alla nausea e anticipata dall’affermazione della protagonista a Jasmine: “Sono tua madre è il mio lavoro badare a te, non il tuo badare a me” (notare che poi la figlia le fa il verso quando dice al fratellino in un momento di crisi: “Sono la tua sorellona è il mio lavoro badare a te, non il tuo badare a me”). A ciò s’accoda il capo del manipolo di ladri, Eddie (Billy Burke), il quale dice una mezza dozzina di volte almeno ai suoi ‘colleghi’, dubbiosi che la fuggiasca sia scappata a chiamare la polizia, che non devono vacillare, che lei tanto non si allontanerà più di 10 metri perché è una madre e loro ne hanno catturato i figli! Poi parte l’encomio della stessa, genitrice, sì, ma quasi supereroina e il sintagma “Amazing Woman” viene riproposto a oltranza, quasi quanto si ripete “Pelide Achille” nell’Iliade (l’ultima delle volte, Gabrielle Union replica addirittura a un “Sei una donna straordinaria …” un “No,  solo una mamma”). Infine c’è l’apoteosi, quasi sublime: il tagliagole messicano (un personaggio il cui livello di stereotipizzazione rasenta il surreale) afferma netto che avrebbe voluto avere una mamma come lei (!!).

Se quindi è quasi impossibile prendere sul serio i dialoghi, ad aggiungersi al calderone ci sono poi una serie di altre note desolanti, primo fra tutti il ricorso a piene mani a una miriade di cliché e uno sviluppo di una noiosità e prevedibilità estrema. Si parte dalla solita silloge di escamotage ansiogeni, come la tipica inquadratura sinistra dal basso alle spalle (che mima lo sguardo di chi spia), lo scricchiolio, la musica che parte d’improvviso (sembra quasi un classico horror di case stregate …), una fotografia con la cornice di vetro rotta … Si sommano dopo gli inseguimenti con cadute varie (con un tocco di rallenti qua e là), a cui però l’inseguito scampa giusto al momento buono, e le comparse provvidenziali di due personaggi giusto per traghettare gli eventi al finale. Poi c’è la protagonista Gabrielle Union (Bad Boys II), che alterna lo sguardo volitivo della leonessa che difende i propri cuccioli alle faccine preoccupate con tanto di rughine in fronte, peraltro catturate da interminabili primi piani. In ultimo, non c’è una goccia di sangue o un minuto di seria violenza, avviene tutto fuori campo (a un succoso sgozzamento vengono preferiti dei patetici primi piani sul carnefice dalla mimica luciferina e sugli spettatori sconvolti del suo misfatto).

Insomma, se la banalità potesse concretizzarsi in un film, questo sarebbe Breaking In, di cui potete avere un assaggio nel trailer ufficiale in italiano di seguito e che debutterà nei nostri cinema il 26 luglio:

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