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5/10 su 10 voti. Titolo originale: Dark Night, uscita: . Budget: sconosciuto. Regista: Tim Sutton.

Recensione | Dark Night di Tim Sutton

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Il tristemente noto massacro di Aurora è lo spunto per una lucida e attualissima riflessione sulla violenza e sull'uso delle armi negli Stati Uniti, in un'indagine lucida che con stile algido risale alle motivazioni di un'inspiegabile carneficina

Sospeso nel limbo di inquietante calma che precede la tragedia, Dark Night – presentato ben due anni fa alla Mostra del Cinema di Venezia – è quasi un racconto onirico, che non mette in scena la terribile strage avvenuta ad Aurora, Colorado, nel 2012, durante la proiezione di Il cavaliere oscuro – Il ritorno, quando James Holmes aprì il fuoco uccidendo 12 persone e ferendone 58, ma si limita ad immaginarne le premesse. Infatti Tim Sutton, che ha scritto e diretto il film, lascia allo spettatore il compito di figurarsi nella mente l’apice della violenza e taglia seccamente la narrazione un momento prima che la sparatoria abbia inizio, proprio quando il killer, un dottorando in neuroscienze di ventiquattro anni mascherato da Joker, varca la soglia del cinema armato con l’idea di sparare. Scelta dunque ben precisa, sarebbe stato forse più semplice rappresentare in maniera più immediata l’agghiacciante vicenda, oppure delineare un ritratto delle vittime e del carnefice attraverso un più convenzionale schema documentario, con tanto di testimonianze video che aiutassero a comprendere ciò che avvenne. Tuttavia, come è possibile spiegare un atto così efferato e gratuito?

Così, invece di soccombere alla riproduzione pedissequa di quelli che furono gli eventi, lo sviluppo di Dark Night è ben più ambiguo, più problematico. La realtà è in parte falsificata, assumendo così valore assoluto, generale, non solo più relativo al passato, ma anche al presente e al futuro. D’altra parte, come non è catturato dalla telecamera, ma lasciato solo intuire, del massacro di Aurora non è nemmeno subito svelato il responsabile; un Marine tornato a casa dall’Iraq che ha problemi a reinserirsi nella società, un appassionato di videogame violenti con problemi di socipatia (non ha amici se non uno conosciuto online), un ragazzo che si tinge i capelli di arancione (come fece il vero assassino per somigliare al Joker) e infine uno studente problematico particolarmente frustrato, tutti sono presentati da Tim Sutton come possibili responsabili dello sterminio. E non si tratta solo una questione diegetica o formale, di un mero escamotage per alzare il livello di tensione, ma di qualcosa con motivazioni ben più profonde. Il regista e sceneggiatore sembra suggerire che chiunque in una società disfunzionale come quella americana attuale potrebbe commettere un simile crimine, senza nemmeno percepirne del tutto l’estrema gravità. Ogni personaggio diviene allora l’esempio, la concretizzazione, di un killer in potenza, non un mostro o un fanatico, ma semplicemente il figlio della totale e pericolosa apatia, di quella perdita di contatto con la realtà che porta a una deleteria confusione tra virtuale e concreto. Molte sono le incognite, soprattutto sulla causa ultima: facile è incolpare i videogiochi che suscitano l’aggressività nei giovani (uno dei personaggi addirittura ne parla apertamente in certe sequenze), o lo shock post-traumatico dopo un’esperienza bellica, o semplicemente l’emarginazione che porta a un’esplosiva esasperazione. Oppure, in ultima analisi, il tutto discende dalla cultura delle armi da fuoco, alla loro diffusione sul territorio statunitense, spesso senza il dovuto e necessario controllo?

Non sono però forniti facili giudizi, sarebbe troppo semplicistico, ma solamente i soggettivi punti di vista dei protagonisti, che vengono presentati in un susseguirsi di frammenti di storia, senza apparente consequenzialità, se non nel finale, in cui un triste fato deciderà chi sia destinato a essere vittima e chi carnefice. Nulla, d’altra parte, nella descrizione degli eventi, così come dei personaggi, ha alcuna memorabile veemenza, anzi, la stessa vaghezza che era riservata alle psicologie tange e determina i caratteri dell’immagine filmica e dei meccanismi narrativi. L’alienazione di una società sempre più informatica, ma sempre meno umana, è espressa allora dalla recitazione, come dalle scelte di regia e fotografia, che immergono lo spettatore in un mondo quasi surreale e che perfettamente traducono a livello visivo la freddezza e l’apatia alla base di quell’insensato bagno di sangue che le ha ispirate. Questa singolare patinatura, per certi tratti straniante, come il peculiare modo di raccontare, è indubbiamente un tratto distintivo di Tim Sutton, riscontrabile anche nel bellissimo Memphis (2013), in cui è proprio l’estremo distacco che cela e rafforza il pathos, che acuisce la dolorosa narrazione dei fatti, ma qui è caricato di un nuovo tragico valore. Inoltre, se per lo stile asettico ed estetizzato Dark Night potrebbe ricordare Elephant (2003) di Gus Van Sant, per approccio e per tesi di fondo riporta sicuramente alla mente anche il docu-film di Michael Moore, vincitore del premio Oscar nel 2003, Bowling a Columbine, in cui erano in maniera analoga indagate le radici di un altro raccapricciante fatto di cronaca, il massacro avvenuto alla Columbine High School nel 1999 (d’altra parte anche Elephant era ispirato ai medesimi fatti).

Come allora, ancora oggi non ci sono risposte dirette a spiegare il dilagare di tanta brutalità, sono molte le concause, eppure necessario è continuare a interrogarsi su un tema attuale più che mai, visti anche i terribili e recentissimi fatti di cronaca che vedono ancora una volta una scuola, la Marjory Stoneman Douglas high school a Parkland, in Florida, scenario di una vera e propria strage. Proprio per questo, è importante la riflessione portata sul grande schermo da Dark Night, che evitando inutili caricature o derive pietistiche, con il suo stile scabro lascia un segno ancor maggiore nel pubblico e cattura l’essenza di un dramma inspiegabile.

Di seguito trovate il trailer ufficiale in italiano dell’opera, nei nostri cinema a partire dall’1 marzo:

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