Azione & Avventura

5,2/10 su 156 voti. Titolo originale: 鋼の錬金術師, uscita: . Budget: $10,000,000. Regista: Fumihiko Sori.

Recensione | Fullmetal Alchemist di Fumihiko Sori

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Al regista giapponese tocca l'ingrato compito di trasportare sul grande schermo il manga di Hiromu Arakawa; resa visiva ed effetti speciali ok, ma l'approfondimento latita

Fullmetal Alchemist (Hagane no renkinjutsushi) è il piuttosto scontato titolo dell’adattamento live-action dell’omonima serie manga scritta e disegnata da Hiromu Arakawa, uno dei titoli di maggior successo degli anni 2000, capaci di vendere quasi 70 milioni di copie in tutto il mondo e trasformato in due serie anime per la televisione, probabilmente ben note a chi era solito bazzicare MTV una decina di anni fa. La storia è ambientata agli inizi del 20° secolo, in una realtà in cui l’alchimia (antica scienza esoterica che cercava la trasmutazione della materia) è reale, estremamente sviluppata e rispettata. I giovani fratelli Elric, Edward (Ryosuke Yamada) e Alphonse (Atomu Mizuishi, solo voce), dopo aver tentato di utilizzare la tecnica proibita della trasmutazione umana, ne subiscono le dure conseguenze. Il secondo perde tutto il corpo, mentre il primo – il più grande – perde la gamba sinistra. Sacrifica inoltre il suo braccio destro per mantenere l’anima di suo fratello intrappolata all’interno di una grande armatura metallica. Utilizzando un paio di protesi meccaniche conosciute come “automail” per rimpiazzare gli arti mancanti, acquista così il soprannome di “Fullmetal Alchemist”, alchimista d’acciaio, mentre comincia la ricerca della leggendaria pietra filosofale, non senza molte complicazioni, che potrà restituire loro l’aspetto originale. L’adattamento live-action, diretto dal regista Fumihiko Sori, è stato scelto per aprire il Tokyo International Film Festival 2017 ed è ora stato messo a catalogo da Netflix, che lo distribuisce anche nel nostro paese in esclusiva, un po’ come avvenuto pochi mesi fa con un’altra trasposizione di un noto manga, L’Immortale (Blade of the Immortal) di Takashi Miike.

Come dimostrato anche dai recenti Tokyo Ghoul di Kentarô Hagiwara e JoJo’s Bizarre Adventure: Diamond is Unbreakable sempre di Miike (rimaniamo in Giappone e sorvoliamo sui tentativi americani di Death Note di Adam Wingard e Ghost in the Shell di Rupert Sanders), è tutt’altro che facile trasportare sul grande schermo in maniera assolutamente convincente centinaia di pagine cartacee disegnate, conservandone lo spirito e le sfumature. Nonostante la crescente popolarità anche nella terra del Sol levante delle trasposizioni live action di opere di grande successo (ben 16 nel solo 2017!), ci troviamo qui ancora una volta di fronte a un risultato al di sotto delle più che interessanti premesse, sebbene Fumihiko Sori non fosse certo nuovo in questo gioco, avendo precedentemente adattato per il cinema altre due celebri serie manga, Ping Pong (2002) e Tomorrow’s Joe / Rocky Joe (2011).

Il dilemma principale di chi adatta un’opera letteraria o un fumetto molto amato sta nell’individuare il pubblico di riferimento: il film dovrebbe concentrarsi nell’attirare (anche) chi non ne ha mai sentito parlare, oppure puntare dritto sui fan preesistenti? Questa antinomia, purtroppo, risulta alla fine uno dei motivi principali per cui la trasposizione di Fullmetal Alchemist di Sori non risulta all’altezza del suo potenziale. Uno dei motivi principali per cui il manga della Arakawa è divenuto così popolare era il suo talento nel costruire un mondo fantasy così dettagliato e nello sviluppare al contempo un’avventura curata e intricata. La trasmutazione umana fallita dei fratelli Elric era semplicemente il punto di partenza di una storia che piano piano si sviluppa su ben più vasta scala. Naturalmente, la mangaka ha avuto ben 10 anni di tempo – e 27 tankōbon – per elaborare la vicenda e maturare, ma allo stesso tempo, pensando di ricreare quella stessa sfaccettata magia narrativa nello spazio di un solo film – come Sori e soci hanno provato avventatamente a fare – non sorprende che il prodotto finale non riesca, e non possa, reggere il paragone nell’ingrato compito. La pellicola – pur tagliando alcune sottotrame e comprimari – prova davvero a condensare tutte le complesse tematiche del manga (lo scambio equivalente, le chimere, la trasmutazione umana, le cospirazioni militari, gli homunculus Envy, Lust e Gluttony ecc.) in 134′, finendo per incedere attraverso un’esposizione troppo zoppicante e monca, che oltretutto introduce una moltitudine di personaggi in rapida successione e non ne approfondisce troppo il background. Una soluzione che se forse può andare benino a chi conosce già il materiale di partenza, quindi in grado di sorvolare sui dettagli, di certo rende l’opera piuttosto inaccessibile per i nuovi arrivati.

Se siete cresciuti leggendo il manga e/o vedendo la serie animata, quasi sicuramente verrete pervasi dalla sensazione che molti dei momenti chiave della storia originaria – e ce ne sono – siano stati malamente sprecati, senza la minima costruzione di pathos che desse loro il peso che teoricamente avrebbero dovuto avere. I momenti clamorosi e le rivelazioni scioccanti sono qui ridotti a frammenti usa e getta, meri pit-stop all’interno di un film che corre a perdifiato per paura di non riuscire a toccare ogni argomento prefissato. Se è vero che la storia di Fullmetal Alchemist si presterebbe di più a una serie televisiva, avendo optato per il lungometraggio si sarebbe potuto – e dovuto, visto anche il finale aperto (si, per fortuna qualcosa viene lasciato fuori per il futuro …) – focalizzarsi maggiormente su un solo aspetto, magari il primo segmento di storia con l’incontro con la pietra filosofale a Reole. Senza conoscere i personaggi, i frangenti drammatici del materiale di partenza perdono tutto il loro peso emotivo. Inoltre, gli elementi della trama più cupi e maturi contrastano costantemente con lo stile visivo fumettistico e le derive comiche, un’altra soluzione che, sebbene provi a replicare fedelmente quanto si vedeva sulla pagine disegnate o nelle animazioni, perde totalmente di efficacia quando sullo schermo ci sono attori in carne e ossa.

Se quindi Fullmetal Alchemist non riesce a settare il tono emotivo adeguato, complice anche l’inespressivo Yamada (che tra l’avere – e il dimostrare – 10 anni in più di Edward e la parruccona bionda posticcia sembra un cosplayer in visita a Volterra Comics & Games …), le note positive arrivano dalle ambientazioni e dalla resa visiva generale. Il mondo retro-punk europeggiante (buona parte dell riprese sono state fatte nella cittadina Toscana) di Amestris è ritratto infatti in modo vivido e colpisce il felice connubio con gli effetti speciali impiegati. Apparentemente, uno degli obiettivi della pellicola sembra quello di dimostrare il potenziale tecnico del cinema giapponese odierno – e la CGI è di pregevolissima foggia, sia per l’armatura di Al che per le chimere e i divertenti e acrobatici combattimenti a colpi di trasmutazioni di oggetti e pavimentazioni varie, probabilmente il vero punto forte. Una gioia per chi si era immaginato di vederli un giorno ‘dal vivo’. Se soltanto i personaggi fossero stati sviluppati bene quanto le scene d’azione …

In definitiva, la forma salva la sostanza. Il lungometraggio di Fumihiko Sori è troppo sbilanciato e compresso per rientrare tra le trasposizioni memorabili, ma riesce comunque a essere sufficientemente piacevole alla vista e curato da non finire tra i peggiori. Sapendo bene quanto sia estremamente difficile adattare un’opera come quella alla base in due ore di tempo, il lavoro del regista nipponico regge meglio di molti suoi simili.

Di seguito il full trailer originale di Fullmetal Alchemist, che è nel catalogo di Netflix Italia dal 19 febbraio:

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