Horror & Thriller

6/10 su 729 voti. Titolo originale: Insidious: The Last Key, uscita: . Budget: $10,000,000. Regista: Adam Robitel.

Recensione | Insidious: L’ultima chiave di Adam Robitel

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Lin Shaye è - ancora una volta - la protagonista di questo quarto capitolo prequel, che punta su cliché ampiamente abusati e su una trama piuttosto raffazzonata

Ulteriore capitolo di una saga horror già non esattamente elettrizzante o innovativa in partenza, Insidious: L’ultima chiave (Insidious: The Last Key) di Adam Robitel (The Taking of Deborah Logan) s’inserisce nella farraginosa timeline della serie principiata da James Wan nel 2010 con un ulteriore prequel, avendo perlomeno il pregio nella generale insipidezza di aver cercato di esplorare qualcosa di parzialmente inedito, seppur con risultati tutt’altro che auspicabili e ingiustificabile pressappochismo.

In una promettente digressione che ci porta alle origini, troviamo dunque la consueta protagonista, Elise (Lin Shaye), di cui viene indagata la tormentata infanzia durante la quale, oltre a trovarsi ad affrontare un potere, quello medianico, che non era ancora in grado di dominare appieno, era in balìa di un padre violento e vessatorio (Josh Stewart), che la puniva sovente per le visioni discesegli dal suo ‘dono’. Le esperienze legate alla fanciullezza erano rese ancor più fosche dal luogo stesso dove la futura sensitiva era cresciuta, una sinistra magione a lato di un penitenziario (puro escamotage narrativo per aggiunge una nota lugubre alla narrazione e all’estetica generali), dove stuoli di anime perdute, alcune maligne, alcune meno, approdavano dopo essere stati giustiziati, colpevoli o meno. Passano diverse decadi ed ex abrupto la donna, affiancata dagli usuali aiutanti Tucker (Angus Sampson) e Specs (Leigh Whannell) – ovvero le sue imbarazzanti spalle comiche -, viene richiamata da un possibile cliente tormentato alla paterna dimora, trovandosi così suo malgrado ad affrontare gli innumerevoli spettri del suo passato nonché un terrificante demone che lei stessa liberò, ignara delle conseguenze, quand’era una bambina.

Figlio di un’infausta prassi, quella tipicamente made in Blumhouse di procrastinare alla nausea con ogni tipo di prequel, sequel o spin-off un iniziale concept, bisogna guardare a Insidious: L’ultima chiave tenendo anzitutto conto dell’infelice fenomeno seriale, che ormai dilaga e che, se da una parte risulta un fattore d’attrazione in termini di marketing, dall’altro depotenzia a livello narrativo i singoli titoli, che finiscono per risultare solo il frutto della reiterazione dei medesimi, ritriti elementi. Così ci viene ripresentata, in uno schema piuttosto logoro, il personaggio / attore “iconico” (qui è la Shaye, nel franchise di L’Evocazione – The Conjuring sono ad esempio Vera Farmiga e Patrick Wilson, che, peraltro, incarnava al contempo Josh Lambert nei primi due Insidious), che affronta il nuovo demone di turno, secondo il solito canovaccio sviluppato tra contatto del maligno con lo sventurato posseduto a cui seguono eventi pirotecnici in un crescendo di schricchiolii, vociare vario, sagome nell’ombra e movimento di oggetti inanimati (qui si riscontra però un limitato errare del mobilio per diversa scelta stilistica). A ciò segue poi l’acmé orrorifico, ovvero l’apparizione – naturalmente alle spalle – di entità fantasmatiche perlopiù mostruose e macilente, sovente minacciose, benché senza uno specifico motivo (anche gli spiriti più collaborativi e amichevoli si palesano costì …), ma giusto per generare nello spettatore qualche basico jumpscare. Si tratta nel complesso di personaggi, meccanismi ed espedienti narrativi ormai scontati e sommari, spesso peraltro non supportati dallo sviluppo della diegesi, che vengono commutati da un franchise – e da un film – Blumhouse all’altro senza soluzione di continuità, dando vita a una sconcertante fungibilità tra una trama e l’altra, tra la messa in scena e l’altra, tra un protagonista e l’altro e così via. Il risultato è un prodotto usa e getta che si confonde nella memoria del pubblico con infiniti altri simili, in una perversa e deforme filiazione.

In codesto desolante contesto, e memori dell’ignavia dei capitoli precedenti, Insidious: L’ultima chiave pare quasi originale, almeno qualora si consideri, trascurando i sopracitati e ineliminabili cliché, i numerosi colpi di scena presenti nel minutaggio che determinano altrettante inversioni di rotta nella narrazione, la scelta di un fischietto come metodo per comunicare con l’Altrove, nonché l’approccio molto più introspettivo alla figura di Elise, andandone addirittura a indagare i traumi familiari (una protagonista anziana ha tutto un passato inedito da cui pescare …). Se qualche barlume di speranza, e di originalità, potrebbe attrarre con le sue fascinose lusinghe il fan dell’horror che vi si approccia speranzoso, non fatevi illusioni, il livello generale è sempre quello e benché nel rimpasto sia stato aggiunto qualche nuovo ingrediente, quale drammi personali, fratelli ricongiunti e penitenziari fatiscenti (inspiegabilmente non si manifesta tuttavia nessun detenuto fantasma, se ne parla solo qua e là …), l’essenza rimane sempre la medesima, se non peggio. E’ infatti l’ennesimo sequel/prequel figlio di un’idea già spolpata all’osso che, per riuscire a proporre al pubblico qualcosa di apparentemente inedito e spettacolare mesce suggestioni a caso in un assemblage informe e a tratti fin troppo patetico, che non solamente non approfondisce in realtà nulla, ma non motiva nemmeno molti dei passaggi e dei tratti fondamentali, tra cui spiccano la necessità di aprire portali quando l’entità che dovrebbe trovarsi confinata dall’altra parte sin da principio è libera di errabondare dove gli pare, il motivo per cui il demone l’abbia lasciata andare via indenne (e non vale solo per lei), nonché l’implausibile segretezza dei “peculiari” hobby del padre (non si può specificare oltre senza incorrere in spoiler, ma ci sarebbe molto di più da dire…). Inoltre, alla faciloneria con cui la vicenda è raccontata, alle usurate scelte tematiche e visive, a un’entità luciferina con mani dotate chiavi il cui volto sembra quello di un Predator senza maschera un po’ deforme (d’altro canto negli antecedenti compariva un simili Sith con zoccoli caprini…) e agli accessi lacrimevoli e tediosi si aggiunge infine, degna coronazione del tutto, una declinazione grottesca del classico deus ex machina, una sorta di ridicolo clone della Beatrice dantesca destinata a traghettarci verso un finale che può generare solo sconcerto e desolazione (soprattutto nei frequentatori non occasionali dell’horror). Come se non bastasse, per nostra gioia, vengono edificate le basi per altri capitoli, con nuove e più avvenenti giovani medium (d’altronde, Jason Blum ha già reso pubblici i suoi piani).

Forte è quindi lo sconforto per coloro che amano la cinematografia del terrore dopo aver assistito a questa ulteriore triste prova della Blumhouse, non solo presa a sé stante, ma anche in quanto uno dei non poi così tanti titoli del suddetto genere che arrivano nelle sale nostrane (come evidenziato nella nostra riflessione sulla situazione del cinema horror in Italia nel 2017), quando invece ne sono trascurati – o hanno solo sparute uscite tecniche per tempi brevissimi e in pochissime sale – altri ben più rimarchevoli, quali Autopsy, The Devil’s Candy o The Void – Il Vuoto.

Di seguito trovate il trailer italiano di Insidious: L’ultima chiave, nei nostri cinema dal 18 gennaio:

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