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7/10 su 132 voti. Titolo originale: The Man Who Killed Don Quixote, uscita: 19-05-2018. Budget: $19,116,000. Regista: Terry Gilliam.

Recensione | L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam

di Sabrina Crivelli

L'agognata trasposizione che vede questa volta protagonisti Jonathan Pryce e Adam Driver si concretizza finalmente in una personalissima, lirica e visionaria rilettura che rende onore al classico di Miguel de Cervantes

Visionaria e al contempo cinica lettura della realtà, L’Uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote) racchiude tutte le qualità del migliore Terry Gilliam, con in più un tocco di malinconia e di metacinema. Progetto della vita a sua stessa detta, abbiamo dovuto attendere più di vent’anni per vederlo realizzato. Sin dal 1989, difatti, appena dopo aver ultimato Le avventure del barone di Munchausen (The Adventures of Baron Munchausen) il visionario regista aveva iniziato a carezzare l’idea di un adattamento del testo cervantiano, accantonandolo però inizialmente. Poi, nel 2000, sembrava essere giunto il momento giusto perché il il progetto si concretizzasse e iniziassero in Spagna le riprese di una versione moderna del classico della letteratura cavalleresca.

Come ben descritto nel documentario del 2002 Lost in La Mancha, l’adattamento era stato adattato da Terry Gilliam insieme a Tony Grisoni (che aveva lavorato con lui già a Paura e delirio a Las Vegas) e vedeva protagonista Johnny Depp. La storia, frutto di una lunga e travagliata stesura a quattro mani, era incentrata su un giovane regista di spot pubblicitari che, un po’ come nel twainiano Un americano alla corte di re Artù vedeva un uomo dei nostri tempi scaraventato indietro nel tempo e veniva scambiato dal Cavaliere dalla Trista Figura per il suo scudiero Sancho Panza. Le premesse erano promettenti, ma sin da principio la produzione si era rivelata purtroppo un disastro: un investitore si era ritirato in corsa e Jean Rochefort (scelto per il ruolo di Don Chisciotte) non riuscì ad arrivare sul set per un malore prima di prendere il volo aereo. Una volta incominciato a girare in Navarra, le cose erano addirittura peggiorate, tra F16 che rombeggiavano sorvolando la zona e disturbando così la registrazione dell’audio e un incredibile nubifragio che aveva reso la location un unico impraticabile pantano (una battuta nel film del 2018 vi fa laconicamente riferimento). In ultimo, Rochefort dovette recarsi d’urgenza a Parigi per curare una grave infezione e non fece mai più ritorno sul set. Così tutto andò all’aria, tra licenziamenti a catena della troupe, la vendita dei diritti sul soggetto per recuperare qualcosa degli investimenti e i produttori che chiusero i battenti per “cause di forza maggiore”.

Questo lungo preambolo che descrive le molteplici disavventure è necessario non solo per meglio comprendere ora il mood e il contenuto del tanto agognato L’uomo che uccise Don Chisciotte, ma soprattutto per evidenziarne molti degli ingredienti fondamentali. Tutti i tanti trascorsi sono sottesi nell’errare funambolico dell’improbabile duo di personaggi principali, affiorando sovente nel tono autobiografico e ironico, nel disincanto e nella critica caustica dell’ipocrita mondo del cinema. Inoltre, se come predisposto nella pellicola fallita del 2000, l’idea rimane quella di una modernizzazione del romanzo picaresco spagnolo, il concept originario acquisisce tutta una nuova profondità grazie alle esperienze che nel frattempo Terry Gilliam ha vissuto, molte legate alla concretizzazione dello stesso negli anni. Sospeso quindi tra viaggio fantastico e film ‘della memoria astratto’ attraverso la lente letteraria e cinematografica, il protagonista Toby (Adam Driver) è per certi versi un doppio del regista stesso.

La forte componente personale è, d’altra parte, avvertibile fin dall’ouverture ex abrupto: in una landa desolata e arsa dal sole (siamo in Spagna, come verremo a sapere solo pochi minuti dopo) un uomo tutto bardato da cavaliere si lancia contro un mulino a vento con intento bellicoso. Si tratta chiaramente di una citazione del più celebre passo del libro di Miguel de Cervantes, in cui il parodistico eroe viene sollevato dalle infide pale, tentando di combattere il gigante che è persuaso di vedere. Subito, viene a galla la finzione, il ciak s’interrompe mentre l’attore che interpreta la parte penzola e grida; il motore che faceva muovere le enormi tavole di legno s’è rotto. A questo punto è palese, non si tratta della proiezione mentale di un vecchio possidente terriero, un po’ alienato, che ha letto troppi romanzi cavallereschi, ma di riprese cinematografiche, interrotte da un fastidioso imprevisto. E’ questo l’inizio delle mirabolanti avventure di Toby, regista pubblicitario giunto nelle desertiche lande spagnole per dirigere una pubblicità, che indispettito per il caldo e le molteplici difficoltà lascia il set, dopo aver danzato con un avvenente membro della troupe in gonnella. Il personaggio è volutamente fastidioso, un annoiato artista spocchioso e donnaiolo che ormai da tempo ha abbandonato le iniziali velleità creative per lasciarsi fagocitare dalle lusinghe del mondo dello spettacolo e dalle tentazioni della carne, prima tra tutte quella costituita dalla bella moglie del suo capo, Jacqui (Olga Kurylenko). Quando però s’imbatte in una copia di un suo vecchio film venduta da uno gitano in un ristorante, prende il sopravvento la nostalgia di ciò che era: uno studente di cinema pieno di speranze e di ideali, che proprio in un villaggio lì vicino aveva girato il suo primo film su Don Chisciotte. Così decide di tornare alle origini e al pittoresco paesino, ma intanto tutto è cambiato ed è stato proprio lui a distruggere la vita di molte delle persone coinvolte allora. La ragazza comparsa nelle riprese, l’innocente Angelica (Joana Ribeiro), è partita in cerca di successo dopo le lusinghe di lui ed è diventata una escort, mentre il vecchio calzolaio del luogo scelto per la parte di protagonista (Jonathan Pryce) è del tutto del impazzito (come colui che incarnava) e si crede ora il paladino del titolo. E’ proprio qui che cominciano i veri guai per Toby che, dopo aver liberato l’uomo e aver accidentalmente dato fuoco alla specie di carrozzone da circo in cui era tenuto priglioniero, viene da lui scambiato per il suo scudiero e coinvolto in una serie di strampalate peregrinazioni alla ricerca dell’amata Dulcinea.

Difficilissimo è tradurre su pellicola il complesso romanzo di Cervantes, per la vastità del materiale originario, l’inventività degli scenari e dell’azione, la tagliente ironia che ne pervade ogni riga. Insomma, la messa in scena di un simile capolavoro, almeno se l’obiettivo è quello di essere esaustivi o aderenti alla fonte, è un’impresa improba. Certo, esistono nella storia diversi tentativi, da quello assai poco filologico e piuttosto compresso del 1933 di Georg Wilhelm Pabst a quello spagnolo del 1947 di Rafael Gil, dalla versione per la TV italiana del 1984 distribuita dall’Istituto Luce e diretta da Maurizio Scaparro a quella più comica del 1968 di Giovanni Grimaldi con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, fino al memorabile adattamento del 1992 di Orson Welles (e Jess Franco non accreditato). Tuttavia, rari sono i casi in cui viene colta la vera essenza della narrazione primigenia, o l’irriverenza e la profonda poesia del personaggio cervantiano. In pochi eletti hanno saputo rendere l’anima del capolavoro letterario, tra questi forse Terry Gilliam è colui che ha più conseguito il difficile traguardo, interpretando al contempo in modo personalissimo il problematico eroe. L’uomo che uccise Don Chisciotte non costituisce, dunque, un pedissequo rifacimento filmico della fonte libresca, ma un lavoro sulle sue radici, visive e diegetiche, magistralmente trasposte in una contemporaneità affetta dallo stesso cinismo che contraddistingueva i coevi del delirante Don Alonso, che deridevano il povero vecchio tenutario idalgo per i suoi utopistici vaneggiamenti. Come rendere la “spaventevole e non mai immaginata avventura dei mulini a vento”, o “l’osteria ch’egli voleva fosse castello” ai giorni nostri? Qui viene allora in soccorso la fantasia del regista di Brazil (il nostro speciale) che pone particolare risalto sulla prima e più celebre scena addirittura in una triplice variazione sul tema: la già citata versione cinematografica della lotta e due altre di cui sono protagonisti due diversi personaggi che interpretano Don Chisciotte – il vecchio e Toby – con tanto di passaggio di consegne dell’oneroso ruolo di utopista fino alla follia … Per la seconda, la trovata è forse ancora più geniale; il povero ostello scambiato dal vecchio un po’ lunatico per un regal maniero è nel film un diroccato ricovero per variegati fuggiaschi, qualche zingaro e qualche sventurato musulmano che tenta di sfuggire nelle rovine fatiscenti a dei moderni Crociati, che sembrano usciti dalle epurazioni di Mori e Marrani sotto Isabella d’Aragona.

Ogni aspetto del reale sembra celare d’altra parte un lato oscuro, una verità nascosta. I luoghi, gli oggetti, perfino gli uomini in L’uomo che uccise Don Chisciotte sono ambigui, quasi figurazioni metafisiche che, sì, sembrano mimetiche in superficie, ma sottendono un’anima arcana, conturbante. E’ un gioco di specchi, di riflessi sfalsati e devianti, che portano non solo Don Chisciotte a vedere ciò che non esiste e Toby a confondersi più volte, ma anche lo spettatore (in un iter di senso opposto) a credere che alcune surreali apparizioni siano un miraggio. Invero, elementi paradossali come il cavaliere coperto di specchi che invita a singolar tenzone l’attempato paladino dietro la maschera celano un volto ben più concreto. E’ altresì Terry Gilliam a giocare – sapientemente e di continuo – con le nostre aspettative, continuando a disilluderle e a confonderci con escamotage sempre più inventivi. C’è però sempre una causa più che logica, che siano produzioni cinematografiche, farse di compaesani che vogliono riportare l’ex calzolaio a casa, o feste da ballo in maschera tenute in vecchi conventi da magnati russi, tutto alla fine si motiva con una semplice quanto imprevedibile spiegazione. Ciò però non toglie nulla all’incredibile apparato visivo in cui siamo immersi, dalla sfilata carnevalesca di figure goyesche, ai pannelli pittorici che riprendono Paolo Uccello per i fondali, al dovuto rimando alle celebri illustrazioni di Gustave Doré, fino al tributo alla pellicola di Orson Welles nel film giovanile in bianco e nero di Toby. Ogni aspetto è curatissimo, ogni location incredibilmente suggestiva e il fatto che non vi sia uno spropositato ricorso alla CGI rende tutto solo più tangibile. L’uomo che uccise Don Chisciotte è d’altronde pervaso d’un tagliente realismo magico, un disarmante connubio di luci stroboscopiche e colori accecanti che astraggono la materia, la cui apoteosi è la festa del ricco quanto crudele Alexei Miiskin (Jordi Mollà). Qui il lusso e lo sfoggio di ricchezze si accompagnano all’arroganza del padrone di casa e al vile servilismo del capo di Toby (Stellan Skarsgård) e del suo seguito. Scena paragonabile per grottesca critica sociale a quanto si vedeva in Brazil, qui è derisa tutta la meschinità di quella industria di cui il protagonista è inizialmente succube, ma da cui poi, grazie a un vecchio ritenuto pazzo, si emancipa.

Viaggio labirintico dalle infinite sfaccettature, L’uomo che uccise Don Chisciotte è un film di cui non basta una sola visione per poterne comprendere e gustare appieno ogni dettaglio. Opera sedimentata a lungo prima di concretizzarsi, si percepisce tutto il dolore, l’amore e la speranza di Terry Gilliam per il suo progetto della vita, per il personaggio tragicomico in cui, in fondo, lui stesso si riconosce.

In attesa di vederlo nei nostri cinema dal prossimo 27 settembre, di seguito potete gustarvi il full trailer italiano e più sotto quello internazionale:

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