Horror & Thriller

6/10 su 69 voti. Titolo originale: D'après une histoire vraie, uscita: . Budget: sconosciuto. Regista: Roman Polanski.

Recensione | Quello che non so di lei di Roman Polanski

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Emmanuelle Seigner ed Eva Green danno vita a una conturbante performance nel thriller psicologico e freudiano del regista, che ancora una volta esplora la crisi creativa e l'idea del doppio

Dopo Carnage (2011) e Venere in pelliccia (2013), Roman Polanski torna a esplorare i più oscuri lidi della psiche con Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie / Based on a True Story), adattamento dal romanzo omonimo di Delphine de Vigan incentrato su una scrittrice in crisi, incarnata da Emmanuelle Seigner, che viene avvicinata da un’affascinante e tenebrosa ammiratrice impersonata da Eva Green.

Ancora una volta dunque il maestro del cinema naturalizzato francese si concentra dunque su una conturbante narrazione dai risvolti psicologici, freudiani, declinandoli stavolta però all’inquietante tema del doppio. Protagonista è Delphine (come l’autrice dell’originale cartaceo), la quale ha avuto un notevole successo con il suo primo romanzo autobiografico, che racconta la controversa storia della sua famiglia e il tragico suicidio della madre. La donna è però in profonda crisi da ‘blocco dello scrittore’, combattuta tra il senso di colpa per aver affrontato tematiche così personali (numerose lettere anonime la accusano di aver svenduto gli aspetti più intimi e privati relativi ai suoi cari) e l’ansia di eguagliare il riscontro ottenuto con il best seller con il suo successivo lavoro. Inoltre, sin da principio ne è sottolineata l’estrema solitudine, i figli sono già grandi e hanno abbandonato i lidi domestici da tempo, mentre il compagno, François (Vincent Perez), un presentatore televisivo e critico letterario molto importante, è spesso assente per lavoro. Durante una sessione di autografi, tuttavia, Delphine viene avvicinata da una sua fan il cui nome è, evocativamente, Lei / Elle ‘come Elizabeth’ (ma che rimanda anche naturalmente all’Id freudiano, sebbene in italiano diventi ‘Leila’); poco dopo, ad una festa, le due casualmente si rincontrano e tra di loro si crea immediatamente una grande sintonia. Sembra quindi che la scrittrice abbia finalmente trovato una confidente, ma la conturbante nuova amica – che fa la ghost writer – ha atteggiamenti sempre più singolari e inquietanti, pare ossessionata da Delphine e continua a spronarla alla scrittura del suo fantomatico “libro segreto”. Lentamente il rapporto tra le due donne diviene sempre più morboso ed Elle inizia a gestire personalmente sempre più la vita dell’autrice, curandone le e-mail, le relazioni con amici e contatti professionali, arrivando addirittura a volersi sostituire a lei a un evento pubblico. Tuttavia, la sconosciuta che è così rapidamente entrata nella vita della romanziera serba un oscuro segreto, che man mano che la trama si dipana viene alla luce, fino alla rivelazione finale (affatto inattesa anche per i meno sgamati …).

Costruito sapientemente su dialoghi e dettagli, elemento portante di questo dramma da camera declinato alla psicosi è la recitazione, impeccabile, delle due attrici principali. Si tratta di un equilibrio delicato e precario, della contrapposizione mobile dei personaggi nodali, le cui psicologie evolvono in maniera correlata e complessa, portando avanti il tema del ‘doppio’ caro al regista (e la scelta del soggetto non appare particolarmente casuale viste le sue delicate vicende personali). Da una parte allora seguiamo Emmanuelle Seigner in una parabola degenerativa, mentre perde sempre più il dominio sulla realtà, sempre più passiva e remissiva, fino a non avere più nemmeno padronanza sul proprio corpo, su sé stessa. Dall’altra, in un moto opposto, Eva Green rende con conturbante e misteriosa spavalderia il proprio ruolo in un crescendo (che ricorda in certi passaggi naturalmente anche Misery non deve morire), in una via via maggiore invasione e interferenza nella vita della scrittrice, fino a prenderne il totale controllo, fino ad assumerne l’identità. Sospeso dunque tra concreto e mentale, in Quello che non so di lei ancora una volta Roman Polanski mette in scena un percorso incentrato su un’artista (proprio come in Venere in pelliccia, in cui peraltro recitava sempre la Seigner), estrinsecandone le contorte dinamiche psicologiche. Tuttavia, il nuovo film rispetto al predecessore risulta assai più immediato, quasi scontato è il meccanismo narrativo, il segreto che si cela dietro alla narrazione – su cui pare voler giocare la sceneggiatura di Olivier Assayas fino all’ultimo dei 110′ di durata – rendendo meno interessante la dinamica sottesa tra le due protagoniste, pur rese dalla magistrale performance delle loro interpreti sin nelle minime sfumature e dirette con mano impeccabile. Sebbene però stavolta minori siano lo spaesamento e l’angoscia suscitati nello spettatore per la maggiore convenzionalità del soggetto trattato (che è di derivazione libresca e autobiografico) o per la minore arditezza dell’impalcatura, ciò non implica che la trama o che la regia vacillino. Anzi, benchè non connotato da particolare visionarietà, alcuni dettagli traducono sapientemente a livello ottico la confusione mentale di Delphine, come un primo piano sulla donna sdraiata nel letto, nella penombra, in cui l’occhio della macchina da presa compie un movimento circolare pur rimanendo inquadrato il medesimo soggetto, trasmettendo così subito una sensazione di spaesamento e confusione.

Benché quindi meno sovversivo o potente rispetto a Venere in pelliccia e con un epilogo meno sorprendente e disturbante, Quello che non so di lei riesce ugualmente a coinvolgere lo spettatore fino all’ultimo fotogramma e conferma la padronanza del mezzo e le capacità di direzione del cast a cui Roman Polanski ci ha abituato negli anni.

Di seguito trovate il trailer ufficiale in italiano del film, inserito fuori concorso del Festival di Cannes 2017 e la cui data di uscita nelle sale italiane è fissata all’1 marzo:

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