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7/10 su 13 voti. Titolo originale: The House That Jack Built, uscita: 08-10-2018. Budget: $9,800,000. Regista: Lars von Trier.

Recensione Sitges 51 | The House That Jack Built di Lars von Trier

di Sabrina Crivelli

Matt Dillon è un serial killer narcisista nella riflessione raggelante e carica di humor nero sulla mente criminale del regista danese

Lars von Trier è solito scioccare con i suoi film, tutti lo sanno da tempo ormai. Che sia per chiara volontà di turbare il proprio pubblico, per vezzo anticonvenzionale o solo per un qualche determinato credo poetico, v’è una sola certezza ogni volta che un nuovo titolo del regista danese approda nelle sale: sarà qualcosa di scomodo, politicamente scorretto e urterà gli animi sensibili dei benpensanti. Da Antichrist (2009) a Nymphomaniac (Volume 1 & 2), le sue pellicole, orgogliosamente indipendenti, hanno esplorato i più reconditi e oscuri meandri dell’animo umano con una sincerità conturbante quanto agghiacciante; era difficile pensare quindi, che, dopo un dittico sulla amara parabola esistenziale di una ninfomane, Lars von Trier potesse proporre un soggetto ancora più sconvolgente e disturbante, eppure con The House That Jack Built riusce appieno nell’impresa.

Il film segue, in un crescendo, “5 incidenti scelti a caso lungo un periodo di 12 anni” della vita di Jack, serial killer psicopatico che si firma Mr. Sofistication ed è incarnato da un notevolissimo Matt Dillon. La storia (sceneggiata dal regista su un soggetto di Jenle Hallund) si sviluppa, dunque, per capitoli di lunghezza differente e ciascuno incentrato su un efferato assassinio, dai primi incerti passi in cui la fortuna, più che la tecnica, salvano il protagonista da una pronta incarcerazione, fino all’apice finale, in cui assistiamo a una vera e propria ‘catabasi infernale’. Una fastidiosa e logorroica sconosciuta che ha forato una gomma e chiede un passaggio, una sospettosa vedova in un paesino remoto, una madre single con due figli piccoli, un’avvenente giovane bionda dotata di scarso acume, una vittima dopo l’altra seguiamo i passi di questo terrificante antieroe, le sue ossessioni (come quella per la pulizia) e i suoi macabri rituali, sconvolti e ammaliati da tanta follia. Unico nel suo genere, il film non solo è raccontato dal punto di vista dell’omicida (ci sono molti esempi a riguardo, quali American Psyco), ma è sviluppato attraverso un singolare dialogo con un misterioso interlocutore di nome Verge (Bruno Ganz), a cui Jack racconta tutte le sue imprese nei più minimi dettagli.

Cosa rende tanto diverso – nel bene e nel male – The House That Jack Built allora? Taluno potrebbe pensare: “Che novità … di film incentrati su serial killer ce ne sono a dozzine!” Un’osservazione giusta, ma mai nessuno in precedenza è riuscito a cogliere l’anima oscura di una mente criminale come in questo caso. E’ geniale quanto sconcertate come la deviazione psicotica, l’universo alternativo alla morale più elementare, siano stati catturati in questo connubio di immagini e parole; in più passaggi viene da chiedersi come sia potuto anche solo venire in mente qualcosa di così assurdo. Facendo infatti un ulteriore passo avanti rispetto al già citato Nymphomaniac, che comunque ricorda per la fredda analisi di una patologia psichica, il film utilizza una commistione di diverse tipologie di formato video, da uno stile chiaramente documentario con tanto di focus sul soggetto che parla, a spezzoni d’archivio in bianco e nero tratti dai cinegiornali nazi-fascisti o performance al piano di Glenn Gould, fino a fotogrammi in un formato 4/3 televisivo, inserti animati e passaggi del tutto surreali, fantastici in animazione; spettacolare è in tal senso la sezione conclusiva, dove la fantasia dell’autore, abbandonato definitivamente qualsiasi velleità realista, spazia attraverso scenari danteschi tra sangue, lava e tenebra.

The House That Jack Built è allora nei suoi 155′ un thriller sui generis articolato su più registri, estetici come di significato. E’ un percorso mentale, come tale procede per silloge di ricordi e conoscenze acquisite delle più svariate. Un fatto realmente capitato e racchiuso nella memoria viene combinato, con un montaggio ritmato, ai rudimenti più svariati che il soggetto narrante possiede. Ne deriva un doppio livello di sdoppiamento, quello dantesco tra autor e agens (Jack è al contempo la voce fuoricampo che descrive gli eventi e il personaggio centrale all’interno degli stessi), e quello tra azione e nozione, ossia tra la rappresentazione di ciò che succede – degli omicidi – e della teoria che sta alla base dei medesimi. Si tratta di una macchina narrativa incredibilmente complessa e allo stesso tempo perfettamente funzionante. Il fatto, rielaborato in un iter psicanalitico, è delineato anzitutto come si è svolto – o meglio come se lo rimembra Jack -; ad esempio, assistiamo a un tranquillo picnic nella natura con una madre e i suoi bambini, che si trasforma in una carneficina. Contemporaneamente, però, lo stesso episodio è ripresentato in chiave astratta e la sparatoria alle prede designate è alternata, in un parallelo scabroso, ai precetti fondamentali dalla caccia al cervo, con girato in bianco e nero vintage che mostra processioni di cacciatori vittoriosi con la selvaggina e disegni che descrivono le regole da seguire durante una battuta. In tal maniera, viene subito palesato il processo mentale attraverso cui procede un sociopatico, del tutto privo di alcuna empatia o di senso del giusto e dello sbagliato.

Più in generale, l’intero The House That Jack Built è una dissertazione sull’omicidio seriale privo di alcun senso di colpa da parte di chi racconta, ma anche di critica di chi dirige. Aspetto che indispettirà non pochi, il sadico protagonista non è raffigurato con toni cupi, con la tipica caratterizzazione fosca che contraddistingue la tipologia. E’ un mostro, certo, ma le sue efferatezze sono ammantante di un compiaciuto dark humor, che ad un primo acchito potrebbe dare la sensazione di depenalizzare la gravità di quanto messo in scena. Alcune battute suscitano innegabilmente un sorriso, anche se si tratta di immagini decisamente crude. Quando Jack carica un’automobilista che ha bucato, Uma Thurman, per portarla dal vicino meccanico, questa parla fastidiosamente senza soluzione di continuità e dapprima afferma scherzando che non bisognerebbe salire in macchina con gli sconosciuti, poi che lui sembri un serial killer, magari per il van su cui viaggia – “che viene usato per trasportare cadaveri” – e così via. Lui sta in silenzio e risponde a monosillabi, finché … Lei si prende gioco di lui, ma in realtà ciò su cui ironizza è assai più concreto di quanto lei pensi. L’umorismo dispensato è decisamente macabro, ma funziona. Poi ci sono i momenti quasi farseschi, come quando per disturbo ossessivo-compulsivo torna più volte sulla scena del crimine a ripulirla nel minimo dettaglio, immaginando una volta uscito una nuova macchia di sangue in posti sempre più improbabili (sotto al tappeto, sotto alla gamba di una sedia, perfino dietro a un quadro). Oppure, alcune sequenze del tutto agghiaccianti, come quando tassidermizza e congela in posa il cadavere un cadavere con tanto di sorriso alla Joker, si tingono di una comicità nera e decisamente malata, ma non per forza gratuita. Infine, in tocco da maestro, le feroci gesta di Jack sono accompagnate da pezzi (pochi e reiterati), come La Primavera di Antonio Vivaldi o Fame di David Bowie.

In un approccio inedito quanto acuto, il minimizzare attraverso il sarcasmo le peggiori nefandezze è un modo perfetto per tradurre il punto di vista stesso di Jack, il cortocircuito emotivo che lo contraddistingue. Difatti, per poterci calare del tutto nella sua mente, ogni emozione deve essere rimossa, solo il totale, divertito distacco verso la morte e la sofferenza possono replicare del tutto la sua natura narcisista e sadica, che gli impedisce qualsia forma di empatia. Perfetta è in tal senso la glaciale, maniacale e caustica mimica di Matt Dillon, impacciato all’inizio, poi sempre più sfacciato, veste i difficili panni dello psicopatico con una naturalezza incredibile, riuscendo a rendere in toto ogni sfumatura della sua perversione, senza altresì mai cadere nell’eccesso manierista. Un equilibrio encomiabile.

Non è tutto però. Lars von Trier in House That Jack Built non si accontenta di girare un arguto saggio sulla depravazione, supera sé stesso: arriva addirittura a contemplare una teoria estetica dell’omicidio e della tortura. In una successione di riferimenti tra i più svariati, i disegni di William Blake, i quadri di Paul Gauguin, le cattedrali gotiche, gli scritti di Johann Wolfgang von Goethe sono affiancati da letali aerei militari e i campi di sterminio nazisti, per arrivare infine a citare visivamente perfino sé stesso (attraverso alcuni fotogrammi presi dai suoi film passati). Si raggiunge così una sconvolgente e insieme coerentissima sublimazione della violenza quale opera d’arte totale, e ne è espressione finale la casa del titolo, che il protagonista cerca inutilmente di costruire perché i materiali non assecondano il suo ideale finché una degna conclusione non portarà degnamente a termine il discorso architettonico.

Se il fine ultimo di Lars von Trier era scioccare, indubbiamente c’è riuscito, ma House That Jack Built – che dovrebbe arrivare nei nostri cinema il 15 novembre, ma che forse è stato spostato al 2019 – assume un valore ben superiore al mero turbamento dello spettatore. Andando più in profondità, si rivela un viaggio alle radici del Male celate nell’animo umano, senza nessuna edulcorazione, ma carpendone l’ironia fatta di insensatezza e, in ultimo, l’estremo ripugnante senso del bello.

Di seguito trovate il trailer originale:

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