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5/10 su 559 voti. Titolo originale: Suburbicon, uscita: . Budget: $25,000,000. Regista: George Clooney.

Recensione | Suburbicon di George Clooney

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La perfezione solo formale di un racconto nero in cui le tinte pastello dell’involucro esaltano la pece dell’animo umano. Julianne Moore nel consueto splendore. Matt Damon perfetta patata da contorno. Il tocco dei Coen rende la vita (troppo) facile al regista.

Provincia salmastra in salsa rosa

Sogno americano, 1957. Ah no, Suburbicon, 1957. Sorta di Milano 2 ante litteram, la cittadina al centro del film di George Clooney (che torna in regia a tre anni da Monuments Men) vorrebbe essere l’emblema pastello della anelata perfezione medio borghese americana. Delicate villette per soli bianchi ordinatamente schierate su prati rasati, strade larghe e pulite. Nessuna violenza urbana. Fino a quando un bel giorno non fa la sua comparsa una nuova famiglia. Belli, onesti e garbati, i Meyers sarebbero una delle punte di diamante della middle class americana, se non fosse per un particolare: il colore della pelle. La nuova nota cromatica del circondario scatena una putrida sarabanda di violenze e vessazioni fra gli abitanti di Suburbicon, a danno della inerme famigliola. Unico figlio dei Meyers è Andy (Tony Espinosa), coetaneo del dodicenne Nicky Lodge (Noah Jupe), suo vicino, il quale in un certo senso non se la passa meglio del suo nuovo amico. Sua madre Rose (Julianne Moore) è rimasta paralizzata in seguito a un incidente in auto con suo marito Gardner (Matt Damon), illeso, e la sorella gemella di lei, Margaret, vive sempre con loro per dare una mano in casa. Ma il peggio deve ancora arrivare. In una notte buia ma non tempestosa, una coppia di bruti (Glenn Flesher e Alex Hassell) fa irruzione nella confortevole casa dei Lodge. In seguito all’assalto, il “Giardiniere” sarà privato di uno dei suoi fiori, ma non delle loro spine. Da quel momento in poi, Gardner cercherà faticosamente di ricostruirsi la vita. Ma quando un ingranaggio però, per piccolo che sia, si inceppa, difficilmente tornerà a funzionare.

Quello che sarebbe dovuto essere il film ‘evento’ dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia è solo un vago schizzo di quello che fu un film solido come Fargo. Si squaderna davanti agli occhi dello spettatore come le pagine di un bell’album da colorare con i disegni già fatti. Disegnatori sapienti ne sono i fratelli Joel ed Ethan Coen, i quali tuttavia attingono a un loro soggetto vecchio di una trentina d’anni, non certo una prima scelta. Stanti queste premesse labili, George Clooney è solo la mano che colora. Assolve bene al suo compito, usa le giuste tonalità e resta nei bordi. Ma la struttura del film è talmente definita dalla “matematica dei Coen” che il contributo del regista si percepisce davvero limitato, quasi più una messa in scena che una regia vera e propria. Volto costruito a immagine e somiglianza di questo mondo cartonato è senza dubbio quello di Matt Damon, interprete calzante dell’americanità wasp. Tenue e rassicurante come un tubero, sazia senza sbalzi di sapidità, assorbendo gli umori del mondo circostante. Il contributo maggiore di Clooney è stato proprio questo: saper retrocedere a favore di Damon, perché in origine sarebbe dovuto essere lui stesso il protagonista maschile della pellicola. Il premio Oscar Julianne Moore si conferma dal canto suo come una delle attrici più convincenti dell’attuale panorama cinematografico mondiale: capace di vibrare con verità assoluta tanto nelle corde angeliche che in quelle demoniache dei personaggi che interpreta. Apparizione sapida, seppur breve, è pure senza dubbio quella di Oscar Isaac (A proposito di Davis) nei panni del detective assicurativo Roger.

La risultante di questa alchimia studiata a tavolino è che Suburbicon diventa un film che si guarda di testa, lucidamente. E la sensazione che alla fine resta negli occhi dello spettatore più fedele ai Coen è quella di aver assistito a un’operazione commerciale di recupero, per ben limata che sia. Non c’è spazio per la connettività profonda della pancia, se non nelle disturbanti scene di razzismo. Le bamboline snodabili si muovono disciplinate nelle loro casette, i loro sorrisi di plastica a figurare la forma stantia della loro stessa svuotata consuetudine.

Di seguito il trailer italiano di Suburbicon – Dove tutto è come sembra, nei nostri cinema dal 6 dicembre:

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