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Cinema in sala 2025: perché l’Italia resiste mentre Hollywood rallenta

I dati parlano chiaro

Il 2025 non verrà ricordato come l’anno della rinascita definitiva del cinema in sala, ma come un momento di assestamento strutturale, in cui il settore italiano ha dimostrato una resilienza superiore a quella di molti mercati europei, pur all’interno di un ecosistema ormai radicalmente cambiato. I dati Cinetel presentati a Roma raccontano un’industria che non cresce, ma che ha imparato a funzionare in condizioni nuove, più fragili e più selettive.

Il box office italiano chiude l’anno con 496,5 milioni di euro di incassi e 68,36 milioni di spettatori. Rispetto al 2024, l’incremento dello 0,5% negli incassi si accompagna a un calo del 2% delle presenze, segnale di un pubblico che non ha abbandonato le sale, ma che le frequenta in modo meno automatico. Il cinema non è più un’abitudine diffusa: è una scelta ponderata, spesso legata a titoli percepiti come eventi culturali o sociali.

Il dato davvero politico, prima ancora che industriale, è la quota record del cinema italiano, che raggiunge il 32,7% degli incassi e il 33,3% delle presenze. Non si tratta solo di un buon risultato commerciale, ma della dimostrazione che una cinematografia nazionale può tornare centrale quando riesce a intercettare il proprio pubblico senza rincorrere modelli esterni. Il successo di Buen Camino di Gennaro Nunziante con Checco Zalone – oltre 36 milioni di euro in una sola settimana – è il caso simbolo, ma sarebbe riduttivo leggerlo come un’eccezione isolata. Il 2025 mostra che la continuità produttiva e la capacità di parlare un linguaggio riconoscibile sono diventate leve decisive.

In questo contesto, il crollo del cinema statunitense (-24,7% di incassi e -25,9% di presenze) assume un valore culturale più ampio. Non è un rigetto ideologico del pubblico verso Hollywood, ma l’effetto di un sistema in crisi di identità: meno titoli, meno franchise forti, più cautela negli investimenti. Gli scioperi e la ristrutturazione delle major hanno reso evidente quanto il modello del blockbuster permanente fosse fragile. Il 2025 segna quindi un riequilibrio temporaneo dei rapporti di forza, ma anche una domanda aperta: può il cinema globale continuare a vivere solo di eventi iper-concentrati?

Dal punto di vista dell’esercizio, le sale mostrano una tenuta sorprendente. Crescono cinema e schermi attivi, mentre i multiplex sopra i sette schermi continuano a generare oltre metà degli incassi. Tuttavia, questa concentrazione solleva un tema politico e territoriale: la sopravvivenza delle sale più piccole è sempre più legata a politiche locali, programmazioni mirate e sostegno pubblico. Senza un intervento strutturale, il rischio è una progressiva desertificazione culturale fuori dai grandi centri.

Sala contro streaming: una guerra finita, una convivenza forzata

Il 2025 certifica anche la fine della retorica della “guerra” tra sala e streaming. Le piattaforme non hanno ucciso il cinema, ma ne hanno ridefinito la funzione. La visione domestica soddisfa il consumo seriale e l’intrattenimento continuo; la sala, invece, sopravvive solo quando offre esperienza, ritualità e valore simbolico. Non a caso, i film che funzionano sono quelli che promettono qualcosa di irripetibile sullo schermo di casa.

Paradossalmente, lo streaming ha reso il cinema in sala più simile a un evento culturale che a un semplice prodotto di consumo. Questo però comporta un rischio: se ogni uscita deve essere “speciale”, il sistema diventa più fragile, dipendente da pochi titoli forti e più esposto alle fluttuazioni dell’offerta.

Il confronto europeo rafforza questa lettura. Con Francia in calo, Germania in ripresa, Regno Unito stabile e Spagna in flessione, l’Italia emerge come un mercato che non cresce, ma resiste meglio. Non per inerzia, ma per una combinazione di produzione nazionale forte, pubblico affezionato e centralità ancora riconosciuta della sala.

Il 2025 non racconta dunque un’industria salvata, ma un settore che ha accettato la fine di un’epoca. Il cinema in sala non tornerà a essere ciò che era, ma può continuare a esistere come spazio culturale condiviso, a patto di smettere di imitare lo streaming e tornare a valorizzare ciò che lo rende unico. La sfida, ora, è politica prima che industriale: decidere se la sala debba restare un bene culturale o diventare un lusso occasionale.

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Published by
Stella Delmattino