Hollywood in crisi: il crollo di Hackman Capital e il pignoramento dei Radford Studios
04/02/2026 news di Stella Delmattino
Un segnale molto forte

Il primo pezzo del domino è ufficialmente caduto nel mercato immobiliare di Hollywood. Hackman Capital, il più grande proprietario indipendente di studi cinematografici al mondo, ha avviato il pignoramento dei Radford Studios. Per chi lavora nella produzione, Radford non è un nome qualsiasi: è un luogo leggendario. Qui sono stati girati Seinfeld, Will & Grace, The Larry Sanders Show e decine di altre serie iconiche della televisione americana.
Ma questa vicenda non riguarda soltanto la chiusura di un singolo lotto produttivo. È il segnale più evidente del crollo di una tesi immobiliare da oltre 10 miliardi di dollari che, nell’ultimo decennio, ha ridisegnato Hollywood.
Per capire cosa sta accadendo bisogna tornare indietro al 2014, quando Michael Hackman ha dato il via a una massiccia campagna di acquisizioni. In pochi anni ha comprato i Culver Studios per 85 milioni di dollari, Television City per 750 milioni e il campus di Manhattan Beach per 650 milioni. Il vero punto di svolta è arrivato però nel 2021, quando Hackman ha “puntato tutto”: 500 milioni per Silvercup Studios, 600 milioni per Kaufman Astoria Studios e soprattutto Radford Studios a Studio City per una cifra impressionante, 1,85 miliardi di dollari.
Il risultato è stato un impero globale da circa 650 soundstage, concentrati principalmente tra Los Angeles e New York. Alla base di questa espansione c’era una strategia precisa: integrazione verticale totale. Hackman ha infatti acquisito anche MBS Group, una delle più grandi società di illuminazione e grip al mondo, con l’obiettivo di trasformare ogni produzione ospitata nei suoi studi in un cliente “obbligato” anche per le attrezzature.
L’idea non era solo affittare spazi vuoti, ma creare un ecosistema chiuso, un punto unico in cui le produzioni fossero costrette a noleggiare mezzi, luci e servizi dallo stesso proprietario degli studi. In sostanza, un tentativo di controllare l’intera filiera e intercettare ogni dollaro che entrava dai cancelli.
Il problema è che i numeri non hanno retto. Oggi Radford Studios è occupato per meno del 50% della sua capacità. E questo dato ha spinto Goldman Sachs a ritirare il sostegno finanziario e a far scattare il pignoramento. Il piano prevedeva la costruzione di altri 25 soundstage, condizione essenziale per l’ottenimento dei finanziamenti, ma con così tanti spazi già vuoti l’espansione è diventata insostenibile.
La causa non è solo la fuga delle produzioni verso Regno Unito e Canada, attratti da incentivi fiscali più vantaggiosi, anche se questo fattore ha inciso pesantemente. Il vero errore è stato l’eccessivo ottimismo dei modelli finanziari. L’intero sistema funzionava solo con studi costantemente pieni e con ogni produzione disposta a noleggiare attrezzature interne. In un contesto così indebitato, bastava una flessione per far saltare tutto.
Per reggere il peso del debito, l’impero Hackman avrebbe avuto bisogno di un tasso di occupazione minimo del 70%. Un obiettivo che oggi appare irraggiungibile. E secondo numerose voci che circolano nell’ambiente, Radford potrebbe essere solo l’inizio: altri asset del gruppo sarebbero sotto pressione.
Se così fosse, non si tratterebbe solo di una crisi aziendale, ma della fine di un modello che ha dominato Hollywood nell’ultimo decennio. Un modello fondato sull’idea che la crescita infinita e il controllo totale della filiera potessero resistere a qualsiasi cambiamento del mercato. Oggi, quei presupposti sembrano essersi sgretolati, uno studio alla volta.
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