Si va dai film di genere al cinema d’autore
Negli ultimi anni si è ripetuto come un mantra: gli Oscar non sono più il centro del mondo, eppure continuano a funzionare come un enorme filtro simbolico attraverso cui passa – o resta fuori – una parte consistente del cinema contemporaneo. Guardare i molti grandi esclusi del 2026 fa capire di trovarsi di fronte a molto più di una semplice sequela di “snobbati”: mette in luce una frattura sempre più evidente tra l’idea di cinema che l’Academy tende a premiare e quella che, invece, anima festival, critica e pubblico cinefilo.
Da un lato c’è un’annata dominata da titoli fortemente riconoscibili e spendibili sul piano industriale e narrativo: Una battaglia dopo l’altra, I Peccatori, Hamnet, Sentimental Value. Dall’altro, un sottobosco ricchissimo di opere che, pur accolte con entusiasmo, restano ai margini del racconto ufficiale degli Oscar. Non è solo una questione di qualità: è una questione di linguaggio, di genere, di radicalità.
Il caso più clamoroso è senza dubbio Wicked – Parte Due, titolo del sequel che nel 2024 aveva trasformato Wicked in un fenomeno da premi. Il suo azzeramento totale nel 2026 è emblematico: quando un film musicale perde la spinta dell’evento e mostra le crepe di una struttura narrativa più fragile, l’Academy non perdona, nemmeno a fronte di un successo popolare e di interpreti come Ariana Grande e Cynthia Erivo. È il segnale di un sistema che ama la continuità solo quando questa si traduce in progressione artistica, non in semplice reiterazione.
Risulta poi evidente un altro nodo: la difficoltà dell’Academy nel riconoscere il cinema d’autore quando questo sceglie forme oblique. Film come Eddington di Ari Aster o The Mastermind di Kelly Reichardt sono esempi lampanti di come uno sguardo radicale sul presente o una decostruzione dei generi tradizionali restino indigesti a un sistema che privilegia narrazioni più leggibili e rassicuranti. Eddington, con il suo ritratto corrosivo dell’America post-pandemica, è probabilmente “troppo” politico e disturbante; The Mastermind, con i suoi silenzi e la sua lentezza programmatica, è semplicemente fuori tempo massimo per la macchina degli Oscar.
Ancora più dolorosi sono gli esclusi che avrebbero potuto colmare il divario tra ambizione artistica e riconoscimento istituzionale. Il testamento di Ann Lee è forse l’esempio più lampante: un musical storico atipico, visivamente sontuoso, sorretto da una Amanda Seyfried in stato di grazia e da una colonna sonora fuori dagli schemi. Il suo totale silenzio nelle candidature suggerisce quanto l’Academy fatichi ad accettare opere che reinventano i codici invece di limitarvisi.
C’è infine un dato che emerge con forza dal confronto: le commedie e i film di medio budget continuano a essere il tallone d’Achille degli Oscar. Una pallottola spuntata, reboot intelligente e sorprendentemente affilato, o Splitsville, brillante commedia di relazioni, sembrano esistere in un universo parallelo rispetto alle ambizioni dell’Academy. Eppure, sono proprio questi titoli a intercettare meglio il presente, a parlare con leggerezza di dinamiche sociali, affettive e culturali che il cinema “prestigioso” spesso sfiora soltanto.
Alla fine, queste liste di esclusi non raccontano solo ciò che gli Oscar hanno ignorato, ma ciò che il cinema del 2025 è stato davvero: vario, inquieto, attraversato da generi, formati e sguardi che non sempre trovano posto in una cerimonia di tre ore. La storia insegna che molti di questi film, oggi rimasti fuori dalla corsa, avranno una vita più lunga di diversi vincitori. Ed è forse questo il paradosso più rassicurante: l’assenza dagli Oscar, sempre più spesso, non è una condanna, ma un segno di vitalità.