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Stranger Things al cinema: un risultato che smentisce Netflix sul futuro delle sale

Forse non tutto è perduto

Da anni il rapporto tra Netflix e le sale cinematografiche è caratterizzato da una tensione latente. Il colosso dello streaming ha sempre mostrato una certa diffidenza verso l’esperienza in sala, privilegiando finestre di distribuzione sempre più brevi e puntando quasi tutto sul consumo domestico. Una linea ribadita più volte dal co-CEO Ted Sarandos, che nel 2023, intervenendo al Time100 Summit, arrivò a dichiarare: «Cosa ci sta dicendo il consumatore? Che preferisce guardare i film a casa, grazie», lasciando intendere che l’andare al cinema sia un’abitudine in declino. Dichiarazioni riportate e commentate da testate come Variety e Deadline, che da tempo analizzano il rapporto complesso tra Netflix e il modello theatrical.

Questa visione si è tradotta in una strategia molto precisa. Netflix utilizza la sala principalmente come strumento di prestigio e qualificazione ai premi, per poi spostare rapidamente i titoli sulla piattaforma. Secondo diversi report pubblicati da Hollywood Reporter e Variety, l’azienda spinge per finestre cinematografiche di circa 17 giorni, un tempo estremamente ridotto se confrontato con gli standard pre-pandemia. Una scelta che risponde alla logica dello streaming, ma che al tempo stesso indebolisce strutturalmente il modello delle sale, già provate da anni complessi.

Eppure, mentre Netflix continua a sostenere che il futuro sia principalmente domestico, il pubblico sembra raccontare una storia più articolata. Non è vero che la gente non vuole più andare al cinema. È vero, piuttosto, che non vuole più andarci per qualsiasi cosa. I dati del botteghino dimostrano che, quando l’offerta è percepita come evento, l’esperienza in sala resta centrale. Oppenheimer ha costruito gran parte del suo successo sull’esperienza IMAX, come confermato sia da IMAX Corporation sia dai dati Box Office Mojo. Dune: Parte Due ha registrato performance eccezionali grazie ai formati premium, mentre Avatar: La via dell’acqua ha superato i due miliardi di dollari a livello globale puntando tutto sull’immersione visiva, come riportato da Deadline e Variety.

Anche Warner Bros. ha vissuto una delle sue stagioni migliori degli ultimi anni. Film come Wonka, Dune: Parte Due e Godzilla x Kong hanno segnato una netta ripresa post-pandemia, come evidenziato da Variety in un’analisi sulla rinascita del box office dello studio. Segno che, quando i contenuti sono forti e riconoscibili, il pubblico risponde. Il cinema non è sparito: si è semplicemente spostato verso il valore, l’evento, la spettacolarità.

È in questo contesto che il discorso su Stranger Things diventa particolarmente interessante. Anche se Netflix ha sempre mostrato una certa distanza ideologica dal modello cinematografico tradizionale, la serie dei Duffer Brothers rappresenta da tempo un’eccezione evidente. Non tanto – o non solo – per i numeri, quanto per il posizionamento culturale. Stranger Things non è mai stata trattata come semplice contenuto da piattaforma: è stata costruita come un evento pop globale, con una regia, una scala produttiva e un immaginario che appartengono più al cinema spettacolare che alla serialità televisiva classica.

Negli ultimi anni Netflix ha sperimentato sempre più spesso formule ibride, tra proiezioni speciali, anteprime in sala, eventi fan e release limitate. È successo con Roma, con The Irishman, con Glass Onion, con Rebel Moon. Tutti segnali di una strategia meno dogmatica di quanto la narrazione ufficiale lasci intendere. Quando il titolo lo consente, Netflix non esita a utilizzare il cinema come amplificatore culturale. Stranger Things, per peso mediatico e coinvolgimento del pubblico, è probabilmente il brand Netflix che più di ogni altro si presta naturalmente a una dimensione cinematografica.

Durante le festività, Netflix ha trasformato il finale di Stranger Things in un vero e proprio evento cinematografico. Invece di pubblicarlo semplicemente in streaming, la piattaforma ha portato l’episodio conclusivo – di durata praticamente da lungometraggio – nelle sale per una programmazione speciale di due giorni, tra la notte di Capodanno e il primo gennaio. Il risultato è stato sorprendente: le proiezioni hanno incassato oltre 25 milioni di dollari, con alcune stime che spingono la cifra vicino ai 30 milioni.

Ancora più interessante è il modo in cui l’operazione è stata strutturata. A causa di vincoli contrattuali legati ai residual, gli spettatori non acquistavano tecnicamente biglietti, ma voucher per le consumazioni che davano diritto al posto in sala. I prezzi variavano da zona a zona, con sale che chiedevano 20 dollari e altre che si fermavano a 11. Per gli esercenti, un vantaggio netto: nessuna divisione degli incassi con Netflix. Tutto restava alle sale.

Nello stesso identico weekend, Avatar: Fuoco e Cenere di James Cameron incassava 23,7 milioni di dollari nel mercato domestico, pur essendo distribuito in circa 3.800 cinema. Stranger Things, invece, era presente in appena 620 sale. Nonostante questa enorme differenza di distribuzione, la serie Netflix ha comunque superato il kolossal di Cameron. Se il finale fosse stato programmato più ampiamente, i numeri sarebbero stati con ogni probabilità ancora più alti.

L’idea di portare episodi evento o un finale in sala – al di là dei singoli casi specifici, che non sempre trovano riscontri ufficiali nei dati di box office – non è solo una mossa commerciale. È una dichiarazione implicita. Significa riconoscere che, nonostante anni di narrazione sul “tutto a casa”, esistono contenuti che funzionano meglio quando diventano esperienza condivisa. Significa ammettere che il valore non è solo nella visione, ma nel contesto della visione. Nel pubblico in sala. Nell’attesa. Nell’applauso finale. Nella sensazione di star partecipando a qualcosa che conta.

Ed è qui che si crea la frizione più interessante con le dichiarazioni di Sarandos. Perché se davvero “la gente vuole solo guardare a casa”, non ci sarebbe alcun motivo di testare – anche solo in forma sperimentale – il terreno delle sale. E invece Netflix lo fa. Con cautela, con finestre brevi, con formule ibride, ma lo fa. Segno che, a livello strategico, l’azienda sa benissimo che il cinema non è morto, è solo più prezioso.

Stranger Things incarna perfettamente questa contraddizione. È una serie nata e cresciuta nello streaming, ma con un linguaggio visivo, una messa in scena e un impatto emotivo che appartengono al cinema. È pensata per il grande schermo, anche quando viene vista sul divano. Ed è proprio questo il punto: il fatto che un contenuto sia disponibile a casa non elimina il desiderio di viverlo “in grande”. Al contrario, spesso lo rafforza.

Il quadro generale lo confermano anche i dati macro. La Motion Picture Association, nel suo THEME Report 2023/2024, sottolinea che il pubblico globale in sala è in costante ripresa dal 2021 e che il box office ha superato i 33 miliardi di dollari nel 2023, con ulteriore crescita nel 2024. Non siamo tornati ai livelli pre-2020, ma la traiettoria è chiara. Il cinema non è finito. Si è selezionato. Si è polarizzato. È diventato un luogo per ciò che vale davvero la pena vivere insieme.

In questo scenario, l’idea che “tanto poi la gente guarda tutto a casa” appare riduttiva. Analisi come quelle pubblicate dalla Harvard Business Review mostrano che la sala aumenta il valore percepito di un titolo, ne rafforza il brand e amplifica l’attenzione mediatica, con effetti positivi anche sul consumo successivo in streaming. Non è un’alternativa: è un acceleratore.

È qui che la posizione di Sarandos mostra i suoi limiti. È vero che le abitudini sono cambiate. È vero che lo streaming ha reso più semplice aspettare. Ma è altrettanto vero che l’esperienza collettiva, il grande schermo, il suono, la condivisione emotiva con una sala piena restano elementi che nessun home theater può replicare. Come dimostra Oppenheimer. Come dimostra Dune. Come dimostra ogni volta che un contenuto riesce a trasformarsi in evento culturale.

Il futuro dell’audiovisivo non è una linea retta che va dalla sala al divano. È un ecosistema ibrido, in cui cinema e streaming possono e devono coesistere. Quando Netflix sperimenta con uscite in sala, anche se limitate, ottiene attenzione, prestigio e legittimazione. Quando rinuncia a dare spazio ai propri titoli sul grande schermo, perde un pezzo di quell’impatto culturale che invece continua a fare la differenza.

Il vero errore, quindi, non è credere nello streaming. È credere solo nello streaming. Perché i dati, le tendenze e il comportamento reale del pubblico raccontano una cosa semplice: il cinema non è morto. Ha solo smesso di essere automatico. E forse è proprio questo il segnale più sano che potesse mandare.

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Published by
Stella Delmattino