Un creature feature feroce e immediato che punta tutto sulla violenza e sul ritmo, ma lascia poco spazio a empatia e profondità
C’è un piacere primordiale nei film in cui una creatura “di casa” smette di esserlo e trasforma lo spazio domestico in un recinto di caccia. Ben – Rabbia animale di Johannes Roberts (47 Metri) si inserisce dritto in questa tradizione: un horror teso e sanguinoso che non pretende di reinventare la ruota, ma di farla rotolare sopra un gruppetto di giovani abbastanza sprovveduti da credere che una villa da cartolina alle Hawaii sia il luogo ideale per rilassarsi.
Il film parte con un’esca efficace, una dimostrazione iniziale di ferocia che promette mutilazioni, urla e fughe a corto raggio; poi si stabilizza in un meccanismo da sopravvivenza che alterna ritmo brillante e scorciatoie narrative, come se l’urgenza di arrivare ai “momenti forti” valesse più della logica dei comportamenti.
Adam, interpretato da Troy Kotsur, è uno scrittore rimasto vedovo che vive in una casa spettacolare sospesa tra scogliere e foresta tropicale, insieme alle figlie Lucy (Johnny Sequoyah) ed Erin (Gia Hunter). In famiglia c’è anche Ben, uno scimpanzé adottato anni prima grazie al lavoro della madre, linguista impegnata nello studio della comunicazione tra umani e primati: un dettaglio che permette al film di giocare con il linguaggio, con i gesti, e con l’idea inquietante di un animale capace di “capire” molto più di quanto vorremmo.
Quando Adam parte per un evento, Lucy torna a casa e porta con sé amici e complicazioni: Kate (Victoria Wyant), l’ospite prevedibile, e Hannah (Jessica Alexander), presenza invadente pronta a innescare attriti; si aggiungono due ragazzi chiassosi, Drew (Charlie Mann) e Brad (Tienne Simon), e un’ombra di desiderio attorno a Nick (Benjamin Cheng). Sono linee che sembrano preparare rivalità e tensioni, ma il film le usa soprattutto come pretesto per comporre il menù delle vittime. L’elemento scatenante è il morso di un animale selvatico, un contagio che manda Ben in una spirale di aggressività fino a trasformarlo in un predatore lucidissimo, più furbo di quanto la situazione renderebbe credibile e proprio per questo adatto al gioco del gatto col topo.
La scelta più intelligente del film è anche quella che ne definisce l’identità: Ben non è un vero scimpanzé in scena, ma una performance fisica di Miguel Torres Umba, specialista del movimento, dentro una tuta e un sistema di protesi. L’effetto è sorprendentemente convincente quando il film lavora sulla fisicità: la massa, gli scatti improvvisi, la forza animalesca che sposta i corpi come fossero oggetti, l’ira che esplode senza preavviso.
Roberts conosce il manuale del ‘mostro in casa’ e costruisce la tensione con apparizioni appena fuori campo, corridoi stretti, porte che diventano barriere ridicole, angoli ciechi in cui basta un respiro per trasformare l’attesa in attacco. In certi passaggi la regia è più controllata di quanto ci si aspetterebbe da un titolo che punta sul sangue: la creatura viene trattenuta quel tanto che basta per farla diventare spavento invece di semplice rumore.
Le scelte che li portano a isolarsi, a separarsi, a cercare soluzioni con lentezza rituale, appartengono al repertorio più consumato del genere. Il film prova a darsi una cornice tragica attraverso il lutto e il legame tra Lucy ed Erin, l’unico rapporto che abbia una vibrazione autentica: la sorella minore vive l’abbandono come risentimento, la maggiore come colpa. In teoria, Ben è il ponte con la madre scomparsa, e ucciderlo significherebbe tagliare l’ultimo filo. È qui che il film potrebbe fare qualcosa di più interessante: trasformare la violenza in dilemma, la sopravvivenza in scelta morale. Invece preferisce tornare al suo obiettivo: far male, spaventare, intrattenere.
E quando decide di farlo, non si trattiene. Il repertorio degli effetti truculenti è generoso e spesso soddisfacente per chi cerca lo shock: strappi, fratture, corpi trascinati e “incidenti” messi in scena con gusto da fiera dell’orrore. Il film mostra un’attenzione particolare per la geografia della casa e per l’idea, semplice ma efficace, del rifugio impossibile: i ragazzi finiscono intrappolati in piscina perché Ben non sa nuotare e, al tempo stesso, perché l’acqua diventa il confine della loro prigione.
È un’immagine potente, quasi ironica: circondati dal lusso, ma immobili, esposti, costretti a inventarsi una via d’uscita mentre la creatura studia i loro tempi. Funziona anche un dettaglio cattivo: Adam è sordo, e il film usa questa condizione non per pietismo, ma per tensione pura, perché il ritorno a casa diventa una trappola percettiva, una vulnerabilità che il pubblico avverte prima del personaggio.
Nel confronto con altri film di “animali fuori controllo”, Ben – Rabbia animale sceglie la strada più diretta: non cerca davvero empatia per la creatura, non costruisce un discorso sullo sfruttamento o sulla cattività, non si interroga a lungo sulla responsabilità umana. Ben è soprattutto un motore di morte, e la tragedia resta sullo sfondo, evocata in due o tre esitazioni quando Lucy ed Erin pensano all’idea di eliminarlo. Questo rende l’esperienza più secca, più da lunapark del sangue: se accetti il patto, ti diverti; se chiedi un cuore sotto le protesi, rischi di trovare il film superficiale.
Alla fine, Ben – Rabbia animale è un horror compatto che sa come tenere alta l’attenzione e come confezionare alcuni momenti di pura adrenalina. Non è un film che “resta” per la complessità, ma può restare per una ragione più semplice: il gusto di vedere un racconto di famiglia capovolto in incubo, in cui la casa diventa gabbia e l’affetto si trasforma in minaccia. Roberts firma un prodotto solido, spesso divertente nella sua crudeltà, ma troppo sbrigativo nel dare spessore a ciò che mette in scena: un film che graffia, morde, e poi scappa via prima di doversi spiegare davvero.
Di seguito trovate il trailer doppiato in italiano di Ben – Rabbia Animale, nei cinema dal 29 gennaio: