Capiamo meglio il business di Netflix, Disney+ e delle altre piattaforme
A prima vista l’economia dello streaming sembra quasi elementare. Se una piattaforma ha 100 milioni di abbonati e ciascuno paga circa 10 dollari al mese, il risultato appare immediato: un miliardo di dollari di ricavi mensili, cioè dodici miliardi all’anno. Numeri di questo tipo fanno pensare a un business inevitabilmente redditizio. Eppure i bilanci ufficiali delle principali piattaforme raccontano una storia molto più complessa.
Il punto è che il numero degli abbonati e il prezzo dell’abbonamento non bastano per capire la salute economica di una piattaforma. Tra il ricavo teorico e il profitto reale si inseriscono una serie di variabili decisive: il ricavo medio effettivo per utente, i costi giganteschi dei contenuti, le spese tecnologiche, il marketing globale e, nel caso dei grandi conglomerati, il peso dei debiti e delle attività tradizionali in declino.
Per capire quanto grande sia diventato il settore basta guardare ai numeri complessivi dell’industria. Secondo Grand View Research, il mercato globale del video streaming valeva circa 129,1 miliardi di dollari nel 2024 e potrebbe raggiungere 416 miliardi entro il 2030, con una crescita media annua superiore al 21% (Fonte: Grand View Research). In meno di quindici anni lo streaming è diventato il centro dell’economia audiovisiva mondiale.
In questo ecosistema dominano pochi grandi attori. Netflix rimane il leader globale: nel 2024 ha raggiunto 301,63 milioni di abbonati paganti, generando 39,001 miliardi di dollari di ricavi annuali e 10,4 miliardi di utile operativo, con un margine operativo del 27% (Fonte: Netflix Form 10-K 2024). Il ricavo medio mensile globale per abbonato era di 11,70 dollari (Fonte: Netflix Investor Relations).
In altre parole, su quasi ventitré miliardi di fatturato, il margine operativo del business streaming Disney è stato di appena lo 0,6%. Il servizio non è più in perdita, ma la redditività resta estremamente limitata.
Uno dei motivi è che il prezzo pagato dagli utenti non coincide quasi mai con il prezzo di listino. Molti abbonamenti vengono venduti tramite operatori telefonici, bundle con altri servizi o promozioni regionali. I dati ufficiali mostrano che nel quarto trimestre fiscale 2024 il ricavo medio mensile per abbonato Disney+ era di 7,70 dollari negli Stati Uniti e Canada, 6,95 dollari nei mercati internazionali e appena 0,78 dollari per Disney+ Hotstar (Fonte: Disney earnings report 2024). Questo significa che il ricavo reale per utente può essere molto più basso rispetto al prezzo nominale dell’abbonamento.
Il numero degli abbonati, quindi, non basta da solo a spiegare i ricavi reali. E anche quando i ricavi sono molto elevati, i costi possono essere altrettanto giganteschi.
La spesa più importante riguarda la produzione e l’acquisizione dei contenuti. Le piattaforme devono produrre continuamente nuove serie e nuovi film per attirare e mantenere gli abbonati. Secondo le stime di settore, nel 2024 Netflix ha investito circa 15,3 miliardi di dollari in contenuti, Disney circa 8,6 miliardi e Warner Bros. Discovery oltre 6 miliardi (Fonte: Mountain Research streaming spending report).
Accanto ai contenuti esiste poi un secondo livello di costi meno visibile ma altrettanto importante: l’infrastruttura tecnologica. Le piattaforme devono mantenere data center globali, reti di distribuzione video, sistemi di compressione e sicurezza informatica capaci di servire centinaia di milioni di utenti contemporaneamente.
A questo si aggiungono le spese di marketing. In un mercato altamente competitivo le piattaforme investono miliardi per promuovere le nuove produzioni e acquisire utenti. Disney ha dichiarato che le spese selling, general and administrative del segmento streaming sono salite nel 2024 a 4,574 miliardi di dollari, rispetto ai 4,168 miliardi del 2023, principalmente per marketing e costi del personale (Fonte: Disney Annual Report 2024).
Il quadro diventa ancora più complesso quando si guarda ai grandi conglomerati mediatici. Warner Bros. Discovery, per esempio, ha raggiunto 116,9 milioni di abbonati streaming globali nel 2024, con 6,4 milioni di nuovi abbonati nel quarto trimestre (Fonte: Warner Bros. Discovery earnings report 2024). Il segmento streaming dell’azienda è migliorato notevolmente negli ultimi anni, passando da una perdita di circa 2,1 miliardi di dollari nel 2022 a circa 700 milioni di EBITDA nel 2024 (Fonte: Warner Bros. Discovery Annual Report 2024).
Tuttavia l’intero gruppo ha chiuso lo stesso anno con una perdita netta di 11,3 miliardi di dollari e un debito netto di 34,6 miliardi (Fonte: Warner Bros. Discovery earnings release 2024). Questo dimostra che il successo dello streaming non basta sempre a compensare le difficoltà delle altre attività, come la televisione tradizionale.
Negli ultimi anni il modello economico dello streaming ha iniziato inoltre a cambiare. Molte piattaforme stanno introducendo piani con pubblicità per aumentare i ricavi. Netflix, per esempio, ha annunciato nel 2024 che il piano con advertising aveva raggiunto 40 milioni di utenti attivi globali (Fonte: Netflix Advertising Update 2024). Questo segna un ritorno, almeno parziale, a un modello economico più simile alla televisione tradizionale, dove i ricavi arrivano sia dagli spettatori sia dagli inserzionisti.
C’è infine un elemento concettuale fondamentale per comprendere il sistema. Nel cinema tradizionale il prodotto è il film: se incassa molto è un successo, se incassa poco è un fallimento. Nel modello streaming il vero prodotto è invece l’abbonato. Film e serie servono soprattutto a far iscrivere nuovi utenti e a evitare che quelli esistenti cancellino l’abbonamento.
Alla luce di tutti questi dati, il paradosso dello streaming diventa molto più comprensibile. Una piattaforma con cento milioni di abbonati può generare ricavi enormi ma allo stesso tempo avere margini ridotti, perché il ricavo medio per utente è più basso del previsto, i contenuti costano miliardi e il marketing globale richiede investimenti continui.
Lo streaming resta uno dei modelli industriali più ambiziosi mai costruiti nel settore dei media. Dietro la semplicità dell’abbonamento mensile si nasconde una macchina economica gigantesca che deve finanziare produzioni globali, infrastrutture tecnologiche e una competizione permanente per l’attenzione degli spettatori. Ed è proprio questo il grande paradosso dell’industria contemporanea dell’intrattenimento: numeri di pubblico enormi non garantiscono automaticamente profitti altrettanto grandi.