Un action rumoroso e sanguigno che vive della chimica tra le due star, ma spreca il potenziale per indecisione di tono
C’è un tipo di film che vive di una promessa semplice: due corpi enormi, due caratteri opposti, una scia di botte e battute, e un mistero quanto basta per portare i protagonisti da un punto A a un punto B. Fratelli demolitori (The Wrecking Crew) punta tutto su questa formula e, sulla carta, ha le carte giuste per funzionare: Jason Momoa e Dave Bautista, due divi costruiti sul carisma fisico e sull’autoironia, finalmente al centro di un veicolo pensato per esaltarli come coppia.
Il risultato, però, divide. Da una parte c’è chi lo potrebbe vedere come “comfort food” robusto e sanguigno, dall’altra chi ci leggerà un’occasione sprecata, intrappolata tra generi che non si fondono mai davvero. La verità sta nel mezzo: Fratelli demolitori diverte a tratti, ma raramente lascia il segno, e soprattutto fatica a trovare un’identità che non sia soltanto la somma dei suoi muscoli.
La trama è quella del giallo da manuale con contorno familiare: Walter, investigatore privato e padre assente, muore subito in un sospetto investimento. Poco prima ha spedito un pacco e si comportava come se qualcuno lo stesse braccando. La notizia raggiunge James (Bautista), ex militare ora istruttore alle Hawai’i, uomo disciplinato con moglie Leila (Roimata Fox) e figli, incapace però di sciogliere i nodi emotivi di un passato mai chiarito. Jonny (Momoa), fratellastro che vive in Oklahoma e fa il poliziotto con modi da motociclista sregolato, viene informato non da James ma da chi gli sta vicino; è già in crisi con la compagna Valentina (Morena Baccarin) e il lutto gli si rovescia addosso in forma di rabbia.
Quando alcuni sicari lo aggrediscono in casa per quel pacco, capisce che la morte del padre non è un incidente e vola alle Hawaii. Da lì, tra funerale e vecchie ferite, i due si ritrovano a frugare nell’ambiente torbido dell’isola: gruppi criminali locali, yakuza, figure pubbliche troppo disponibili, e un imprenditore spietato, Marcus Robichaux (Claes Bang), che annusa affari su terreni e comunità indigene. In mezzo, Pika (Jacob Batalon), ex assistente del padre, spalla comica e bussola imperfetta del caos.
Eppure, quando smette di voler essere “tutto”, qualcosa funziona. Momoa ha un talento naturale nel rendere simpatico l’uomo troppo grande per le stanze in cui entra: beve, provoca, scherza, e combatte come se la rissa fosse un gioco; la sua presenza dà personalità anche a momenti scritti in modo convenzionale. Bautista, al contrario, porta una gravità asciutta: il suo James non è tanto “serio” quanto trattenuto, e nei film migliori Bautista sa usare proprio questa trattenuta come forza comica o tragica.
Il problema è che qui il presunto contrasto tra i due si assottiglia: dovrebbero essere opposti, ma finiscono per assomigliarsi più del dovuto, due varianti dello stesso duro che risolve tutto con pugni e ringhi. La loro lite continua, invece di crescere fino a diventare motore narrativo, spesso si limita a scaramucce senza denti, e l’affiatamento reale si percepisce più nei sorrisi tra una botta e l’altra che nelle frasi pronunciate.
Sul fronte spettacolo, il film di Angel Manuel Soto alterna picchi e routine. C’è un combattimento iniziale in casa di Jonny che promette una regia cattiva e fisica: corpi lanciati contro pareti, oggetti usati come armi, umorismo sporco che si mischia al dolore. Più avanti arrivano inseguimenti, sparatorie, un lungo scontro su strada con motociclette e perfino un elicottero, e l’inevitabile rissa “uno contro tanti” in corridoio, citazione ormai obbligatoria del cinema recente.
Qui la messa in scena è efficiente, ma spesso derivativa: si riconosce la volontà di fare grande, e si avverte anche la patina di certe soluzioni visive tipiche dei film pensati per le piattaforme, dove l’energia c’è ma l’immagine non sempre ha peso. Le Hawaii, poi, restano più cartolina che personaggio: panorami e luce ci sono, ma l’isola raramente entra nelle scelte drammatiche, come se bastasse la sabbia sotto gli stivali a rendere “diverso” ciò che, nella struttura, è già visto.
Il punto più controverso è il tono: Fratelli demolitori vuole essere spavaldo, ma non abbastanza; vuole essere crudo, ma a volte la crudeltà stona con la leggerezza; vuole infilare profondità psicologica, ma le confessioni arrivano come parentesi solenni che interrompono l’adrenalina invece di alimentarla. È paradossale: sarebbe un film migliore se avesse avuto il coraggio di scegliere, anche sbagliando. Con più follia dichiarata sarebbe diventato un giocattolo sgangherato ma memorabile; con più disciplina avrebbe potuto trasformare il lutto e la fratellanza in qualcosa di davvero teso. Così com’è, resta un passatempo rumoroso: piacevole quando Momoa e Bautista si inseguono a colpi di insulti e gomitate, stanco quando la storia finge di essere un enigma e inciampa in figure già etichettate.
Per chi cerca su Prime Video un film d’azione da vedere “di pancia”, Fratelli Demolitori mantiene quindi la sue promessa minima: due star, molte botte, qualche risata. Per chi sperava in una coppia capace di reinventare il vecchio cinema di compagni di pattuglia, resta soprattutto un’occasione mancata: un film che ha la forza dei suoi protagonisti, ma non la loro personalità fino in fondo.
Di seguito trovate il trailer doppiato in italiano di Fratelli demolitori, su Prime Video dal 28 gennaio: