Azione & Avventura

Greenland 2: Migration, la recensione del sequel con Butler e Baccarin

Un prodotto corretto ma freddo, che amplia il mondo del primo film senza ritrovarne davvero il cuore

Uscito quando il mondo reale imparava a convivere con paura, restrizioni e incertezza, Greenland (2020) aveva trovato una via insolitamente sobria dentro il cinema catastrofico: invece di trasformare la fine del mondo in un luna park di esplosioni, Ric Roman Waugh metteva al centro un nucleo familiare fragile, riconoscibile, costretto a stringere i denti e a restare unito.

John Garrity (Gerard Butler) non era l’eroe invincibile, ma un padre qualunque che sbaglia, si spaventa, improvvisa; Allison (Morena Baccarin) non era il semplice sostegno, bensì una presenza con peso morale e nervi tesi; e il piccolo Nathan, con il diabete come miccia narrativa, ricordava che la sopravvivenza non è un concetto astratto, ma una faccenda di insulina, scorte, tempo e scelte. Il film poteva essere goffo, persino sciocco in certi snodi, eppure cercava un cuore emotivo: la catastrofe come pressione che schiaccia i legami e, a tratti, li salda.

Greenland 2: Migration adesso riparte cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke e compie la mossa più rischiosa per un seguito: cambia natura. Se il primo era una corsa verso un rifugio, qui si apre la fase “dopo”, quella in cui la fine non è un evento ma una condizione permanente.

I Garrity vivono in un complesso sotterraneo in Groenlandia, insieme ad altri superstiti, aspettando che la superficie torni praticabile. L’attesa però si prolunga, le risorse calano, l’aria si riempie di nervosismo e claustrofobia; poi una serie di scosse spezza l’illusione di sicurezza e il bunker collassa. John, Allison e Nathan (ora adolescente, interpretato da Roman Griffin Davis) si salvano con pochi altri su una scialuppa, trascinati in un’Europa devastata da tempeste radioattive, frane, maree e frammenti erranti: un pianeta che non finisce di finire. Con loro c’è anche una scienziata, la dottoressa Amina (Amber Rose Revah), che orienta la rotta verso una speranza quasi leggendaria: un grande cratere nel sud della Francia, che potrebbe offrire aria respirabile e riparo dalle scariche che bruciano il cielo.

Da qui, il film si struttura come una migrazione a tappe, un racconto di passaggi obbligati: Liverpool, presidii armati, saccheggiatori, nascondigli improvvisati, attraversamenti che cercano l’effetto “prova finale”. C’è una sequenza di caduta di frammenti che prova a riaccendere la meraviglia terribile del primo capitolo; e c’è soprattutto il pezzo forte da manuale del pericolo: un attraversamento su ponti improvvisati e instabili, così esageratamente precari da diventare quasi caricatura.

In mezzo, l’incontro con Denis (William Abadie), padre disposto a tutto per dare un futuro alla figlia Camille (Nelia Valery Da Costa), che finirà per unirsi al gruppo e, inevitabilmente, per diventare lo sguardo “altro” capace di incrinare la routine familiare dei Garrity. Nathan, finalmente adolescente, scopre anche la possibilità di desiderare qualcosa oltre la sopravvivenza, ma il film non insiste: accenna e scivola via, come se avesse paura di fermarsi davvero.

Ed è qui che Migration si gioca la partita più importante: quella dell’umanità. L’idea di raccontare il “dopo” potrebbe essere potente, perché il vero incubo non è l’impatto, è ciò che resta quando non c’è più un prima a cui tornare. Però molti elementi che rendevano Greenland più vivido vengono smussati o cancellati. La crisi coniugale tra John e Allison, che nel primo capitolo dava attrito e verità, qui è un ricordo addomesticato; la condizione di Nathan, così centrale e concreta, appare quasi un dettaglio risolto per convenienza. Al loro posto arrivano ostacoli esterni: uomini armati, ladri, regole feroci, morti rapide.

Il problema non è la durezza (un mondo post-catastrofe deve ferire), ma la sensazione che la sceneggiatura usi i personaggi di contorno come gettoni: entrano, dicono due frasi, escono in modo brutale. La tragedia, senza tempo per sedimentare, perde peso e diventa meccanica.

Waugh continua a dirigere con mestiere nei momenti di movimento, e Butler mantiene quella fisicità stanca e concreta che gli riesce bene quando non è costretto a fare il monumento. Anzi, proprio qui la sua presenza potrebbe funzionare: un uomo che non brilla, ma resiste. Solo che il film sembra oscillare tra due intenzioni incompatibili. Da un lato vorrebbe essere una storia severa sulla dignità e sulla solidarietà; dall’altro insegue la scossa facile del pericolo, ricopiando passaggi familiari del cinema post-apocalittico: la strada, i predoni, la sosta in una casa “buona”, la comunità sospetta, il sacrificio.

La parola “migrazione”, che potrebbe aprire uno spazio di senso sul presente e sulle persone in movimento, resta soprattutto un’etichetta: evocata, non interrogata. Quando la vicenda tenta un tono elegiaco, quasi funebre, l’emozione non sempre nasce dai personaggi, ma dalla musica e dall’insistenza.

Il risultato è un seguito che amplia lo scenario ma restringe l’anima. Greenland 2: Migration offre qualche immagine efficace di paesaggi svuotati e due o tre prove di tensione ben costruite, ma rinuncia a ciò che rendeva il primo film più di un prodotto di consumo: la sensazione che ogni scelta avesse un costo intimo, non solo fisico.

Insomma, la visione dipende da quanto vi basta ritrovare Gerard Butler e Morena Baccarin in un’altra corsa contro il disastro: come intrattenimento di sopravvivenza può passare; come prosecuzione necessaria di Greenland, lascia l’impressione di un viaggio lungo in un mondo grande, con personaggi rimasti troppo spesso in superficie.

Di seguito trovate il trailer doppiato in italiano di Greenland 2: Migration, nei nostri cinema il 29 gennaio:

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Published by
William Maga