Azione & Avventura

Il Falsario: recensione del film con Pietro Castellitto tra arte, inganno e anni di piombo

Un'opera che trasforma la storia di Antonio Chichiarelli in un crime elegante e ambiguo, sospeso tra arte, menzogna e intrattenimento

Con Il falsario, il regista Stefano Lodovichi (La stanza) affronta una delle domande più scivolose del cinema recente: basta il talento a fare un artista, oppure è il riconoscimento a legittimarlo, anche quando nasce dall’inganno? La figura di Antonio Chichiarelli, qui ribattezzato Toni e interpretato da Pietro Castellitto, diventa il prisma attraverso cui osservare l’Italia degli anni Settanta, un paese in cui tutto sembra possibile e tutto, allo stesso tempo, è profondamente compromesso.

Il film segue Toni dal suo arrivo a Roma da un paesino abruzzese che sembra stare interamente in un solo quadro. È un pittore convinto di avere qualcosa di unico da dire, ma il mercato lo ignora. Accanto a lui due amici d’infanzia, un prete e un operaio politicamente radicalizzato, che incarnano le tensioni ideologiche del tempo. Quando il talento pittorico non trova spazio, Toni scopre che il suo vero dono è la copia perfetta. Da lì la parabola è rapida: da falsario di opere del primo Novecento a figura chiave di un sottobosco dove si incrociano terrorismo, criminalità organizzata, servizi segreti e mondanità romana. La sua ascesa è anche una progressiva perdita di innocenza, ma Lodovichi sceglie di raccontarla come un’avventura seducente, più che come una discesa agli inferi.

Il confronto più evidente è con il cinema politico di Marco Bellocchio, in particolare con opere come Buongiorno, notte e Il traditore. Ma mentre Bellocchio usa la Storia per scavare nei traumi collettivi e nelle contraddizioni morali, Il falsario preferisce il passo del genere, oscillando tra crime movie e thriller storico. Gli anni di piombo diventano un fondale potente, più evocato che analizzato, e il racconto privilegia il ritmo e il fascino dell’azione rispetto alla riflessione. Questa scelta rende il film accessibile e scorrevole, ma ne limita la portata politica.

Il cuore dell’operazione è tutto nella performance di Castellitto. Il suo Toni è guascone, spavaldo, ingenuo e scaltro allo stesso tempo. L’attore gioca con accento, postura e sguardo per costruire un personaggio riconoscibile, forse persino troppo, ma efficace nel sostenere un film che punta molto sul carisma del protagonista. Accanto a lui, Giulia Michelini è Donata, gallerista e pigmalione, figura sospesa tra emancipazione e manipolazione, che incarna il richiamo di una Roma seducente e pericolosa. Edoardo Pesce e Claudio Santamaria danno corpo a un mondo criminale sopra le righe, mentre Fabrizio Ferracane richiama esplicitamente un immaginario già visto, rafforzando il legame con il grande racconto criminale italiano degli ultimi vent’anni.

Nel tentativo di privilegiare l’intrattenimento, Il falsario compie però un’operazione di normalizzazione del suo protagonista. Toni non è mai davvero pericoloso, più truffatore brillante che gangster strutturato. Le ambiguità più oscure vengono attenuate, e la sua responsabilità storica resta sullo sfondo. È una scelta coerente con il tono del film, ma lascia la sensazione di un’occasione parzialmente mancata: un personaggio così centrale nei misteri italiani avrebbe potuto sostenere una rappresentazione più scomoda e meno conciliatoria.

Visivamente il film funziona, con una Roma ricostruita come spazio del desiderio e della perdita, tra atelier, locali notturni e strade cariche di promesse. La regia è solida, talvolta più televisiva che cinematografica, e non a caso l’opera sembra pensata per lo streaming, dove la linearità narrativa e la riconoscibilità dei personaggi diventano un valore. Il risultato è un racconto fluido, che semplifica senza banalizzare del tutto, ma che rinuncia a scavare fino in fondo.

Il falsario è quindi un film affascinante e imperfetto, specchio di un’Italia che ha fatto dell’apparenza una forma di potere. Racconta la menzogna come strumento di successo e l’arte come ambizione più che come verità. Intrattiene, seduce, scorre veloce, ma lascia dietro di sé una domanda irrisolta: se tutto può essere copiato alla perfezione, che valore ha l’originale, e quanto siamo disposti a sacrificarlo pur di essere riconosciuti?

Di seguito trovate il trailer di Il Falsario, su Netflix dal 23 gennaio:

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Published by
Gioia Majuna