Un’opera estrema e spiazzante che rinuncia al racconto per trasformare il cinema in un’esperienza mentale pura, affascinante e respingente allo stesso tempo
Inland Empire – L’impero della mente è il punto di non ritorno del cinema di David Lynch, un’opera che non si limita a estremizzare il suo linguaggio ma lo dissolve, trasformando il film in un’esperienza percettiva più che narrativa. Se Mulholland Drive era ancora, per quanto ingannevole, un racconto decifrabile a posteriori, Inland Empire rifiuta qualsiasi promessa di ricomposizione. Qui il cinema non è più una macchina che organizza il caos: è il caos stesso che prende forma audiovisiva.
Il filo di trama, volutamente fragile, segue Nikki Grace, attrice hollywoodiana interpretata da Laura Dern, scelta per il ruolo principale in un film maledetto, remake di una produzione europea interrotta da un omicidio. Da questo punto iniziale, apparentemente riconoscibile, la storia si frantuma: Nikki diventa Sue, poi un’altra donna ancora, poi tutte insieme. Le identità si moltiplicano invece di sdoppiarsi, e ogni tentativo di stabilire quale sia “vera” si rivela sterile. Non siamo davanti al classico conflitto tra sogno e realtà, ma a una proliferazione di stati dell’essere che convivono senza gerarchia.
Lynch lavora per accumulo e associazione, non per causa ed effetto. Scene, figure e motivi ritornano come ossessioni: corridoi bui, volti deformati in primo piano, prostitute sulla Walk of Fame, conigli antropomorfi che recitano battute senza contesto. Tutto sembra scollegato, eppure tutto vibra nella stessa frequenza emotiva. Inland Empire non chiede di essere capito, ma attraversato. È un film che insegna allo spettatore come guardarlo, imponendo un nuovo regime di attenzione, più vicino alla logica del sogno che a quella del racconto.
In questo senso, Inland Empire dialoga con tutta la filmografia precedente di Lynch, ma lo fa come una riflessione terminale. I suoi temi ricorrenti — donne in pericolo, identità instabili, violenza sotterranea, spettacolo come inganno — non vengono riproposti, bensì scomposti. È come se il regista avesse aperto il proprio archivio inconscio e lo avesse riversato sullo schermo senza filtri, accettando il rischio dell’eccesso e dell’incomprensibilità. Il film assomiglia più a un flusso mentale che a un’opera compiuta, e proprio per questo risulta radicale.
La performance di Laura Dern è centrale e fisicamente estenuante. L’attrice non interpreta un personaggio, ma una condizione: quella di un’identità che si disfa sotto lo sguardo della macchina da presa. Il suo volto, spesso ripreso a distanza ravvicinatissima, diventa una superficie instabile, capace di trasmettere panico, smarrimento, dolore e trance senza bisogno di parole. È una recitazione che non cerca empatia ma esposizione, e che rende il corpo femminile il luogo in cui il film deposita tutta la sua angoscia.
A differenza di molto cinema sperimentale, Inland Empire non è freddo né astratto. È un’opera emotivamente violenta, che genera disagio attraverso la durata, la ripetizione, l’assenza di appigli. La sua lunghezza non è un vezzo autoriale, ma una strategia: solo restando immersi a lungo in questo spazio senza regole lo spettatore può iniziare ad accettarne la logica interna. La stanchezza diventa parte dell’esperienza, come in un rito iniziatico.
Eppure, sorprendentemente, il film si chiude su una nota di liberazione. Dopo tre ore di smarrimento, la “ragazza perduta” trova una via d’uscita dal suo ciclo infinito, e l’ultima sequenza, con una danza collettiva quasi festosa, suggerisce una possibilità di riconciliazione. Non è una soluzione narrativa, ma un gesto simbolico: l’accettazione dell’indeterminatezza come forma di pace. Lynch sembra dire che non serve capire tutto per potersi liberare.
Con il passare degli anni, Inland Empire – L’impero della mente appare sempre meno come un oggetto per pochi e sempre più come un film in anticipo sul presente. In un’epoca di immagini digitali pervasive, identità fluide e narrazioni frammentate, il suo linguaggio risulta paradossalmente profetico. Non è un’opera accogliente, né lo vuole essere. È un cinema che respinge e affascina, che rifiuta la spiegazione per affermare l’esperienza.
Più che un film, Inland Empire è allora una soglia: attraversarla significa accettare che il cinema possa smettere di raccontare storie e iniziare a pensare, sognare, ferire. E forse, proprio per questo, restare.
Il trailer di Inland Empire: