Una rilettura visivamente magnifica e ambiziosa, che incanta gli occhi ma non riesce a far battere davvero il cuore
Nel panorama delle riletture cinematografiche delle fiabe classiche, La Bella e la Bestia del francese Christophe Gans del 2014 occupa una posizione singolare: è un’opera che ambisce a restituire al racconto di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont una dimensione gotica, adulta e visivamente sontuosa, prendendo le distanze dall’immaginario musicale e rassicurante imposto dall’animazione contemporanea. Il risultato è un’opera affascinante e contraddittoria, capace di incantare lo sguardo ma meno efficace nel coinvolgere il cuore.
La storia è nota, ma Gans la arricchisce di un prologo e di una cornice narrativa che rimandano all’oralità della fiaba. Belle, interpretata da Léa Seydoux, è la figlia minore di un mercante caduto in disgrazia, impersonato da André Dussollier. Dopo il naufragio delle sue navi cariche di tesori, l’uomo è costretto a trasferirsi in campagna con i figli. A complicare la situazione interviene il fratello maggiore, indebitato con il losco Perducas, cui presta volto Eduardo Noriega. Smarritosi nel bosco durante una fuga, il padre trova rifugio in un castello misterioso e, nel tentativo di prendere una rosa per Belle, scatena l’ira della Bestia, interpretata da Vincent Cassel. “Una vita per una rosa”: l’uomo dovrà pagare con la propria libertà, ma Belle si offre di prendere il suo posto.
È qui che il film trova il suo nucleo drammatico. Belle si trasferisce nel castello, dove è obbligata a cenare ogni sera con la Bestia. Tra abiti sontuosi, creature incantate e visioni oniriche, la giovane scopre il passato dell’uomo che si cela dietro il mostro: un principe arrogante, segnato da una tragedia e punito con la metamorfosi. Gans amplia il retroterra del personaggio, mostrando la sua vita precedente e il rapporto con la moglie defunta, nel tentativo di rendere più complessa la trasformazione interiore che condurrà all’amore.
Dal punto di vista estetico, La Bella e la Bestia è un trionfo visivo. La fotografia, i costumi e le scenografie costruiscono un universo lussureggiante, sospeso tra romanticismo ottocentesco e suggestioni gotiche. Il castello sembra emergere da un sogno febbrile: giardini innevati, corridoi invasi da radici, saloni illuminati da una luce irreale. Gans dimostra una padronanza del quadro che richiama il cinema fantastico europeo, con un’attenzione quasi pittorica alla composizione dell’immagine. Ogni inquadratura è pensata per sedurre lo spettatore, per immergerlo in un mondo dove la natura e la magia convivono.
Eppure, proprio laddove l’apparato visivo raggiunge vette notevoli, emergono le principali fragilità dell’opera. L’uso massiccio degli effetti digitali, in particolare nella resa della Bestia e delle creature che abitano il castello, produce un effetto altalenante. Se il design del mostro è convincente e inquietante, altre soluzioni risultano meno armoniche rispetto all’impianto scenografico. Il contrasto tra set reali e interventi digitali non sempre trova un equilibrio, e in alcuni momenti l’artificio rischia di incrinare la sospensione dell’incredulità.
Il vero nodo, tuttavia, è di natura emotiva. La relazione tra Belle e la Bestia, che dovrebbe costituire il motore della narrazione, fatica a decollare con la forza necessaria. Léa Seydoux offre una protagonista delicata ma determinata, capace di esprimere innocenza e fermezza senza scivolare nella figura della vittima passiva. Vincent Cassel, sotto la maschera digitale, lavora soprattutto con la voce e la postura per conferire umanità al suo personaggio. Individualmente, entrambi sono credibili; insieme, però, non sempre sprigionano quella tensione romantica che rende memorabile la metamorfosi del sentimento. Il passaggio dall’ostilità iniziale alla complicità appare talvolta accelerato, più imposto dalla struttura della fiaba che maturato attraverso uno sviluppo graduale.
Gans sceglie inoltre di ampliare il contesto familiare di Belle, dedicando ampio spazio alle vicende dei fratelli e al conflitto con Perducas. Questo approfondimento, se da un lato radica la storia in una dimensione più concreta e sociale, dall’altro diluisce l’intensità del rapporto centrale. L’assalto finale al castello, con la minaccia alla vita della Bestia, sposta l’attenzione verso un registro più avventuroso, sacrificando in parte la dimensione intima del racconto.
Nonostante tali limiti, il film possiede una coerenza tematica interessante. La contrapposizione tra bellezza e mostruosità non è solo esteriore, ma diventa metafora delle fratture interiori. La Bestia incarna la colpa e l’orgoglio punito; Belle rappresenta la capacità di sacrificio e di compassione. In questo senso, l’opera recupera la dimensione morale della fiaba originaria, ponendo al centro la trasformazione come percorso etico prima ancora che romantico.
In definitiva, La Bella e la Bestia di Christophe Gans è un adattamento ambizioso e visivamente sontuoso, che privilegia l’estetica e l’atmosfera rispetto all’urgenza emotiva. Non raggiunge la potenza evocativa delle versioni più iconiche, ma offre una lettura adulta e malinconica del mito, capace di distinguersi per ricchezza formale e cura artigianale. È un film che seduce lo sguardo e invita alla contemplazione, anche se lascia il desiderio di un battito in più nel cuore della sua storia d’amore.
Di seguito trovate il full trailer doppiato in italiano di La Bella e la Bestia: