Azione & Avventura

Missione Shelter: la recensione dell’action complottista con Jason Statham

Un film teso e professionale che intrattiene senza sorprendere, sostenuto dal carisma del protagonista ma frenato da una scrittura convenzionale

Nel panorama del cinema d’azione contemporaneo, pochi meccanismi risultano prevedibili quanto un film con protagonista Jason Statham: uomo solitario, passato torbido, abilità letali, ritorno forzato alla violenza per proteggere qualcuno. Missione Shelter, diretto da Ric Roman Waugh, non fa eccezione. Eppure, dietro la formula reiterata, tenta di innestare una variazione emotiva che ambisce a distinguersi nel mare dei thriller muscolari.

Statham interpreta Michael Mason, ex agente governativo rifugiatosi su un’isola remota delle Ebridi, in Scozia. Vive come un eremita in un faro abbandonato, circondato da silenzi, scacchi giocati in solitaria e bottiglie di whisky. L’unico contatto umano è Jessie, adolescente interpretata da Bodhi Rae Breathnach, che insieme allo zio rifornisce l’isola. Quando una tempesta provoca la morte dell’uomo e lascia la ragazza ferita, Mason è costretto a uscire dal suo isolamento. L’emergenza medica lo spinge sulla terraferma, dove un sistema di sorveglianza governativo lo individua. Da quel momento, la sua identità segreta viene riattivata e un commando armato sbarca sull’isola con l’ordine di eliminarlo.

La struttura narrativa richiama esplicitamente la tradizione del fuggitivo braccato, con evidenti echi della saga di Bourne, ma Missione Shelter preferisce la linearità alla complessità. Lo sceneggiatore Ward Parry costruisce una cospirazione che coinvolge i vertici dell’intelligence britannica: l’ex capo dell’MI6 Steven Manafort, interpretato da Bill Nighy, avrebbe incastrato Mason anni prima per aver rifiutato un ordine moralmente inaccettabile. Accanto a lui si muovono figure istituzionali ambigue, come il primo ministro incarnato da Harriet Walter, e funzionari combattuti come Roberta Frost, a cui Naomi Ackie presta una determinazione trattenuta.

Il cuore del film dovrebbe essere il rapporto tra Mason e Jessie, ma qui emergono le fragilità dell’operazione. L’idea di affiancare al guerriero stanco una giovane traumatizzata promette un conflitto interiore più stratificato. Tuttavia, i dialoghi indulgono in battute granitiche e posture da duro che smorzano ogni possibile sfumatura. Statham resta un corpo in movimento, un volto scavato che comunica più con la fisicità che con le parole. Quando l’attore si limita a combattere, il film funziona: la precisione dei colpi, l’uso improvvisato di oggetti domestici come armi, la gestione dello spazio nelle sequenze corpo a corpo mostrano un mestiere solido. Ma nei momenti di intimità, la scrittura non sostiene la trasformazione emotiva che vorrebbe raccontare.

Ric Roman Waugh, già avvezzo a racconti di uomini assediati, dirige con professionalità. Le scene d’azione sono leggibili, coreografate con energia e senza eccessi barocchi. L’assalto notturno all’isola, tra visori a infrarossi e trappole artigianali, possiede un’efficacia primordiale. Più avanti, scontri in fattorie isolate e in un locale londinese rilanciano la tensione. Eppure manca un vero momento iconico: tutto scorre con competenza, ma raramente sorprende. La regia evita l’ironia e mantiene un tono cupo, quasi severo, che impedisce alla vicenda di scivolare nel grottesco pur sfiorando talvolta l’inverosimile.

Il cast di supporto rappresenta un potenziale solo in parte sfruttato. Bill Nighy conferisce a Manafort un’eleganza melliflua, ma il personaggio resta confinato nel cliché del burattinaio corrotto. Naomi Ackie suggerisce un conflitto morale interessante, mai davvero esplorato. Daniel Mays, nei panni di un ex collega di Mason, compare troppo brevemente per incidere. Persino Harriet Walter, terza incarnazione di un primo ministro nella sua carriera, attraversa la storia con distacco quasi rituale.

Visivamente, Missione Shelter sfrutta i paesaggi ventosi e le scogliere per costruire un senso di isolamento che riflette l’animo del protagonista. Il faro diventa metafora trasparente di un uomo che ha spento la propria luce per non essere trovato. Tuttavia, l’estetica non evolve: la fotografia privilegia toni freddi e interni spogli, ma non imprime un’identità riconoscibile. La colonna sonora accompagna senza invadere, sottolineando l’azione senza elevarla.

Il problema centrale del film non è la prevedibilità dell’esito, elemento quasi strutturale nel cinema d’azione con Jason Statham, ma l’assenza di un vero scarto. La formula è rispettata in ogni passaggio: il passato che ritorna, la caccia all’uomo, il confronto finale con l’antagonista, la rivelazione della macchinazione governativa. Ciò che manca è la sensazione di necessità. Perché raccontare ancora questa storia, se non si aggiunge uno sguardo nuovo?

Eppure, liquidare Missione Shelter come semplice prodotto di routine sarebbe riduttivo. Il film possiede ritmo, un protagonista che garantisce presenza scenica e sequenze di combattimento che soddisfano il pubblico di riferimento. Statham continua a incarnare con credibilità l’archetipo dell’uomo solo contro il sistema, figura che intercetta paure contemporanee legate alla sorveglianza e all’abuso di potere. In questo senso, la trama, pur semplificata, dialoga con inquietudini attuali.

Missione Shelter resta dunque un’opera di transizione: tenta di innestare un’anima più tenera in un impianto consolidato, ma non osa abbastanza per trasformarsi. È un film che si guarda con partecipazione immediata e si dimentica con altrettanta rapidità. Per gli appassionati di thriller d’azione e del carisma di Jason Statham rappresenta una tappa coerente; per chi cerca una reinvenzione del genere, lascia la sensazione di un’occasione solo parzialmente colta.

Di seguito trovate il trailer doppiato in italiano di Missione Shelter, al cinema dal 18 febbraio:

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Published by
Marco Tedesco