Un’idea brillante trasformata in azione coreografica potente, ma penalizzata da scrittura debole e personaggi troppo superficiali
Pretty Lethal – Ballerine all’inferno (Ballerina overdrive), finito dritto in esclusiva su Prime Video, è uno di quei film che nascono da un’idea folgorante — trasformare la danza classica in linguaggio di violenza — e finiscono per scontrarsi con i limiti di una scrittura incapace di sostenerne le ambizioni. Diretto da Vicky Jewson e interpretato da Maddie Ziegler, Lana Condor, Avantika, Millicent Simmonds, Iris Apatow e Uma Thurman, il film si inserisce apertamente nella scia del cinema d’azione contemporaneo, guardando in particolare a modelli come John Wick e Kill Bill, ma cerca di differenziarsi ribaltando l’immaginario della ballerina: non più simbolo di grazia, ma arma letale.
La trama è essenziale e quasi programmatica. Una compagnia di giovani ballerine americane, in viaggio verso Budapest per una competizione, resta bloccata in una zona isolata dell’Ungheria. Rifugiatesi in un albergo decadente gestito dall’enigmatica Devora Kasimer (Thurman), scoprono rapidamente di essere finite in un covo criminale, non lontano per atmosfera da certi survival come Finché morte non ci separi. Dopo l’uccisione della loro insegnante, diventano testimoni scomode e quindi bersagli da eliminare. Da quel momento, la sopravvivenza passa attraverso una trasformazione radicale: la disciplina del balletto diventa strumento di combattimento.
Il cuore del film sta proprio in questa intuizione: il corpo allenato alla precisione, al dolore e alla resistenza può diventare veicolo di violenza coreografata. La Jewson costruisce le sequenze d’azione come vere e proprie variazioni di danza, dove piroette, salti e torsioni si traducono in calci, colpi e uccisioni, in una sintesi che richiama tanto la stilizzazione di Kill Bill quanto l’iper-coreografia fisica del cinema action moderno. Quando il film si affida al movimento puro, funziona. Le scene più riuscite — in particolare lo scontro collettivo nel quale le ballerine combattono all’unisono — raggiungono un livello di spettacolarità raro, fondendo estetica e brutalità in modo sorprendente.
Tuttavia, questo slancio visivo non trova un corrispettivo nella costruzione narrativa. I personaggi sono definiti da tratti minimi e schematici: Bones (Ziegler) è la ribelle di origine modesta, Princess (Condor) la privilegiata arrogante, Grace (Avantika) la moralista religiosa. Archetipi che sembrano provenire più da un immaginario teen alla Mean Girls che da un vero sviluppo drammatico. Queste caratteristiche non evolvono mai davvero, restando funzioni narrative più che individui. Anche Chloe (Simmonds) e Zoe (Apatow) rimangono sullo sfondo, prive di un reale sviluppo. Il film suggerisce conflitti interni al gruppo, ma non li approfondisce, limitandosi a utilizzarli come motore superficiale per una coesione finale prevedibile.
Il film oscilla continuamente tra registri diversi senza mai trovare un equilibrio stabile. Da un lato c’è l’azione stilizzata e quasi ludica, dall’altro una violenza più cruda e disturbante che, in alcuni momenti, sfiora derive da torture movie alla Hostel. Questa ambiguità tonale indebolisce l’impatto complessivo: non è abbastanza leggero per essere puro intrattenimento, né abbastanza coerente per sostenere una lettura più cupa.
Anche la costruzione dello spazio narrativo risulta fragile. L’albergo, che dovrebbe funzionare come teatro chiuso e claustrofobico, non viene mai realmente esplorato nella sua geografia. Gli scontri si susseguono senza una chiara progressione, dando l’impressione di una serie di episodi più che di un percorso strutturato. Ne deriva una ripetitività che, alla lunga, anestetizza l’effetto spettacolare, trasformando ciò che dovrebbe essere escalation in semplice accumulo.
Eppure, nonostante queste debolezze, Pretty Lethal – Ballerine all’inferno conserva un fascino particolare. L’idea di fondo — trasformare una pratica artistica tradizionalmente associata alla fragilità in strumento di potere — introduce una dimensione quasi politica, ribaltando lo sguardo sul corpo femminile nel cinema d’azione, in linea con operazioni recenti come Abigail o lo spin-off Ballerina. Le ballerine non sono oggetti di contemplazione, ma soggetti attivi che riscrivono le regole dello scontro fisico.
Il problema è che questa intuizione resta isolata, circondata da una struttura che non riesce a sostenerla. Le sequenze migliori sembrano appartenere a un film diverso, più audace e consapevole, mentre il resto si limita a riempire gli spazi tra un momento spettacolare e l’altro. Il risultato è un’opera discontinua, capace di entusiasmare a tratti ma incapace di costruire un’esperienza davvero compiuta.
In definitiva, Pretty Lethal – Ballerine all’inferno è un prodotto che colpisce per ciò che potrebbe essere più che per ciò che è. Quando danza e violenza si fondono, il cinema trova una nuova energia. Ma senza una struttura solida e personaggi credibili, anche la coreografia più spettacolare finisce per perdere peso. Rimane un esperimento interessante, a tratti esaltante, che però non riesce a trasformare la sua idea centrale in un racconto davvero memorabile.
Il trailer internazionale di Pretty Lethal – Ballerine all’inferno, disponibile su Prime Video dal 25 marzo: