Un film teso e disturbante che trasforma il campo di battaglia in un’indagine sulla dipendenza dal conflitto e sul vuoto lasciato dalla guerra
A oltre quindici anni dalla sua consacrazione agli Oscar, The Hurt Locker resta uno dei film di guerra più discussi del nuovo secolo, non soltanto per la tensione quasi insostenibile con cui Kathryn Bigelow mette in scena l’Iraq, ma per l’ambiguità morale che continua a renderlo vivo. In superficie è il racconto di una squadra artificieri dell’esercito statunitense impegnata a disinnescare ordigni nel 2004; in profondità, è il ritratto di un uomo che nella guerra trova un senso, una dipendenza, perfino una forma di casa. Ed è proprio questa doppiezza a fare di The Hurt Locker un caso ancora centrale nel cinema contemporaneo: film bellico, film psicologico, film sull’assuefazione al rischio.
La trama è ridotta all’osso, e proprio per questo efficace. Dopo la morte di un sergente interpretato da Guy Pearce, l’unità accoglie il nuovo caposquadra William James, cui Jeremy Renner dà un magnetismo nervoso e imprevedibile. Con lui ci sono J.T. Sanborn, interpretato da Anthony Mackie, più prudente e disciplinato, e Owen Eldridge, volto di Brian Geraghty, giovane soldato già logorato dalla paura. Mancano pochi giorni alla fine del turno in Iraq, ma ogni intervento trasforma il tempo in una trappola: un’auto sospetta, un filo nella sabbia, un corpo imbottito di esplosivo. La Bigelow non costruisce una narrazione epica; preferisce una successione di detonazioni fisiche e interiori che svelano, scena dopo scena, quanto la guerra deformi lo sguardo, i rapporti, l’identità.
La grande intuizione del film è tutta nel suo protagonista. James non è un eroe tradizionale, e neppure un semplice incosciente. È un uomo rimodellato dal conflitto, uno che sotto pressione appare lucidissimo e che nella normalità si smarrisce. La celebre scena del supermercato, in cui torna a casa e resta svuotato davanti a una corsia di scatole di cereali, vale più di molti discorsi sul trauma: il mondo civile, con le sue scelte minime e infinite, gli è diventato incomprensibile. Lì The Hurt Locker smette definitivamente di essere solo un film sulla guerra e diventa un film sul dopo, sul vuoto che il combattimento lascia e insieme riempie. La frase iniziale sull’ebbrezza della battaglia come droga non è dunque una trovata: è la chiave del personaggio e, in parte, della struttura stessa del racconto.
Eppure è proprio qui che nasce anche il limite più serio del film. Se il suo centro è il trauma dei soldati americani, l’Iraq resta spesso uno sfondo osservato da lontano, una geografia di sguardi muti e intenzioni opache. La popolazione irachena appare quasi sempre come presenza indecifrabile, raramente come soggetto pieno del racconto. Col passare degli anni questa mancanza pesa di più. Quello che nel 2009 poteva sembrare un film anti-bellico concentrato sulla devastazione psichica dei militari oggi appare anche come un’opera parziale, capace di raccontare con intensità una sola metà della tragedia. Non è un difetto secondario, perché incide sul senso politico del film: The Hurt Locker denuncia il costo umano della guerra, ma soprattutto dal lato di chi la combatte in uniforme statunitense.
Anche per questo il film continua a dividere. Da un lato c’è chi lo considera uno dei più forti film contro la guerra del XXI secolo, proprio perché mostra uomini incapaci di tornare interi alla vita ordinaria. Dall’altro c’è chi vi legge una fascinazione pericolosa verso il dispositivo bellico, soprattutto nella figura di James, che non rifiuta il conflitto ma vi ritorna come a una vocazione. In realtà la grandezza del film sta forse nel non sciogliere del tutto questo nodo. La Bigelow non assolve la guerra, ma neppure semplifica chi ne è stato plasmato. Mostra come l’orrore possa diventare abitudine, e come l’adrenalina possa somigliare a un’identità quando tutto il resto perde consistenza.
C’è poi un altro aspetto che rende The Hurt Locker decisivo nella storia del cinema: l’Oscar vinto da Kathryn Bigelow per la regia, un passaggio simbolico enorme in un’industria che per decenni ha escluso le donne anche dai vertici dell’autorialità. Ma ridurre il film a un primato sarebbe ingiusto. Il punto non è che una donna abbia diretto un grande film di guerra; il punto è che Bigelow lo abbia fatto senza cercare attenuanti, lavorando sul corpo, sul trauma, sulla dipendenza e sulla solitudine con uno sguardo lucidissimo.
Rivisto oggi, The Hurt Locker resta dunque un’opera potentissima e incompleta, esaltante sul piano cinematografico e problematica su quello storico. Proprio per questo non smette di interrogare. Non offre conforto, non cerca purezza morale, non risolve il suo stesso conflitto. E forse è il motivo per cui, ancora adesso, continua a esplodere dentro chi guarda.