Joe Carnahan dirige un poliziesco teso, sporco e morale, che usa il carisma delle sue star per raccontare quanto sia sottile il confine tra giustizia e tradimento
Nel panorama dei polizieschi disponibili su Netflix, The Rip – Soldi sporchi si fa notare perché non ha l’aria del titolo “da scorrimento”, buono per riempire una serata e sparire il giorno dopo: ha una tensione costruita con metodo, un senso dello spazio urbano che restituisce a Miami una presenza reale, e una regia che prova a far pesare ogni scelta.
Joe Carnahan (Copshop) torna a un territorio che conosce: uomini di legge consumati, procedure che diventano trappole, amicizie che sotto stress rivelano crepe antiche. Non siamo davanti a un film che riscrive le regole del genere, ma a un’opera che sa usare regole note per rimettere lo spettatore in uno stato d’incertezza continua, quello in cui il sospetto è più contagioso della paura.
Il racconto parte con un’esca brutale: la capitana Jackie Velez viene uccisa da due uomini mascherati durante una corsa nella pioggia, dopo una telefonata in cui promette protezione a una donna in pericolo. Il dettaglio più importante non è l’azione in sé, ma la scia che lascia: un messaggio inviato in extremis, un telefono da far sparire, e una domanda che si insinua subito nella carne del film. Jackie è stata eliminata dai criminali o da qualcuno “in casa”?
Carnahan sceglie una struttura che frammenta le informazioni, appoggiandosi a interrogatori e ricostruzioni parziali: non ci consegna una verità, ci costringe a inseguirla. È un dispositivo semplice, ma efficace, perché mette lo spettatore nella stessa posizione dei personaggi: vedere tanto, capire poco, e soprattutto dubitare sempre.
Al centro c’è il tenente Dane Dumars (Matt Damon), promosso a riempire il vuoto lasciato da Jackie. Damon lavora su un registro insolito per lui: non l’efficienza brillante dell’eroe, ma la stanchezza di un uomo che sembra portare addosso ferite personali e professionali. Di fronte, come contrappunto, c’è il sergente J.D. Byrne (Ben Affleck), più impulsivo, più fisico, pronto a trasformare ogni insinuazione in scontro.
La trama accelera quando la squadra antidroga viene indirizzata verso una villetta anonima a Hialeah, in un quartiere che pare innocuo proprio perché standardizzato. Carnahan e la scenografia fanno un lavoro sottile: il cul-de-sac non è un semplice scenario, è un recinto, una geometria che suggerisce assedio. Dentro c’è Desi (Sasha Calle), che dice di vivere lì dopo la morte della nonna e di non aver mai messo piede nel sottotetto. Ma il cane addestrato fiuta qualcosa, una parete finta cede, e nel vuoto pulito dell’attico appare l’impossibile: venti milioni di dollari. Da quel momento la domanda non è più “chi ha ucciso Jackie?”, ma “chi siamo disposti a diventare davanti a una cifra del genere?”.
The Rip – Soldi sporchi trova qui la sua forma migliore: il tempo diventa un’arma. Le procedure impongono di contare il denaro sul posto prima di lasciare la scena, e un obbligo burocratico si trasforma in una gabbia narrativa. Carnahan sfrutta l’attesa come un accelerante: telefonate anonime, ultimatum, presenze sospette che si avvicinano, e il dubbio che l’attacco possa arrivare tanto dai criminali quanto da altri agenti. Non è soltanto la tentazione di “tagliare” una parte del bottino; è la consapevolezza che chi ha nascosto quei soldi farà di tutto per riprenderseli.
La tensione nasce così da un doppio assedio: quello esterno, fisico, e quello interno, psicologico. Il cast corale regge bene questa pressione. Steven Yeun porta una gentilezza ambigua, che può essere affidabilità o strategia; Kyle Chandler entra con un tono cordiale che rende più inquietante ogni sua interferenza; Teyana Taylor e Catalina Sandino Moreno, pur penalizzate da una lunga assenza quando il film si concentra sul duello maschile, lasciano intravedere spigoli interessanti nei rapporti di squadra. Desi, invece, è un’incognita ben calibrata: non viene ridotta a semplice vittima, e la sua diffidenza verso i poliziotti suona come un istinto di sopravvivenza più che come posa.
Sul piano visivo e sonoro, The Rip – Soldi sporchi punta su notti fredde, asfalto bagnato, luci che tagliano i volti e un accompagnamento musicale elettronico che pulsa come un battito accelerato. L’omaggio a un certo poliziesco notturno è percepibile, ma Carnahan resta più ruvido, meno innamorato della posa: privilegia la collisione, la pressione, l’energia dei corpi. Anche le sparatorie e gli inseguimenti non sono “numeri” staccati dal racconto: arrivano come conseguenza del dilemma, come punteggiatura violenta di una scelta che non può restare teorica.
I problemi emergono quando la corsa dovrebbe chiudersi: il finale tende ad allungarsi, con la sensazione che il film voglia spiegare e sigillare troppo, e alcuni personaggi secondari vengono sacrificati per far spazio agli ultimi rovesci. Ma il bilancio resta positivo: The Rip – Soldi sporchi è un poliziesco teso, compatto nella parte centrale, sostenuto dalla chimica Damon–Affleck e alimentato da una domanda semplice e corrosiva: quanto vale la lealtà quando sul tavolo ci sono venti milioni?
Insomma, Joe Carnahan non predica, ma mette i suoi personaggi in una stanza con il denaro e li osserva mentre si convincono, passo dopo passo, che la linea tra giustizia e rapina non è una frontiera, è una scusa.
Di seguito trovate il trailer doppiato in italiano di The Rip – Soldi sporchi, a catalogo dal 16 gennaio: