Un film cupo e ben interpretato che costruisce tensione ma non riesce a darle un esito davvero convincente
Nel panorama del thriller contemporaneo ambientato tra foreste, neve e comunità isolate, The Silencing – Senza voce si inserisce con l’ambizione di raccontare un’ossessione privata che diventa caccia pubblica. Diretto da Robin Pront e scritto da Micah Ranum, il film affida il peso emotivo e fisico della storia a Nikolaj Coster-Waldau, qui lontano dalle corti e dai giochi di potere che lo hanno reso celebre in Il Trono di Spade. Il risultato è un’opera che tenta la via del thriller psicologico immerso nella natura selvaggia del Minnesota, ma che finisce per smarrirsi tra stereotipi e occasioni mancate.
La trama è lineare: nei boschi profondi attorno a Echo Falls un serial killer dà la caccia a ragazze adolescenti. Rayburn Swanson, ex cacciatore ora gestore di una riserva naturale intitolata alla figlia scomparsa Gwen, vive sospeso tra rimorso e speranza. Cinque anni prima aveva lasciato la ragazza nel camion mentre faceva rifornimento di alcolici; da allora la colpa lo consuma. Quando il corpo di una giovane viene ritrovato con le corde vocali recise, le sue telecamere di sorveglianza riprendono una figura in tuta mimetica che insegue un’altra vittima. Rayburn imbraccia il fucile e si lancia all’inseguimento, deciso a fare ciò che la polizia non ha saputo fare: trovare il mostro e, forse, rispondere al mistero che lo divora.
Accanto a lui – o contro di lui – si muove la nuova sceriffo Alice Gustafson, interpretata da Annabelle Wallis. È convinta che il caso le appartenga e porta con sé un fardello personale: il fratello minore Brooks, volto inquieto di Hero Fiennes Tiffin, viene trovato nei pressi della scena del crimine e diventa il sospettato ideale. Alice lo aveva lasciato anni prima per inseguire la carriera in città, abbandonandolo a un’infanzia opaca. Il senso di colpa si sovrappone così a quello di Rayburn, creando un doppio specchio di genitori e fratelli mancati che cercano redenzione in un’indagine che li supera.
La regia di Pront punta su un’estetica fredda, con panorami boschivi avvolti da una luce lattiginosa che suggerisce un mondo sospeso. Alcune sequenze di inseguimento funzionano, specialmente quando il killer, coperto da una tuta mimetica che lo rende quasi una creatura del sottobosco, appare e scompare tra gli alberi. L’uso dell’“atlati”, antica arma da lancio capace di scagliare una lancia a velocità impressionante, introduce un elemento insolito che distingue il film dal consueto arsenale di coltelli e pistole. Ma l’originalità dell’arma non basta a rendere memorabile la minaccia: il villain resta un’ombra senza identità fino a un colpo di scena finale che più che sorprendere disorienta.
Il confronto con altri racconti di frontiera è inevitabile. Il film evoca atmosfere già esplorate con maggiore coerenza in I segreti di Wind River o nella prima stagione di True Detective. Lì il paesaggio diventava personaggio, la comunità aveva un peso storico e sociale, il dolore si radicava in un contesto preciso. Qui, invece, Echo Falls è un luogo generico, quasi intercambiabile con qualunque provincia nordamericana. Anche la presenza di una polizia tribale rimane un dettaglio decorativo, mai realmente integrato nel tessuto narrativo.
Coster-Waldau, tuttavia, offre una prova intensa. Il suo Rayburn è un uomo scavato, con lo sguardo fisso di chi non ha smesso di cercare. L’attore lavora per sottrazione, affidandosi a silenzi e movimenti trattenuti. In alcune scene – come quando cauterizza la propria ferita pur di continuare la caccia – emerge una dimensione quasi primitiva, un ritorno alla sopravvivenza pura che dà al film brevi lampi di autenticità. La Wallis tenta di costruire una sceriffo combattuta tra dovere e affetto, ma la sceneggiatura la costringe a scelte discutibili che minano la credibilità del personaggio. Quanto a Fiennes Tiffin, incarna con mestiere il giovane problematico, ma resta imprigionato in un cliché.
Il problema centrale di The Silencing è la gestione dei depistaggi. La narrazione dissemina sospetti senza mai approfondirli davvero, accumulando piste che si rivelano vicoli ciechi. Invece di alimentare la tensione, questa strategia finisce per svuotarla: lo spettatore percepisce la manipolazione e si distacca emotivamente. Quando arriva la rivelazione finale, l’effetto è meno quello di una verità dolorosa e più quello di una soluzione affrettata.
In definitiva, The Silencing è un thriller che promette un viaggio oscuro nei boschi dell’animo umano ma rimane in superficie. Offre atmosfere suggestive e un protagonista carismatico, ma non riesce a trasformare il senso di colpa in vera materia drammatica. Per chi ama le storie di caccia all’uomo tra alberi innevati e cabine isolate può rappresentare una visione discreta, sostenuta dall’impegno degli interpreti. Tuttavia, nel confronto con i migliori esempi del genere, appare come un’eco lontana: riconoscibile, ma priva di quella voce capace di incidere davvero nel silenzio che evoca.
Il trailer internazionale: