Il diario da Venezia 82 (2025), episodio 2: Herzog sogna elefanti, Sokurov sceglie lo scopone
30/08/2025 news di Giovanni Mottola
Due parole anche su La Grazia di Sorrentino e Queen Kelly di Von Stroheim

Archiviate con una certa difficoltà le polemiche innescate dal collettivo Venice4Palestine, la Mostra ha avuto ufficialmente inizio. In proposito, bisognerebbe segnalare che gli stessi firmatari dell’appello cominciano ad avere dei ripensamenti. Rilevanti, in particolare, le titubanze di Toni Servillo e di Carlo Verdone, i quali si dissociano da un manifesto cui essi stessi avevano aderito, perché sostengono di non essere stati informati circa l’intenzione di richiedere l’esclusione di due attori – Gal Gadot e Gerald Butler – dalla partecipazione alla Mostra, rispetto alla quale si dichiarano contrari, ritenendo l’arte un terreno che deve rimanere immune da ogni forma di censura.
Lo apprendiamo con piacere. L’inaugurazione ufficiale è avvenuta con un film italiano, La Grazia di Paolo Sorrentino, a proposito del quale ci riserviamo di parlare nella prossima puntata di questa rubrica. Riteniamo infatti doveroso concedere prima spazio a un momento solitamente snobbato, cioè la pre-apertura, avvenuta con la proiezione del film Queen Kelly di Erich Von Stroheim. Nella sala in cui è stato presentato era infatti presente quel monumento vivente che risponde al nome di Francis Ford Coppola il quale, 86enne e operato di recente, si è presentato in sala, accompagnato dall’amorevole figlia Gia, senza altro scopo che quello di assistere al lungometraggio introvabile di un collega che ha fatto la storia del cinema.
Ritrovarsi seduti vicino a Coppola che assiste a un film che vede per protagonista Gloria Swanson diretta da Stroheim, riempie di un significato altrimenti difficile da cogliere le battute finali di Viale del Tramonto, diretto da Billie Wilder in omaggio al cinema muto. Là Wilder filmò, nella scena finale, un maggiordomo devotissimo (Stroheim appunto) nell’atto di illudere la sua padrona Swanson, ex diva del muto, che era intenta a fare l’ultima passerella al cospetto del suo pubblico anziché il tragitto per il carcere. Possiamo affermare, sostituendo Wilder con Coppola, di aver assistito a un’identica magia, poiché l’anziano regista ha reso l’altrieri, ai due divi scomparsi, un paragonabile omaggio, pur postumo.
In realtà la presenza di cotanto uomo di cinema, al di là del suo piacere personale, era dovuta al fatto che il giorno successivo avrebbe consegnato il primo Leone d’Oro di questa edizione (il secondo verrà consegnato la prossima settimana a Kim Novak) al suo vecchio amico Werner Herzog.
Pur diversissimi, i due hanno svolto in contemporanea il loro percorso nella settima arte, e già cinquant’anni fa Coppola ospitava a casa sua l’amico che, al tempo in cui dirigeva Fitzcarraldo, non aveva i soldi per permettersi il pernottamento in albergo. Nel consegnargli il premio ha sottolineato il suo lato di grande viaggiatore e ha ribadito che si tratta di un personaggio unico nel mondo del cinema. Ne abbiamo avuto riprova anche all’indomani, quando si è prestato ad incontrare un pubblico composto di ammiratori che desideravano ricevere da lui consigli su come affrontare una carriera da regista.
A queste domanda, forte di un’ammirevole umiltà, non si è sottratto, rispondendo però in maniera assolutamente poco prevedibile. Chiedere a un personaggio speciale come Herzog consigli per diventare un nuovo Herzog è domanda che già di per sé contiene un controsenso. Gli viene fatta perché se ne ammira l’unicità ma, proprio perché unico, non si può pretendere di assomigliargli.
Quindi le risposte hanno avuto il risuono del paradosso: “Molla tutto e recati in Uganda o in Bangladesh!“; “Gira per manicomi o per macelli o per foreste!“. L’unico suggerimento davvero concreto, che peraltro ci sentiamo di sottoscrivere pienamente, era quello di leggere molto e di calarsi nella realtà delle cose, sporcandosi le mani. Tutte attività, a parere del Maestro, molto più utili della frequentazione delle scuole di cinema.
Divertente il passaggio in cui ha affermato di guardare all’incirca sei film l’anno, cioè un numero a cui il frequentatore medio della Mostra del Cinema di Venezia assiste in un giorno solo. Le risposte di Herzog potrebbero stupire solo chi ancora non lo conosce, così come non è strano vederlo impegnato, per la sua ultima fatica presentata qui al Lido, in un documentario sulla caccia agli ‘elefanti fantasmi’ in Angola.
In Ghost Elephants si può infatti vedere come egli si entusiasmi ancora all’idea di una spedizione naturalistica che possa fornirgli il pretesto d’indagare antropologicamente su un mondo, quello dei boscimani, ancora lontanissimo dai canoni della vita occidentale. Trovare o meno questa specie di elefanti, i più grandi del mondo, sembra interessarlo fino a un certo punto.
L’indagine del grande regista è sulla ricerca e sul sogno, unico motore che ancora gli permette di continuare un lavoro nel quale altrimenti non potrebbe più trovare significato. Lo stesso entusiasmo contagioso che Herzog manifesta per ogni nuovo progetto lo vive anche il frequentatore della Mostra, che riesce a passare da un grande maestro ad un altro nel giro di poche ore.
Terminata la conferenza di Herzog ci si può infatti imbattere nell’ultima fatica di Alexander Sokurov, già Leone d’Oro nel 2011 con Faust, il quale ha condotto uno straordinario lavoro storiografico sintetizzando, si fa per dire, in 5 ore e 21 minuti la Storia dell’Unione Sovietica nella sua nuova opera dal titolo Zapisnaja knižka režisëra (Director’s diary).
Sullo schermo vengono proposte immagini d’archivio, per lo più in bianco e nero, che raccontano gli ospedali, le scuole, le fabbriche dell’Urss, inframmezzate da visite ufficiali dei vari Presidenti, accompagnandole con scritte in sovrimpressione che riferiscono i fatti salienti accaduti nel resto del mondo nell’anno di riferimento. Un ‘opera indubbiamente di grande interesse, adatta però forse più agli studiosi di storia che al grande pubblico.
Il quale in effetti, complice anche la durata fluviale, non è accorso numeroso alla proiezione, nonostante la presenza dello stesso regista in sala. Complice anche la collocazione in una delle sale più capienti della Mostra, il Palabiennale, l’effetto ottico era, già all’inizio della proiezione, più di vuoto che di pieno. Inoltre, già dopo dieci minuti, resisi conto delle caratteristiche del film, molti spettatori hanno cominciato ad abbandonare la sala. Nostro malgrado, dopo circa due ore e mezzo, cioè a metà del lungometraggio, siamo stati costretti a fare altrettanto a causa di impegni sopravvenuti.
Ci è stato però raccontato che, al termine della proiezione, Sokurov ha dimostrato grande affabilità proponendo ai superstiti ancora in sala di fare tutti insieme una partita a scopone scientifico, gioco del quel pare essere molto appassionato. Un’idea veramente molto simpatica. Purtroppo alla fine hanno dovuto rinunciare, perché si sono accorti che mancava il quarto.
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