Un prodotto semplice e derivativo che diverte con qualche buona scena spettacolare, ma resta privo di vera originalità o profondità
Tra i nuovi film d’azione distribuiti in streaming, War Machine prova a recuperare un immaginario molto preciso: quello dei grandi spettacoli militari fantascientifici degli anni Ottanta e Novanta. Diretto da Patrick Hughes e interpretato da Alan Ritchson, il film costruisce la sua identità su una promessa semplice ma efficace: soldati contro una minaccia aliena gigantesca.
Una formula che rimanda inevitabilmente a modelli celebri come Predator, Aliens o Terminator, ma che qui viene riproposta con un approccio più diretto e meno ironico, quasi nostalgico. Il risultato è un’opera che oscilla continuamente tra omaggio, imitazione e intrattenimento puro, senza riuscire del tutto a trovare una voce davvero originale.
La trama di War Machine si apre in Afghanistan, dove un convoglio militare guidato dal soldato interpretato da Alan Ritchson viene improvvisamente attaccato. Durante l’imboscata muore il fratello del protagonista, interpretato da Jai Courtney, un trauma che segna profondamente il personaggio e diventa il motore emotivo dell’intera storia. Due anni dopo, il protagonista decide di completare l’addestramento dei Ranger dell’esercito statunitense, determinato a onorare la memoria del fratello. Nel campo di addestramento in Colorado incontra un gruppo di reclute con cui dovrà affrontare la prova finale del corso, sotto la supervisione di due ufficiali interpretati da Dennis Quaid ed Esai Morales.
L’ultima esercitazione dovrebbe simulare il recupero di un aereo militare precipitato in una zona montuosa. Quando però la squadra raggiunge il luogo dell’impatto scopre che il relitto non appartiene a nessuna tecnologia terrestre. Nel terreno è incastrata una struttura metallica sconosciuta che, dopo l’esplosione delle cariche piazzate dai soldati, si trasforma in un gigantesco robot alieno. Da quel momento il film diventa una caccia alla sopravvivenza: la macchina extraterrestre inizia a eliminare i militari uno dopo l’altro mentre i superstiti cercano disperatamente di tornare alla base.
Il meccanismo narrativo è estremamente lineare. War Machine segue una struttura quasi elementare: un gruppo di soldati isolati nella natura affronta una minaccia tecnologicamente superiore. È una formula che il cinema ha esplorato molte volte e il film di Hughes non tenta realmente di reinventarla. La sua forza risiede piuttosto nell’immediatezza dell’azione e nella fisicità del protagonista. Alan Ritchson, già noto per la serie Reacher, incarna perfettamente il modello dell’eroe muscolare contemporaneo. La sua presenza scenica domina ogni inquadratura e rende credibile la dimensione quasi fumettistica dello scontro finale tra uomo e macchina.
L’influenza dei classici del genere è evidente. Come Predator, anche War Machine costruisce tensione attraverso la progressiva eliminazione dei membri della squadra. Come Aliens, il film utilizza l’idea di un nemico tecnologico quasi invincibile. Eppure manca proprio l’elemento che rendeva quei film memorabili: la riflessione sul mito dell’eroe militare. In Predator, per esempio, la figura del soldato invincibile veniva gradualmente smontata attraverso il confronto con una creatura superiore. Nel film di Hughes, invece, la dimensione critica è quasi assente. L’esercito non viene mai messo davvero in discussione; al contrario, la narrazione finisce spesso per esaltare la retorica dell’addestramento e della disciplina militare.
Questo aspetto emerge soprattutto nella parte finale del film. Dopo una lunga fuga nei boschi e tra i canyon, il protagonista affronta direttamente la macchina aliena in uno scontro che combina armi pesanti, veicoli militari e combattimento corpo a corpo. La sequenza è spettacolare e dimostra l’esperienza di Hughes nel dirigere scene d’azione. Tuttavia il tono patriottico che accompagna l’epilogo – con soldati che avanzano al rallentatore e elicotteri che sorvolano il paesaggio – trasforma progressivamente War Machine in qualcosa di simile a una celebrazione della potenza militare.
Ciò non significa che sia privo di qualità. Alcune sequenze sono costruite con notevole energia: l’attraversamento di un fiume in piena mentre il robot attacca la squadra, oppure l’inseguimento con un veicolo corazzato lungo una strada di montagna. Hughes dimostra una buona capacità di mantenere ritmo e tensione, evitando l’eccessiva dipendenza da scenari digitali che spesso appesantiscono le produzioni contemporanee.
Anche il robot alieno, pur non essendo particolarmente originale, possiede una presenza minacciosa efficace. Il design ricorda certe macchine della fantascienza giapponese e le grandi creature metalliche dei videogiochi. Non ha una vera personalità, ma funziona come simbolo di una forza distruttiva inarrestabile.
Alla fine War Machine rimane un film che vive soprattutto della sua promessa di spettacolo. Non cerca davvero di essere complesso o innovativo. Preferisce piuttosto recuperare una tradizione di intrattenimento diretto, in cui l’eroe affronta una minaccia gigantesca e la sconfigge grazie alla forza e alla determinazione. In questo senso rappresenta una sorta di ritorno a un modello di cinema d’azione più semplice e immediato.
Il problema è che il confronto con i grandi modelli del passato diventa inevitabile. Film come Predator o Aliens riuscivano a coniugare spettacolo, tensione e riflessione sul mito della guerra. War Machine, invece, si accontenta di replicarne la superficie. Resta quindi un prodotto solido ma limitato: un film che diverte per la durata della visione ma che difficilmente lascia un segno duraturo nella memoria dello spettatore.
Di seguito trovate il trailer internazionale di War Machine, dal 6 marzo su Netflix: