Horror & Thriller

Worldbreaker: la recensione del film fanta-apocalittico con Jovovich ed Evans

Brad Anderson dirige un’opera visivamente suggestiva ma incompiuta, che promette molto e non mantiene quasi nulla

Nel panorama sempre più affollato del cinema post-apocalittico, Worldbreaker di Brad Anderson (Session 9) si inserisce con un’idea di partenza tutt’altro che banale, ma finisce per incarnare uno dei paradossi più frustranti del genere: avere tutto il necessario per funzionare senza riuscire davvero a diventare un film compiuto.

Ambientato in un futuro devastato dall’apertura di una frattura dimensionale – lo “Stitch” – da cui emergono creature ibride e mostruose chiamate Breakers, il film costruisce un immaginario potenzialmente potente che tuttavia resta incompiuto, quasi trattenuto, come se mancasse sempre il coraggio di spingersi oltre la superficie.

La trama segue Willa, interpretata da Billie Boullet, una ragazza cresciuta in un mondo dove la sopravvivenza è l’unica forma di normalità. Suo padre (Luke Evans) è un ex combattente che la addestra su un’isola isolata, lontana dal fronte dove la madre (Milla Jovovich), comandante di un esercito prevalentemente femminile, combatte contro le creature. Già da questo nucleo narrativo emergono alcune delle intuizioni più interessanti del film: una società ribaltata, in cui le donne guidano la resistenza perché meno vulnerabili all’infezione dei Breakers, e un rapporto padre-figlia che richiama modelli contemporanei ormai ricorrenti nel racconto della fine del mondo.

Eppure, ciò che dovrebbe essere il cuore pulsante del racconto si trasforma presto in una lunga attesa. Il film dedica gran parte del suo tempo alla preparazione: allenamenti, racconti, costruzione di un mito – quello del leggendario “Kodiak”, figura evocata come simbolo di speranza – ma senza mai arrivare a una vera esplosione narrativa. La tensione resta sospesa, come se Worldbreaker fosse un prologo dilatato di una storia più grande che però non arriva mai. Questa scelta finisce per svuotare anche i momenti potenzialmente più intensi, che appaiono accennati, mai sviluppati fino in fondo.

Uno dei limiti più evidenti è la gestione delle creature. I Breakers, descritti come esseri simili a zombie alieni con caratteristiche aracnidi, possiedono un’estetica disturbante e una funzione narrativa interessante, soprattutto per la loro capacità di trasformare gli umani in “ibridi”. Tuttavia, il film li utilizza poco e male: più evocati che mostrati, più raccontati che vissuti. In un genere dove il confronto diretto con la minaccia è essenziale, questa scelta priva l’opera di gran parte del suo potenziale spettacolare e emotivo.

Anche sul piano tematico, Worldbreaker sembra continuamente promettere senza mantenere. L’idea di una punizione della natura per i danni causati dall’uomo, così come il ribaltamento dei ruoli di genere, restano spunti appena abbozzati. Il film accenna a una riflessione ecologica e sociale, ma non la sviluppa mai in modo incisivo. Allo stesso modo, il tema della trasmissione delle storie – fondamentale nel rapporto tra Willa e il padre – rimane privo di un vero payoff: le narrazioni non diventano mai azione, né trasformano davvero la protagonista.

Dal punto di vista delle interpretazioni, il cast riesce a sostenere almeno in parte la fragilità della sceneggiatura. Luke Evans conferisce al suo personaggio una certa gravità emotiva, costruendo un padre protettivo ma segnato dalla perdita e dalla responsabilità. Billie Boullet, dal canto suo, riesce a rendere credibile la crescita di Willa, pur intrappolata in un arco narrativo incompleto. La presenza di Milla Jovovich, però, rappresenta uno degli elementi più controversi: fortemente promossa, appare in realtà in modo marginale, lasciando la sensazione di una promessa disattesa, quasi una scelta di marketing più che narrativa.

Dal punto di vista visivo, il film sfrutta bene le ambientazioni naturali, girate in paesaggi suggestivi che contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa e malinconica. Tuttavia, questa cura estetica non basta a compensare la mancanza di ritmo e di costruzione drammatica. La regia di Anderson, solitamente capace di creare tensione psicologica, qui appare insolitamente trattenuta, come se fosse vincolata da limiti produttivi o da una visione mai pienamente realizzata.

In definitiva, Worldbreaker è un film che vive di possibilità non sfruttate. Non è un disastro totale, perché le idee di base, il cast e l’ambientazione mostrano un potenziale evidente. Ma è proprio questo potenziale a rendere più cocente la delusione: ciò che resta è un’opera incompleta, incapace di scegliere tra racconto intimo e spettacolo apocalittico, tra formazione e azione. Come la sua protagonista, il film sembra fermo sulla soglia di qualcosa di grande, senza mai trovare lo slancio per attraversarla.

Di seguito trovate il trailer internazionale di Worldbreaker, su Prime Video dal 16 marzo:

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Published by
William Maga