Horror & Thriller

Il Signore delle Mosche (2026): la recensione della miniserie BBC

Un adattamento potente e inquietante che rinnova il romanzo con sensibilità contemporanea senza tradirne la ferocia originaria

Con Il Signore delle Mosche, la nuova miniserie della BBC diretta da Marc Munden e scritta da Jack Thorne, un classico del Novecento torna a interrogare il presente con una forza sorprendente. Il romanzo di William Golding, pubblicato nel 1954, è da settant’anni una pietra angolare dell’immaginario britannico: la conchiglia che convoca l’assemblea, l’isola remota, Piggy con gli occhiali spessi e la mente lucida. Portarlo sullo schermo significa confrontarsi con un testo scolpito nella memoria collettiva e, insieme, misurarsi con un’allegoria che non ha mai smesso di bruciare.

La trama è nota ma non per questo meno perturbante: un aereo carico di scolari inglesi precipita su un’isola tropicale deserta. Nessun adulto sopravvive, salvo un pilota morto che incombe come un presagio. I ragazzi, guidati dal carismatico Ralph (Winston Sawyers), tentano di costruire una società ordinata. Piggy (David McKenna), intelligente e deriso per il fisico goffo, diventa il consigliere razionale; Jack (Lox Pratt), capo dei coristi, ambisce al comando e incarna la seduzione della forza. Simon (Ike Talbut), sensibile e introspettivo, percepisce per primo che la “bestia” temuta dai più piccoli potrebbe annidarsi dentro di loro. Il fragile equilibrio iniziale si spezza quando la priorità del fuoco di segnalazione, simbolo di speranza e civiltà, viene sacrificata all’ebbrezza della caccia.

L’adattamento di Thorne – già autore di Adolescence e del successo teatrale Harry Potter e la maledizione dell’eredesi muove su un doppio binario: da un lato resta fedele alla struttura del romanzo, dall’altro ne rilegge le motivazioni alla luce di una sensibilità contemporanea. Golding concepiva la sua storia come una risposta feroce alle fantasie coloniali e all’ottimismo pedagogico del dopoguerra. Qui, invece, l’accento si sposta sulla formazione della mascolinità e sulle fratture dell’infanzia. I ragazzi non sono soltanto archetipi morali; sono figli di padri assenti, portatori di ferite invisibili. Jack non è più soltanto il tiranno nascente: è un adolescente vulnerabile, ossessionato dall’idea di dimostrare forza per colmare un vuoto affettivo.

David McKenna offre un Piggy memorabile: lontano dalla caricatura della vittima designata, gli conferisce dignità e ironia, una fierezza che rende ancora più doloroso il suo isolamento. Winston Sawyers tratteggia un Ralph combattuto, diviso tra l’attrazione per la popolarità e il dovere della responsabilità. Lox Pratt, con lo sguardo febbrile e la voce che oscilla tra sfida e fragilità, compone un Jack inquietante proprio perché umano. Il lavoro sul casting, curato da Nina Gold, è decisivo: i volti infantili, ripresi in primi piani frontali, diventano specchi di una metamorfosi progressiva.

La regia di Marc Munden insiste su una dimensione sensoriale: colori saturi, verdi acidi e rossi incandescenti trasformano la natura in un organismo pulsante. La macchina da presa si sofferma su insetti, molluschi, carcasse, evocando uno stato di natura che richiama implicitamente le teorie di Thomas Hobbes: senza regole condivise, la vita è brutale e breve. Talvolta questi inserti rischiano l’eccesso decorativo, ma contribuiscono a costruire un clima allucinato, amplificato dalla colonna sonora di Cristobal Tapia de Veer, fatta di vibrazioni cupe e dissonanze improvvise.

Rispetto alle precedenti versioni cinematografiche, la serie sceglie un approccio più intimo. Ogni episodio adotta un punto di vista diverso, approfondendo la psicologia dei personaggi. È una scelta efficace: la violenza non irrompe come un destino mitico, bensì come il risultato di piccole concessioni, di compromessi morali, di paure alimentate a vicenda. La “bestia” non è soltanto un mostro immaginario; è il nome collettivo dato all’ansia, alla competizione, al bisogno di appartenenza.

Il romanzo di Golding, scritto all’ombra della Seconda guerra mondiale, conteneva un pessimismo radicale sull’“essenziale malattia” dell’uomo. Thorne attenua questa cupezza, suggerendo che il male possa essere compreso, se non giustificato. È una differenza cruciale. Dove l’autore vedeva un’allegoria universale, la serie introduce il contesto, il trauma, la responsabilità degli adulti. Non è un tradimento, ma un aggiornamento: in un’epoca che discute di educazione, modelli maschili e violenza giovanile, Il Signore delle Mosche diventa una parabola sulla trasmissione del potere e sulle sue distorsioni.

Eppure i colpi più duri restano intatti. La caccia al maiale, le danze tribali, l’illusione di onnipotenza che precede la tragedia: la messa in scena non arretra davanti alla crudeltà. Anzi, la rende più disturbante proprio perché incarnata da corpi esili, voci non ancora mutate, occhi che conservano un’innocenza apparente. La civiltà, suggerisce la serie, è una costruzione fragile, sostenuta da simboli come la conchiglia o il fuoco. Basta poco perché si frantumi.

In definitiva, questa nuova versione di Il Signore delle Mosche riesce nell’impresa più ardua: dialogare con un testo sacro senza imbalsamarlo. È un racconto teso e coinvolgente, ma anche una riflessione sulla società contemporanea, sulle dinamiche del gruppo e sull’eredità che gli adulti consegnano ai figli. Non offre consolazioni facili, né indulge nel compiacimento. Mostra come la linea che separa ordine e caos sia sottile, e come l’isola, in fondo, non sia un luogo remoto ma uno specchio. Un’opera che riporta al centro del dibattito culturale un classico imprescindibile e dimostra come il cinema e la televisione possano ancora confrontarsi con la letteratura in modo vivo, necessario, urgente.

Di seguito il trailer doppiato in italiano di Il Signore delle Mosche, su SKY e Now dal 22 febbraio:

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Published by
Gioia Majuna