Horror & Thriller

Something Very Bad Is Going to Happen recensione: il matrimonio è un incubo nella serie Netflix

Un prodotto affascinante e irregolare, un horror romantico che colpisce più per le idee che per la loro piena realizzazione

Nel panorama delle serie horror contemporanee, Something Very Bad Is Going to Happen si inserisce come un oggetto ambiguo e seducente: un racconto che mescola ansia prematrimoniale, suggestioni soprannaturali e una riflessione sorprendentemente amara sull’idea stessa di anima gemella. Creata da Haley Z. Boston e sostenuta dalla produzione dei fratelli Matt e Ross Duffer, la serie disponibile su Netflix promette fin dal titolo un destino ineluttabile, trasformando il matrimonio in una soglia narrativa dove amore e orrore si sovrappongono.

La trama segue Rachel Harkin, interpretata da Camila Morrone, e il suo fidanzato Nicky Cunningham (Adam DiMarco). I due stanno per sposarsi e raggiungono la remota tenuta della famiglia di lui per celebrare le nozze. Quello che dovrebbe essere un idillio romantico si incrina presto: presagi inquietanti, incontri disturbanti e una famiglia ospitante che oscilla tra freddezza e invadenza costruiscono un clima di crescente paranoia. Un biglietto anonimo — “Non sposarlo” — agisce come detonatore simbolico di un dubbio che, da emotivo, diventa progressivamente cosmico.

Fin dalle prime puntate, è evidente come la serie dialoghi apertamente con una tradizione precisa. L’eco di Rosemary’s Baby è forse il riferimento più immediato: una protagonista isolata, un partner ambiguo e una famiglia che nasconde segreti indicibili. Allo stesso modo, il percorso di Rachel richiama quello di Carrie, dove la trasformazione personale si intreccia con una dimensione violenta e ineluttabile. Sul versante più contemporaneo, il confronto con Finché morte non ci separi è quasi inevitabile: anche qui il matrimonio diventa un rituale potenzialmente mortale, e l’ingresso nella famiglia del partner assume contorni da incubo. Non mancano suggestioni visive vicine a The Blair Witch Project, soprattutto nell’uso della foresta e dell’isolamento, né richiami più sottili a Il Silenzio degli Innocenti, evocati da certe immagini disturbanti legate al corpo e alla violenza.

Il punto di forza più evidente è l’atmosfera. La serie lavora su una tensione costante fatta di dettagli: animali morti, sguardi ambigui, racconti di leggende locali e una casa che sembra respirare ostilità. La regia, guidata anche da Weronika Tofilska, utilizza movimenti di macchina instabili e un uso insistito dell’oscurità per trasformare lo spazio domestico in un territorio minaccioso. Tuttavia, questa scelta estetica, se da un lato amplifica il senso di smarrimento, dall’altro rischia di risultare eccessiva: l’oscurità visiva finisce talvolta per diventare un limite più che una risorsa, rendendo difficile orientarsi nell’azione.

Il cuore della serie resta comunque Rachel, e la prova della Morrone è sorprendentemente solida. L’attrice riesce a mantenere il personaggio ancorato a una dimensione umana anche quando la narrazione deraglia verso l’irrazionale. La sua inquietudine non è mai caricaturale: è quella, riconoscibile, di chi si trova davanti a una decisione irreversibile. Accanto a lei, DiMarco costruisce un Nicky volutamente ambiguo, sospeso tra sincerità e possibile manipolazione, alimentando il dubbio centrale: l’amore è reale o è solo una costruzione necessaria per sopravvivere?

Attorno alla coppia ruota una famiglia disturbante ma non sempre pienamente sviluppata. Jennifer Jason Leigh, nei panni della madre Victoria, appare magnetica ma sottoutilizzata, mentre Ted Levine e Jeff Wilbusch offrono spunti più intriganti che però restano incompiuti. Il risultato è un coro di figure che contribuiscono al senso di minaccia ma raramente evolvono oltre la funzione simbolica.

Uno dei nodi critici principali riguarda la struttura. La serie, composta da otto episodi, sembra spesso dilatata oltre le sue reali necessità narrative. Sequenze che potrebbero essere incisive si allungano, deviazioni secondarie interrompono il ritmo e il mistero centrale viene svelato con una tempistica discutibile. Questa dilatazione indebolisce l’impatto complessivo, facendo emergere con più evidenza la natura derivativa di alcune soluzioni: i riferimenti citati restano suggestivi, ma raramente vengono rielaborati in modo davvero personale.

Eppure, nonostante questi limiti, la visione resta coinvolgente. Il motivo risiede nella capacità della serie di trasformare un’esperienza universale — il dubbio prima di un matrimonio — in un incubo metafisico. L’idea che scegliere un partner significhi scommettere il proprio futuro su una convinzione impossibile da verificare diventa qui materia narrativa. Il “per sempre” delle promesse nuziali viene reinterpretato come una minaccia, un vincolo che può assumere contorni letteralmente sanguinosi.

Quando la componente soprannaturale emerge con maggiore chiarezza, la serie perde parte del suo fascino ambiguo ma guadagna una direzione più esplicita. Il finale, pur divisivo, chiude coerentemente il discorso: non esiste certezza assoluta in amore, e ogni unione comporta una perdita, una trasformazione, forse persino una forma di sacrificio. In questo senso, l’orrore non è solo esterno, ma profondamente radicato nell’idea stessa di relazione.

Something Very Bad Is Going to Happen è dunque un’opera imperfetta ma interessante, che alterna momenti di grande suggestione a scelte meno riuscite. Non reinventa il genere, ma riesce a porre una domanda scomoda sotto la superficie del racconto: quanto siamo disposti a cambiare — o a perdere — per amare qualcuno?

Per chi non avesse chiaro cosa succede nel finale, agevoliamo una spiegazione del colpo di scena direttamente dai membri del cast e dall’autrice.

Di seguito trovate il full trailer doppiato in italiano di Something Very Bad Is Going to Happen, a catalogo dal 26 marzo:

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Published by
Marco Tedesco