Voto: 5.5/10 Titolo originale: Archai , uscita: 05-08-2024. Regista: Eugenio Villani.
Archai: la recensione del folk horror esoterico di Eugenio Villani (su Prime Video)
21/01/2026 recensione film Archai di Francesco Chello
Indie italiano ambizioso e personale, farcito di suggestioni, atmosfera e simbolismo, ma che affascina più nelle intenzioni che nell’efficacia, segnato da limiti strutturali e narrativi che ne compromettono la piena riuscita

Probabilmente lo dico ogni volta, ma lo ripeto volentieri. Da queste parti cerchiamo di essere sempre attenti al sottobosco del cinema di genere italiano. Che poi il termine ‘sottobosco’ in questa occasione ci sta bene anche più di altre volte, visto che l’ambientazione boschiva è una delle caratteristiche principali dell’esponente italico di cui parliamo oggi – e questa è una gag imbarazzatamente telefonata. Mi riferisco ad Archai, film indipendente completato nel 2024 nonché primo lungometraggio di Eugenio Villani, recentemente approdato nella library di Prime Video con Tubi che aveva fatto altrettanto in Nord America.
Un folk horror weird dalle tinte esoteriche, questa è la definizione scelta nel proprio annuncio da Haselwurm, casa di produzione torinese fondata dallo stesso Villani il cui nome è mutuato dal titolo del primo cortometraggio prodotto dalla società, a sua volta ispirato a una creatura leggendaria capace di far parlare l’uomo con la natura e visitare altri mondi. Nel panorama dell’indie horror italiano contemporaneo, Archai può essere considerato un tentativo coraggioso di coniugare horror psicologico, folklore e dramma umano, occultismo e post apocalittico, specie perché passa attraverso una realizzazione dai mezzi limitati che include il sostegno ed il supporto della Film Commission Torino Piemonte che ha accompagnato la produzione nelle fasi logistiche e di coordinamento sul territorio.
Parliamo inoltre di un’opera prima, Villani si mette alla prova su un lungometraggio dopo anni di esperienza come video maker, regista di corti e artista visivo. Suoi anche gli effetti speciali e la sceneggiatura (scritta a quattro mani insieme a Raffaele Palazzo) che parte dal desiderio del filmmaker di realizzare un’opera che possa mescolare elementi horror, fantastici e weird. Lo spunto creativo nasce dopo essersi trasferito a vivere in collina, luogo in cui il regista sostiene di aver sempre percepito una presenza nascosta tra queste terre da lui amate profondamente e vissute come uno specchio dell’anima, motivo che lo ha spinto ad esplorare un mondo segreto, ambientando la storia in scenari familiari.
Archai, infatti, è stato girato interamente nelle zone rurali del Piemonte, durante l’inverno delle colline torinesi per restituire un’atmosfera opprimente, reale e legata al territorio; attraverso l’uso della lingua italiana in presa diretta il regista ha cercato di conferire al film autenticità e profondità culturale. La produzione ha seguito un approccio marcatamente artigianale, dalla ricostruzione integrale della baracca del protagonista alla realizzazione manuale di tutte le props di scena.
La scelta di affrontare un genere complesso attraverso una piccola e minuziosa produzione indipendente è sicuramente apprezzabile, sebbene il risultato finale non sia del tutto convincente.
La storia ruota attorno a Zaccaria, un uomo anziano che vive isolato ai margini di un bosco, segnato da perdite personali e dal peso di un passato traumatico. L’arrivo di tre estranei, tra cui una ragazza gravemente malata, interrompe questa routine, costringendo Zaccaria a confrontarsi con un oscuro potere noto come Archai. La vicenda di un uomo che, dopo aver stretto un patto scellerato, si trova ad affrontare le conseguenze irreversibili delle proprie scelte. Il suo tormento interiore e l’atmosfera oppressiva che lo avvolge costituiscono il cuore pulsante del progetto, la narrazione procede in un crescendo che alterna momenti di realismo più crudo a apparizioni soprannaturali, senza mai offrire risposte definitive.
Se da un lato questa scelta conferisce al film un alone misterioso e simbolico, dall’altro rischia di alienare lo spettatore, che può sentirsi spaesato davanti a un racconto che rimane spesso criptico e frammentario. Archai prova a scavare nel mito e nella paura primordiale. Il titolo stesso evoca origini antiche e concetti ancestrali, suggerendo che la paura sia un elemento basilare dell’esperienza umana.
La natura selvaggia e isolata del bosco diventa più che uno sfondo: è uno specchio dei timori e dei traumi dei personaggi, un luogo sospeso tra realtà e immaginazione. Il film tenta così di andare oltre il classico horror di genere, ma in alcuni momenti il simbolismo rischia di risultare eccessivamente cerebrale, rallentando la tensione narrativa, una scelta che finisce per pesare sulla tenuta complessiva, soprattutto nella sua parte centrale in cui l’atmosfera sembra prendere il sopravvento sulla progressione della storia.
Roberto Accornero (Non ho sonno), nel ruolo di Zaccaria, finisce tra i punti a favore. La sua interpretazione sobria riesce a trasmettere stanchezza, fragilità e una tensione latente, sostenendo buona parte della visione. Un po’ meno efficaci gli altri membri del cast, restano in secondo piano penalizzati dalla sceneggiatura minimalista che concentra la narrazione sull’isolamento del protagonista. Se da un lato la scelta di un cast essenziale e di dialoghi ridotti favorisce l’atmosfera rarefatta, dall’altro riduce più volte la profondità dei personaggi secondari, limitando l’empatia dello spettatore.
La scena dell’Arconte vede il design, il make-up e parte della fotografia curati da Emiliano Guarneri e David C. Fragale. L’estetica visiva complessiva è firmata da Alessandro Mattiolo, che ha catturato la fredda luce invernale delle colline piemontesi. La fotografia si concentra sulla creazione di un contrasto tra l’isolamento della baracca e l’inquietudine del paesaggio esterno, Mattiolo sfrutta luci naturali e contrasti marcati per rendere tangibile il freddo e l’umidità del bosco. La colonna sonora minimale accompagna i momenti chiave, ma la mancanza di variazioni più incisive accentua la sensazione di staticità in alcune sequenze. Villani e Palazzo hanno scritto una sceneggiatura che privilegia la simbologia e l’allegoria, ma questo approccio, seppur interessante, può risultare più stimolante per chi cerca una riflessione che per chi desidera un horror con ritmo e tensione costanti.
Archai è un film che ha ambizione e un’impronta autoriale chiara, ma che fatica a coinvolgere pienamente. Il film non riesce a mantenere un equilibrio stabile tra atmosfera, tensione e coerenza narrativa: alcuni momenti di forza visiva e simbolica si alternano a sequenze più lente o criptiche, che rischiano di stancare. L’impressione è che potesse essere più efficace come corto, piuttosto che diluito su 85 minuti che accentuano l’eccesso di attese non sempre ripagate e le incertezze di scrittura.
Qualcuno potrebbe percepirla come semi-amatorialità, ma sarebbe ingeneroso, penso sia più una questione di acerbità di gestione del quadro di insieme. In sintesi, può essere apprezzato per coraggio, sprazzi di estetica visiva, intenzioni, ma nel complesso ha il sapore di un lavoro da rimandare, soprattutto per chi cerca un’esperienza horror più solida e immediata. Resta un’opera che convince a metà: stimolante nelle idee, ma incostante nell’efficacia generale.
Il trailer di Archai:
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