Voto: 6.5/10 Titolo originale: Buddy , uscita: 27-08-2026. Budget: $3,000,000. Regista: Casper Kelly.
Buddy, recensione: un unicorno assassino trasforma i programmi per bambini in un incubo splatter irresistibile
18/10/2026 recensione film Buddy di William Maga
Il regista di Too Many Cooks reinventa l'immaginario televisivo degli anni Novanta con una commedia horror surreale, sanguinosa e imprevedibile, dove l'obbligo di essere felici diventa una condanna a morte

Immaginate un programma per bambini degli anni Novanta, con scenografie coloratissime, pupazzi parlanti, canzoncine educative e un gigantesco unicorno arancione che insegna ai più piccoli l’importanza dell’amicizia. Adesso immaginate che quello stesso unicorno uccida brutalmente chiunque si rifiuti di partecipare ai suoi giochi. È questa la premessa di Buddy, la nuova commedia horror di Casper Kelly, presentata al Sundance Film Festival 2026: un esperimento di satira televisiva, surrealismo e violenza splatter che trasforma la nostalgia infantile in un incubo grottesco.
Kelly aveva già dimostrato con il cortometraggio cult Too Many Cooks di saper individuare qualcosa di profondamente inquietante nei linguaggi apparentemente innocui della televisione americana. Qui applica lo stesso principio all’universo di Barney & Friends, Pee-wee’s Playhouse e dei programmi educativi popolati da mascotte sorridenti, spingendone le convenzioni fino alle conseguenze più sanguinose.
Il film si apre direttamente all’interno di It’s Buddy, un programma televisivo in perfetto stile anni Novanta. Il protagonista è Buddy, un enorme unicorno arancione doppiato da Keegan-Michael Key, circondato da bambini, animali antropomorfi e oggetti parlanti. Ogni giornata segue un rituale rassicurante: una piccola avventura, una lezione morale, qualche canzone e l’immancabile dichiarazione d’amore collettiva per la mascotte.
Ma quando il piccolo Josh si rifiuta di partecipare a un’attività, la facciata rassicurante del programma comincia a sgretolarsi. Buddy non tollera la disobbedienza e le sue punizioni assumono rapidamente proporzioni terrificanti. Freddy (Delaney Quinn) e gli altri bambini scoprono così che il loro mondo funziona secondo regole molto diverse da quelle che hanno sempre conosciuto.
Ogni episodio riporta apparentemente tutto alla normalità: i danni vengono cancellati, le ferite scompaiono e persino le assenze sembrano non lasciare traccia. La struttura ripetitiva della televisione per l’infanzia diventa un meccanismo di controllo, capace di annullare qualsiasi tentativo di ribellione.
Parallelamente, nel mondo reale, Grace (Cristin Milioti) comincia a sospettare che nella sua famiglia manchi qualcuno. Vive con il marito Ben (Topher Grace) e i loro figli, ma è tormentata dalla sensazione di aver dimenticato l’esistenza di un altro bambino. La sua ricerca la conduce verso un misterioso programma televisivo scomparso dalla circolazione.
L’intuizione più efficace di Buddy consiste nel trasformare l’allegria obbligatoria in una forma di tirannia. Il suo protagonista non è semplicemente una mascotte assassina: è un’autorità che pretende obbedienza assoluta, mascherando ogni imposizione dietro sorrisi, abbracci e messaggi positivi.
La sua gentilezza artificiale diventa tanto più inquietante quanto più cresce la violenza. Buddy continua a comportarsi come il presentatore di un innocuo programma educativo anche quando il suo mondo si riempie di sangue. Il contrasto tra linguaggio infantile e brutalità produce alcuni dei momenti più divertenti e disturbanti del film.
Kelly e il cosceneggiatore Jamie King sfruttano inoltre le convenzioni televisive come elementi concreti della narrazione: sigle, titoli di coda, ripetizioni e ripartenze degli episodi non sono semplici citazioni nostalgiche, ma parti integranti delle regole di questo universo.
La satira, tuttavia, non approfondisce particolarmente le implicazioni del proprio spunto. L’idea della felicità imposta come strumento di controllo è chiara fin dall’inizio e viene sviluppata soprattutto attraverso variazioni sempre più assurde e sanguinose, piuttosto che attraverso un’autentica evoluzione tematica.
Il risultato più impressionante riguarda la costruzione visiva del mondo di Buddy. Scenografie, costumi, pupazzi e texture dell’immagine ricreano con straordinaria precisione l’estetica dei programmi televisivi analogici, dai colori saturi alle ambientazioni palesemente artificiali.
Quando la vicenda supera i confini dello studio televisivo, Kelly espande quell’immaginario in una dimensione fantastica popolata da creature bizzarre, oggetti animati e personaggi improbabili. Il viaggio dei bambini richiama tanto Il mago di Oz quanto le fiabe più oscure, mentre l’incontro tra i due piani narrativi introduce suggestioni alla Poltergeist.
Gli effetti pratici e il lavoro dei burattinai conferiscono alle creature una fisicità essenziale per far funzionare il contrasto tra tenerezza e orrore. Il film può così permettersi trasformazioni mostruose, mutilazioni e sequenze splatter senza perdere la propria identità visiva.
Funziona anche il cast, soprattutto i giovani interpreti, costretti a passare dall’entusiasmo artificiale della recitazione televisiva a reazioni di autentico terrore. Tra le presenze più eccentriche figurano inoltre Patton Oswalt, Michael Shannon e Clint Howard, coinvolti in apparizioni perfettamente coerenti con l’assurdità dell’insieme.
Il limite di Buddy emerge quando la sua struttura comincia a moltiplicare deviazioni, personaggi e cambiamenti di tono. Non tutte le invenzioni hanno la stessa efficacia e alcuni personaggi secondari rimangono privi di una vera funzione narrativa. La continua escalation di situazioni grottesche rischia inoltre di rendere prevedibile proprio ciò che dovrebbe sorprendere.
La premessa, per quanto irresistibile, non è completamente nuova: l’idea di smascherare il lato sinistro delle mascotte televisive circola da decenni. A distinguere il film è piuttosto la capacità di costruire un intero universo attorno a quella provocazione, anziché limitarsi a trasformare un personaggio rassicurante in un assassino.
Nonostante qualche lungaggine e una comicità inevitabilmente discontinua, Buddy conserva un’energia anarchica rara. Kelly affronta il materiale con evidente affetto per l’immaginario che sta demolendo, senza preoccuparsi di rendere la propria creatura più accessibile o meno disturbante.
Il risultato è una commedia horror inventiva, eccessiva e deliberatamente folle, nella quale la nostalgia non serve a rassicurare, ma a rendere ancora più destabilizzante ciò che accade sullo schermo. Non tutte le trovate colpiscono nel segno, ma quando l’assurdo incontra lo splatter, Buddy trova una personalità difficilmente confondibile con quella di qualsiasi altro horror contemporaneo.
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