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Voto: 6.5/10 Titolo originale: The Zone of Interest , uscita: 15-12-2023. Budget: $15,000,000. Regista: Jonathan Glazer.

La zona d’interesse: la recensione del film di Jonathan Glazer

23/01/2026 recensione film di Marco Tedesco

Un'opera glaciale e sconvolgente che trasforma l’orrore dell’Olocausto in un’esperienza quotidiana, rendendo l’assenza di immagini più devastante di qualsiasi rappresentazione esplicita

Sandra Hüller in La zona d'interesse (2023)

Jonathan Glazer firma con La zona d’interesse uno dei film sull’Olocausto più destabilizzanti degli ultimi anni proprio perché rifiuta la via più battuta: non chiede allo spettatore di “guardare l’orrore”, ma di percepirne la presenza come una pressione costante, insinuata nel quotidiano.

È un’opera che mette in crisi l’idea stessa di rappresentazione: dopo capisaldi come Notte e nebbia, Shoah, Schindler’s List e Il pianista, Glazer sposta il baricentro dall’evento alla sua rimozione, dal trauma mostrato alla normalità che lo rende possibile.

Il filo di trama è essenziale e, proprio per questo, terribile. Rudolf Höss (Christian Friedel) è il comandante di Auschwitz; vive con la moglie Hedwig (Sandra Hüller) e i figli in una casa “da sogno” con giardino, serre, orto e giochi per bambini. Un muro separa la loro proprietà dal campo. Quella barriera è più che un confine fisico: è un sistema mentale, una disciplina domestica, un’abitudine. Vediamo compleanni, passeggiate, chiacchiere tra mogli, faccende di casa. E intanto, fuori campo, arrivano treni, si odono ordini, spari, grida, cani, il respiro industriale dei forni. Glazer costruisce due film sovrapposti: uno che passa dagli occhi e uno che passa dalle orecchie. Il secondo è quello che non ti lascia scampo.

La scelta di restare quasi sempre “dalla parte della famiglia” potrebbe sembrare un esercizio di stile, ma è un gesto morale: non c’è spettacolo del dolore, non c’è catarsi, non c’è l’alibi dell’emozione che assolve lo sguardo. Il risultato è una freddezza calcolata che non anestetizza, al contrario intensifica. In molti film sull’Olocausto il male è un’apparizione eccezionale, un picco narrativo; qui è un sottofondo stabile, come il traffico di una città: se impari a ignorarlo hai già perso qualcosa di umano. Il punto non è rendere “comprensibili” i carnefici, né trasformarli in maschere. Glazer li osserva mentre si muovono in una casa che funziona come una macchina: porte chiuse e serrate, stanze ordinate, uniformi impeccabili, rituali ripetuti. L’orrore non irrompe: filtra.

Friedel è un vuoto organizzato. Rudolf parla poco, gestisce molto, non ha scatti melodrammatici: è un impiegato del massacro, un tecnico del risultato. La sua postura è il vero monologo: schiena dritta, sguardo che passa oltre le persone, una calma che somiglia alla certezza di avere sempre ragione. La Hüller, invece, è un’enigma più mobile e per questo più inquietante: Hedwig difende la sua casa con un orgoglio ferino, come se il giardino fosse una prova di valore personale. È capace di civetteria e crudeltà nella stessa frase; non le serve urlare per ferire. Il film ti costringe a vedere come la cura dell’immagine diventi un’arma: essere “a posto” è il modo in cui si cancella ciò che si fa.

La regia insiste sul gesto della pulizia. Stivali sistemati, bambini lavati con scrupolo, superfici ripulite, erbacce strappate, oggetti piegati e riposti. È qui che La zona d’interesse parla con forza al presente: la sanitizzazione non è soltanto igiene, è cancellazione. Il film mostra come l’ordine diventi una coperta tirata sopra il crimine, e come il linguaggio burocratico trasformi l’assassinio in pratica amministrativa. L’ufficio di Rudolf, con le sue riunioni “operative”, suona come il rovescio di qualsiasi azienda efficiente: cambia il contenuto, non cambia il tono.

Glazer, che già in Sexy Beast aveva scompaginato la violenza con una precisione quasi geometrica e in Birth – Io sono Sean aveva cercato il perturbante nelle crepe dell’intimità, qui porta all’estremo la sua idea di cinema come esperienza sensoriale. Dopo Under the Skin, dove l’estraneo si faceva carne e sguardo, La zona d’interesse fa il percorso inverso: l’umano si fa superficie, e l’orrore non ha bisogno di mostrarsi per dominare. La musica di Mica Levi, più che accompagnare, appare come un organismo scuro che a tratti emerge e poi si ritrae, mentre il paesaggio sonoro resta la vera prigione emotiva.

Il film trova un punto di svolta quando Rudolf viene trasferito e Hedwig si oppone: non vuole abbandonare il paradiso costruito accanto all’inferno. È una tensione “familiare” che fa rabbrividire perché rivela l’adesione totale alla menzogna: non si tratta di non sapere, ma di volere che la vita continui così, protetta dal muro. E quando Glazer inserisce un improvviso scarto di tempo e di sguardo, mostrando Auschwitz come luogo della memoria e della visita, la pulizia assume un doppio volto: può servire a coprire, ma anche a preservare le tracce per chi verrà dopo. La Storia non è mai neutra: dipende da cosa scegliamo di rendere visibile e da cosa accettiamo di lasciar “fuori campo”.

Ottimizzare la memoria significa non ridurla a immagine consolatoria. La zona d’interesse è un film duro proprio perché non offre un appiglio facile: non ti fa piangere quando “dovresti”, non ti permette di sentirti dalla parte giusta solo perché stai guardando. Ti mette davanti un’idea più spaventosa di qualunque scena esplicita: il male può essere un giardino curato, una cena ben apparecchiata, una ninna nanna raccontata con voce tranquilla. E se questo ti sembra “immacolato”, è perché il film ti mostra quanto l’immacolatezza possa essere un crimine.

Di seguito trovate il trailer di La Zona di Interesse:

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