Nel 2003 Johnny Depp era al centro di un’avventura classica, libera e creativa, che ha catturato la magia del genere piratesco prima che l’industria la trasformasse in formula
Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna è migliore di quanto molti ricordino, ed è proprio per questo che non aveva bisogno di sequel. Non è una provocazione nostalgica, ma una constatazione critica che emerge con forza riguardando oggi il film di Gore Verbinski, uscito nel 2003 in un clima di diffidenza generale e diventato invece uno dei casi più anomali e significativi del cinema commerciale contemporaneo.
Un successo imprevisto, sfociato non da una strategia di espansione seriale, ma da una combinazione irripetibile di libertà creativa, rischio produttivo e intuizioni artistiche fuori controllo.
All’epoca Pirati dei Caraibi non nasce come franchise. Nasce quasi per errore. L’idea di adattare un’attrazione di Disneyland sembrava l’ennesimo esercizio di sfruttamento del marchio, in un periodo in cui la Disney faticava a trovare una direzione chiara anche nel proprio cinema dal vivo. Il genere piratesco, poi, era considerato tossico: per anni Hollywood lo aveva evitato come un relitto maledetto. Proprio questa mancanza di fiducia è ciò che permette al film di esistere in una zona franca, priva di quell’ansia da “costruzione del futuro” che oggi domina ogni blockbuster.
Il film esce come avventura autonoma, con una struttura narrativa chiusa, completa, autosufficiente. La storia intreccia romanticismo, azione e fantastico senza mai promettere un “poi”. Will Turner (Orlando Bloom), fabbro idealista segnato da un passato che ignora, parte per salvare Elizabeth Swann (Keira Knightley), rapita dalla ciurma della Perla Nera, guidata dal maledetto Hector Barbossa (Geoffrey Rush). In mezzo a loro si muove Jack Sparrow, ex capitano tradito, sopravvissuto per caso e per astuzia, interessato solo a riprendersi la nave e la propria libertà.
Il film consuma deliberatamente quasi tutti i grandi archetipi del cinema piratesco in un’unica storia: il tesoro maledetto, l’equipaggio dannato, l’ammutinamento avvenuto prima dell’inizio, l’isola proibita, la nave fantasma, il duello all’alba, la redenzione incompleta. Non c’è economia narrativa in vista di un seguito, ma un uso pieno, quasi vorace, dell’immaginario. È cinema che prende tutto ciò che può dal genere e lo restituisce allo spettatore senza avarizia.
Jack Sparrow è un antieroe che non evolve secondo un arco classico. Non impara, non cresce, non si redime. È il mondo intorno a lui che cambia, mentre lui resta identico a se stesso. Questa è una delle ragioni per cui il personaggio funziona perfettamente in un film singolo e molto meno in una saga: spiegare Jack, moltiplicarlo, mitizzarlo significa snaturarlo. Nel primo film è una variabile imprevedibile; nei successivi diventa una funzione.
Accanto a Depp, il film regge perché nessuno è sacrificabile. Keira Knightley, a soli diciassette anni, interpreta Elizabeth Swann come una protagonista attiva, strategica, capace di usare l’intelligenza e il linguaggio come armi. Non è una figura passiva trascinata dagli eventi, ma spesso è lei a spostarli. Geoffrey Rush, con Barbossa, recupera una recitazione volutamente teatrale, fatta di eccessi e musicalità, che richiama il cinema d’avventura classico e bilancia l’ironia moderna di Sparrow. Orlando Bloom incarna consapevolmente l’eroe “pulito”, quasi antiquato, proprio per fungere da contrappeso.
La regia di Gore Verbinski è fondamentale. Dirige l’azione come azione, non come rumore: i combattimenti sono leggibili, fisici, coreografati nello spazio; le scenografie reali e le location caraibiche danno peso materiale al film; gli effetti visivi, pur centrali, non sostituiscono mai la messa in scena. Il celebre duello nella fucina o l’inseguimento navale funzionano perché raccontano qualcosa sui personaggi, non perché mostrano solo abilità tecnica.
Tutto questo rende La maledizione della prima luna un film “pieno”, concluso, che non lascia spazio a un naturale proseguimento. I sequel nascono non da una necessità narrativa, ma dal successo commerciale. E infatti, film dopo film, ciò che era ambiguità diventa spiegazione, ciò che era eccentricità diventa maniera, ciò che era equilibrio si trasforma in accumulo. Jack Sparrow passa da stratega mascherato da folle a folle scambiato per stratega. L’avventura diventa burocrazia mitologica.
Riguardato oggi, il primo Pirati dei Caraibi colpisce proprio per ciò che non fa: non costruisce un universo espanso, non prepara cliffhanger, non chiede fedeltà seriale. Racconta una storia, la chiude, e se ne va. È un blockbuster che non ha paura di essere solo un film.
Ed è per questo che Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna resta il vero tesoro della saga: non perché ha generato sequel, ma perché non ne aveva bisogno.