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6/10 su 1004 voti. Titolo originale: Cargo, uscita: 06-10-2017. Regista: Yolanda Ramke.

Recensione | Cargo di Ben Howling e Yolanda Ramke

19/05/2018 recensione film di William Maga

Martin Freeman è il protagonista del thriller drama originale di Netflix, che espande l'ottimo cortometraggio del 2013 appoggiandosi ai cliché post apocalittici in salsa australiana

Oggigiorno sembra impossibile riuscire e realizzare un film originale sugli zombi. Da quando il sottogenere è tornato prepotentemente in auge a metà anni 2000 con L’alba dei morti viventi di Zack Snyder e con la serie TV The Waking Dead, la formula per ogni nuovo titoli sembra essersi ridotta a ‘non morti + nuova ambientazione’. Barche, centri commerciali, banche, e recentemente addirittura ascensori, la necessità di sovvertire costantemente e di essere creativamente differenti dalle centinaia di altri titoli del filone derivati ​​che vengono distribuiti ogni anno ha portato a risultati contrastanti. Per ogni film originale come The Battery di Jeremy Gardner otteniamo un World War Z, sagra del budget esagerato e della CGI, che fanno perdere completamente ogni senso di realismo e autenticità.

Cargo, prodotto originale di Netflix e lungometraggio d’esordio degli australiani Yolanda Ramke e Ben Howling, potrebbe venir bollato facilmente come ‘zombi nell’Outback’. Basato sull’omonimo ed efficacissimo corto del 2013 (lo trovate in chiusura), aspira però ad essere molto più del generico film sui “non morti nell’entroterra”. Chi si aspetta la tradizionale serie di uccisioni crude e di corpi smembrati finirà la visione deluso (quel tipo di fan dovrebbe invece cercare Road Of The Dead – Wyrmwood), poichè qui siamo davanti a un survival drama nel quale ‘casualmente’ ci sono anche degli infetti assetati di sangue e carne umana. Vedetelo come un These Final Hours incontra 28 giorni dopo. Cargo infatti pone l’intensa domanda su cosa significhi continuare a (soprav)vivere quando tutto intorno a te è morto, sul punto di morire o sta morendo dalla voglia di ucciderti.

Ambientato nell’entroterra australiano, dopo lo scoppio di una devastante e misteriosa epidemia / pandemia, Andy (Martin Freeman) ha tenuto la sua famiglia al sicuro navigando su una casa galleggiante, alla ricerca di segnali di sicurezza e ospitalità. Nonostante sua moglie Kay (Susie Porter) desideri abbandonare il fiume e cercare salvezza a terra, Andy non vuole rischiare la vita della loro figlioletta Rosie, ignara del mondo in rovina in cui è nata solo pochi mesi prima. Dopo che una serie di brutti incidenti lasciano Andy bloccato con Rosie sulla terraferma, l’uomo scopre di essere stato morso, orrendo evento che gli concede solamente 48 ore di tempo per trovare un posto sicuro per Rosie, prima che lui stesso si trasformi in un non morto. Il viaggio di Andy lo porta quindi a incontrare alcuni sopravvissuti, tra cui una simpatica insegnante di scuola, un cacciatore opportunista che vive con la sua ‘sposa’ rapita e Thoomi (Simone Landers), una ragazzina aborigena che sta cercando disperatamente di far rivivere il padre infetto. Credendo che il suo leader spirituale, L’Uomo Saggio / Cleverman (la leggenda australiana David Gulpilil), possa salvare il genitore, i due (con Rosie al seguito) fanno allora squadra, nella speranza di assicurarsi che i loro cari abbiano una possibilità in una seconda (e più fortunata) vita.

Tutte queste interazioni lungo la strada verso la meta conferiscono alla narrazione una patina episodica, con ogni scena sostanzialmente disconnessa dalla successiva. Si potrebbe scrivere una lunghissima lista di tutti i tipici cliché dei film di zombi che Cargo evita consapevolmente (su tutti il montaggio di notizie da TV o radio e / o i filmati con le rivolte al momento della diffusione del caos), ma così facendo, finisce per immergersi con entrambi i piedi negli stereotipi usuali delle pellicole post-apocalittiche. L’estetica del protagonista di mezza età brizzolato che deve difendere una giovane donna è diventata incredibilmente abusata nell’ultimo periodo (pensiamo a Logan, The Last of Us, These Final Hours, I figli degli Uomini e The War – Il pianeta delle scimmie, giusto per citarne alcuni), anche se aiuta il fatto che il personaggio di Martin Freeman sia davvero il padre della bambina invece che una figura paterna surrogata ‘costretta’ al ruolo. La sceneggiatura di Yolanda Ramke ci introduce sottilmente in una versione molto realistica di un Outback australiano popolato da non morti ciondolanti, ricorrendo alla grande regola cinematografica del mostrare, ma non spiegare. Il termine ‘zombi’ non viene naturalmente mai pronunciato e l’unico riferimento all’inizio del disastro è testimoniato da alcuni kit di emergenza forniti dal governo non si sa quanto tempo prima. Il resto lo si deduce da quello che capita ai protagonisti. Il risultato di questo approccio minimalista al racconto – mutuato dal secco cortometraggio originale – è che Andy manca di qualsiasi caratteristica distintiva. Non scopriamo mai chi lui sia stato, e il suo unico scopo è salvare sua figlia. E anche se lo spettatore è portato a volerlo vedere riuscire nell’impresa, nulla nello script gli conferisci alcuna personalità o qualità eccezionali, egli semplicemente esiste come veicolo per portare avanti la narrazione. Questo, unito al fatto che il film continua a rimbalzare, almeno nella prima metà, tra lui e la giovane Thoomi, non aiuta certo a creare grande empatia nonostante la sua situazione e nonostante l’indubbia bravura dei due attori. Senza contate la disparità di ‘trattamento’ circa la velocità di sviluppo dell’infezione o la sequenza finale, francamene ridicola.

Ciò che rende Cargo piuttosto curioso è che, visto che l’Australia solitamente non ripone sufficiente fiducia nel materiale di genere, il volere evitare quasi a ogni costo che si trasformi nell’ennesimo lungometraggio di zombi lo spinge verso territori drammatici invece molto tipici del continente con capitale Canberra. La dipendenza dall’iconografia australiana e dalla narrazione semplicistica è stata infatti testata innumerevoli volte in passato, lasciando la sensazione che Ben Howling e Yolanda Ramke si siano sentiti quasi in imbarazzo all’idea di essere etichettati come registi di horror proprio a causa della percezione negativa dell’idea stessa da quelle parti. L’epoca d’oro del cinema cosiddetto Ozploitation negli anni ’70/’80, quando l’industria cinematografica locale ritrovò brio – anche internazionale – grazie a una serie di titoli di grande e inaspettato successo, fu sia una benedizione che un’afflizione per il cinema di genere in Australia.

Invece che lasciarsi pienamente andare quindi, viene anche in Cargo inserito un messaggio politico formale (il folklore e la cultura cerimoniale aborigena svolgono un ruolo fondamentale nella vicenda, e il parallelismo tra il rigetto dei nativi e l’attuale infezione generale non è troppo sottile) che in qualche modo lo ‘eleva’ dalla sconveniente serie B, dalla quale si limita a prendere semplicemente in prestito elementi classici dell’horror, dell’azione o fantascientifici per raccontare piuttosto una storia maggiormente drammatica, mascherando le sue origini plebee agli occhi di un pubblico più distinto (tant’è che viene catalogato proprio come ‘drama / thriller’). Quello diretto da Ben Howling e Yolanda Ramke è pertanto un horror drammatico vicino al recente Les Affamés – I Famelici di Robin Aubert, papabile per gli spettatori a cui non piacciono i film del terrore, quindi chi cerca emozioni forti o splatter, meglio che scorra oltre nel menù.

Di seguito il cortometraggio originale e il full trailer internazionale (con sottotitoli italiani) di Cargo, nel catalogo Netflix dal 18 maggio:

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