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6/10 su 99 voti. Titolo originale: M.F.A. , uscita: 13-03-2017. Regista: Natalia Leite.

M.F.A. | La recensione del film di Natalia Leite

28/10/2017 recensione film di William Maga

La regista affronta un tema delicato e attualissimo giocando la carta del 'genere', avvalendosi di una Francesca Eastwood fragile e spietata per dare voce a un desiderio inconfessabile

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Le recenti rivelazioni su Harvey Weinstein sembrano aver scioccato molti benpensanti, anche dalle nostre parti. Tuttavia, gli abusi nell’industria cinematografica hollywoodiana sono un segreto di Pulcinella da anni, se non che la maggior parte delle persone ha scelto di ignorarli, di accettarli o di seppellire la testa sotto la sabbia. Lo stesso può essere detto delle violenze sessuali. Pare che negli Stati Uniti, oltre il 90% degli stupri non venga segnalato. Coloro che si recano alla Polizia spesso si ritrovano sotto processo e il loro stile di vita stravolto. Con i tassi di arresto ai minimi, la cultura della misoginia e della colpevolizzazione delle vittime finisce quindi per prevalere. Il documentario The Hunting Ground del 2015 ad opera di Kirby Dick aveva smascherato un tentativo istituzionale di coprire gli abusi nei campus universitari americani, ma la realtà è che quello è solamente un microcosmo di qualcosa che avviene più in grande nella società tutta. Scritto da Leah McKendrick e diretto da Natalia Leite (BareM.F.A. [acronimo per Master of Fine Arts] è quindi ora un potente e provocatorio bignami sul potere, lo stupro, il vigilantismo e i sentimenti di chi subisce violenza.

m.f.a. poster filmNoelle (Francesca Eastwood) è una studentessa di arte alla Balboa University che lotta per adattarsi alla vita universitaria e padroneggiare la disciplina. Quando viene invitata a una festa casalinga da Luke (Peter Vack), un compagno di classe bello e carismatico, si lancia senza pensarci. Dopo qualche bacio lui però la violenta, senza che lei possa fare nulla per fermarlo. Traumatizzata, Noelle si confida con la sua vicina (Leah McKendrick) che le consiglia di lasciar perdere, la consulente del campus rigira le accuse su di lei e un gruppo di ragazze che dovrebbe sensibilizzare sul tema si preoccupa più di predicare la protezione personale che di affrontarne gli autori.

Non sapendo come comportarsi, la ragazza si confronta allora con Luke, spingendolo accidentalmente oltre la ringhiera delle sue scale, uccidendolo. Passata per una fatalità e dopo aver letto di altre vittime di stupri in cui i colpevoli l’hanno fatta franca senza problemi, Noelle decide quindi di cominciare a fare giustizia a modo suo.

Pensate a Noelle come a una Dexter donna, che invece di uccidere i serial killer che sono riusciti a farla in barba al sistema per soddisfare un bisogno primario, alimenta il suo senso di ingiustizia e di espressione artistica. Le sue uccisioni non sono particolarmente creative nella loro esecuzione, ma le emozioni e la soddisfazione che ne scaturiscono riaccendono la sopita scintilla dell’artista che è in lei, originariamente di natura timida e passiva, tanto che le sue opere su tela cominciano a ispirare i compagni e addirittura l’insegnante che cercava di spronarla.

I suoi torvi e tormentati lavori pittorici corrono infatti sullo schermo parallelamente all’analisi della condizione delle ragazze all’interno di una società in cui sono quotidianamente vittime di stupri. Noelle entra ed esce anche dalle inutili sessioni di un gruppo di sostegno delle vittime, troppo apatico per i suoi gusti, ma che rimarca – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’attenzione generale posta dalla Leite su come le donne spesso siano ritenute inaffidabili quando si tratta di lanciare accuse di stupro. Le norme socialmente accettate sono giustamente messe alla berlina nel modo più duro mentre Noelle e molti dei personaggi femminili che incrocia lamentano la percezione che il loro genere dà – a uomini ma anche a persone del loro stesso sesso – quando le loro dolorose parole vanno a toccare soprattutto giovanotti in posizione privilegiata (aka sportivi), finendo per rivelarsi un boomerang e quasi sempre ruotando intorno alla loro incapacità di dimostrare il fatto.

mfa film leite eastwoodM.F.A. è sì la soddisfazione morbosa di un desiderio latente e inconfessabile progettato per garantire la giusta dose di sangue agli spettatori (si tratta pur sempre di un thriller), ma intinta in toni sommessi di emancipazione femminile e di critica sociale non superficiali. La pellicola offre in questo senso una variazione interessante al sottogenere dello slasher nella sua declinazione ulteriore di rape & revenge e le numerose uccisioni perpetrate, come da tradizione, diventano più sanguinarie e spietate con la pratica. La performance della Eastwood – che ricorda sottilmente una Amanda Seyfried dark – è intensa, a ribadire la parentela col padre Clint, celebre per le sue espressioni glaciali e poco inclini allo scherzo.

Il film è fondamentalmente poggiato su di lei e, se non può ovviamente essere un personaggio con cui identificarsi appieno, l’attrice riesce a mantenere il pubblico dalla sua parte per tutti i 95 minuti, impresa non semplice vista la sua sanguinosa inclinazione da giustiziere che la guida e che abbraccia senza timore delle conseguenze (la polizia sta ovviamente indagando sella scia di cadaveri). La passione artistica di Noelle funziona inoltre in perfetta simbiosi con il suo istinto killer calcolatore – che scaturisce in una certa misura sia intorpidito che privo di emozioni, guidato dalla ferma volontà di essere megafono di una parte senza voce della società e anche se il film perde un po’ di forza nel finale, il discorso di Noelle ai compagni puntualizza senza sbavature e retorica il tema di fondo.

M.F.A. obbliga gli spettatori a sopportare un paio di scene di stupro realistiche e abbastanza grafiche, non a livello di un film di pura exploitation certamente, ma come parte essenziale e non escludibile della sua tesi. La prima mette infatti in chiaro la pericolosa nozione di ciò che costituirebbe il consenso, l’altra invece, un tremendo esempio di ciò da cui le donne di tutte le età dovrebbero difendersi nell’odierna società, e in particolare le studentesse universitarie. La Leite e la McKendrick affrontano un soggetto assai sensibile con tono fiducioso, pur offrendone una variabile di genere – e quindi estremizzata – moralmente ambigua e intelligente all’interno delle opere sui serial killer, ma che per questo non deve essere presa meno sul serio.

Di seguito il trailer: