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6/10 su 2340 voti. Titolo originale: The Witch, uscita: 19-02-2016. Budget: $3,500,000. Regista: Robert Eggers.

[recensione] The Witch di Robert Eggers

di Sabrina Crivelli

La giovane Anya Taylor-Joy è la protagonista del misterico debutto al lungometraggio del regista americano, metaforico e simbolico come poche altre opere viste negli ultimi anni

Tra mitologia e storia, le streghe nella letteratura, come nel cinema, hanno assunto molteplici forme: dalle tinte fosche e orrorifiche della creatura maligna protagonista nella baviana La Maschera del Demonio, alle ambientazioni celtiche di The Wicker Man, alla declinazione più contemporanea e comedy di Le streghe di Eastwick, dal fanciullesco e disneyano Hocus Pocus fino all’incarnazione teen in Giovani streghe –The Craft, sono infinite le sfumature con cui le femminee adoratrici di Satana sono state descritte nel tempo, eppure, non tutto è già stato esplorato. The Witch, scritto e diretto da Robert Eggers, riesce infatti ancora a fornire una nuova lettura, inquietante e insieme in qualche modo realistica, tra verità e credenze popolari, del lento avvicinarsi di una giovane e innocente al maligno che si cela nel profondo del bosco.

thewitchProtagonista è Thomasin (l’esordiente e molto dotata Anya Taylor-Joy) che con la sua famiglia viene bandita dalla rigida comunità protestante d’appartenenza, fermo nelle sue convinzioni il patriarca William (Ralph Ineson) non cede alle pressioni degli anziani, non ritenendo di dover render conto ai suoi concittadini. Seguiamo il carro carico dei loro beni, passati i cancelli della città, soglia del mondo civile, si dirige ai confini del bosco per condurli alla loro nuova magione. Dopo aver abbandonato la madre patria, l’Inghilterra, per il New England, ancora una volta sono costretti a lasciare la loro casa e stavolta per vivere del tutto isolati. Ancora una volta l’ambiente è ostile, non più umana è però la minaccia, ciò che li allontana, ma qualcosa di molto più potente e sinistro, che dal folto degli alberi li spia e sembra di vederlo avvicinarsi nel lento appropinquarsi dell’occhio della camera ai rami verdecupi, scossi dal vento o meglio da tale misteriosa presenza. Il limite è permeabile, ciò che abita quelle lande selvagge e magiche oltrepassa il perimetro della fattoria, rapisce un neonato sotto gli occhi di Thomasin, poi svanisce tra la vegetazione, nasconde sotto il mantello rosso il piccolo per portarlo nella piccola catapecchia di pietra e legno dal cui comignolo esce una nuvola di fumo, fantasia desunta da una fiaba nordica.

Fortemente iconico, il film costruisce attraverso l’inquadratura vere e proprie tele dal cromatismo fiammingo: il chiaroscuro, trasmette allo spettatore l’incombere della tenebra negli interni avvolti da una palpabile buio, da cui emergono le luci fioche di candele sulla tavola poveramente imbandita, attorno alla quale si scorgono i profili dei personaggi. Nell’animo come nella superficie, di notte, l’oscurità si fa strada in ciascuno dei membri della famiglia, isolata in una natura maligna. Pittorico è l’uso metaforico del colore, di una tavolozza di tinte contrapposte, i toni dell’ocra a descrivere il raccolto rinsecchito e la cupa boscaglia, i candidi bianchi delle vesti e delle carni di fanciulla o di bambino, in ultimo il colore corposamente purpureo del mantello della strega, emblema di carnalità; tutto anticipa l’arcano incantatore che abita quella foresta maledetta, in questo risiede il raffinato iter di costruzione del terrore che pervade ogni sequenza. E’ poi simbolismo legato all’occulto, quasi un Malleus Maleficarum per immagini, una demoniaca lepre compare tra le foglie e nel fienile, il capro nero Black Phillip parla ai due pestiferi figli minori, infine la strega prende le tipiche sembianze che la tradizione le riserva, tra decrepita vecchia e peccaminosa giovane, che seduce il secondo genito Caleb (Harvey Scrimshaw). Infine, l’immagine filmica si carica di cruento realismo goyesco, l’orribile donna in un rito raccapricciante si ricopre del sangue del neonato rapito poco prima, in un eccesso deformante e espressionista, che ricorda in qualche modo Saturno che mangia i figli per terrificante forza visiva.

thewitch 4La strutturazione di un disturbante impianto psicologico è all’altezza della articolata impalcatura iconografico-simbolica. E’ un percorso lento e pervasivo, dal rapimento del bambino in fasce, il grano marcisce, la capra, munta, produce sangue, nelle uova si trova un pulcino morto, in ultimo la piccola Mercy (Ellie Greinger) spavaldamente si dichiara la strega del bosco e cantilena sinistre canzoncine infantili su Black Phillip, che pare sussurrarle fosche verità. L’identità della perfida fattucchiera, d’altro canto, prima, è al centro di una sorta di scherzo, la sorella maggiore, scocciata, replica alla ragazzina che è lei ad esserlo e, se non smetterà di scocciarla, userà su di lei i suoi poteri, poi però tutto diviene decisamente più serio, sino a giungere ad un domestico processo per stregoneria. Si confonde il vero con la superstizione, psicosi collettiva dettata da una cristianità ancora vincolata a credenze barbare, da Inquisizione, i membri della famiglia, soprattutto la madre Katherine (Kate Dickie), sono colti da un accesso isterico che presto si tramuta in cieco terrore. A tratti al limite del documentario nel registrarne la fenomenologia, pare inizialmente quella medesima paranoia che ha portato a condannare e bruciare sul rogo molte innocenti, accusate di aver stipulato un patto con il Diavolo. Qui, però, l’incubo è reale, tuttavia è il colpevole a celarsi astutamente, d’altro canto Lucifero è ingannatore per antonomasia e, anche in questo caso, usa le sue arti per confondere le sue tracce e far incolpare altri dei suoi misfatti, o meglio quelli delle sue adepte, conducendo i genitori a pensare che sia Thomasin l’origine del Male che si sta diffondendo. L’apoteosi è raggiunta quando il fratello, scomparso il giorno prima nel bosco, torna nudo e sconvolto, posseduto dal Demonio, straparla, poco dopo muore tra le braccia di Katherine. La ragazza, ancora una volta si trovava insieme a colui che è scomparso misteriosamente, è accusata, i perfidi fratellini testimoniano contro di lei, la madre la ritiene colpevole, perfino il padre ne è persuaso, un vero tribunale dunque che da prove arbitrarie e incerte desume senza vacillare alcuno una sentenza definitiva di condanna. Se tuttavia la scaramanzia determina il giudizio infondato sulla ragazza, ciò non vuol dire che le streghe non esistano, anzi, una di queste vive proprio vicino alla famiglia e la insidia un membro alla volta.

La grandezza e l’unicità di The Witch sta proprio in questo, non certo nella spettacolarizzazione con cui è descritto il lato paranormale e magico, ma nella estrema concretezza con cui vivifica un altro universo fantastico e immateriale. Dà una forma storica, basata su testimonianza e documenti, alla stregoneria, ma reinserisce nei fatti ciò che in origine era probabilmente solo superstizione e frutto dell’immaginazione, ovvero grazie alla finzione filmica rende il Maligno palpabile, e non è proprio questo il fine ultimo di una pellicola horror?…

Di seguito il trailer ufficiale italiano di The Witch:

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