Voto: 6.5/10 Titolo originale: ?????? , uscita: 07-10-1968. Regista: Noboru Ishiguro. Stagioni: 2.
Dossier: l’orrore come educazione, il paradosso morale di Bem il mostro umano
19/01/2026 recensione serie tv ?????? di Marco Tedesco
Un’opera pionieristica e imperfetta, ma ancora potentissima, che resta uno dei rari casi in cui l’horror animato ha saputo parlare ai bambini senza mai mentire

Bem il mostro umano nasce nel 1968 come un’anomalia profonda e disturbante all’interno dell’animazione televisiva giapponese. Creato da Saburo Sakai e Nobuhide Morikawa, trasmesso in 26 episodi tra il 1968 e il 1969, è uno dei primi veri esempi di anime horror e resta ancora oggi un oggetto difficile da collocare, sospeso tra intrattenimento per l’infanzia e racconto morale di rara cupezza. La sua forza non sta nella continuità narrativa, che anzi manca deliberatamente, ma nella reiterazione ossessiva di una condizione: l’impossibilità di essere accettati, anche quando si agisce per il bene.
La serie si apre sempre con una genesi inquietante: tre esseri nascono dall’oscurità, non sono umani ma possiedono un senso di giustizia superiore a quello degli uomini. Bem, Bera e Bero vagano in un mondo ostile, popolato da mostri soprannaturali e, soprattutto, da esseri umani corrotti, violenti, avidi. Episodio dopo episodio, aiutano i più deboli, spesso bambini o emarginati, affrontano il male e scompaiono nel nulla senza mai ricevere gratitudine. Diventare umani non è una meta fisica, bensì morale, e ogni azione giusta è al tempo stesso una condanna.
A rendere Bem il mostro umano così disturbante non è solo la presenza di streghe, demoni, mummie o culti satanici, ma l’assenza di consolazione. Non esiste una ricompensa, non esiste una redenzione definitiva, non esiste un finale risolutivo. La struttura autoconclusiva, spesso criticata, diventa in realtà parte integrante del discorso: la ripetizione della sofferenza e del rifiuto è il vero motore narrativo. Ogni episodio ricomincia da zero perché la società non impara nulla. Gli uomini continuano a temere ciò che non comprendono, e i mostri continuano a essere più umani di loro.
Dal punto di vista visivo, la serie è figlia di una produzione povera e apolide, ma proprio per questo sviluppa un’estetica unica. Fondali cupi, città senza tempo, castelli, paludi, musei degli orrori e villaggi innevati sembrano appartenere a un’Europa immaginaria di fine Ottocento, più vicina all’horror gotico che al folklore giapponese. Questa scelta rafforza il senso di estraneità dei protagonisti, che non appartengono a nessun luogo preciso. L’animazione rigida, i movimenti scattosi e i disegni sgraziati non attenuano l’atmosfera, anzi la rendono più inquietante, quasi espressionista.
La colonna sonora jazz contribuisce in modo decisivo all’identità della serie. I sax e i temi malinconici accompagnano non tanto l’azione quanto l’angoscia esistenziale dei protagonisti. Non è una musica che incita all’eroismo, ma che sottolinea la solitudine. Bem non è un salvatore trionfante, è una figura stanca, consapevole che ogni vittoria è temporanea e ogni gesto di giustizia non cambia il mondo.
Il vero cuore tematico della serie risiede nella discriminazione. Bem, Bera e Bero sono giudicati esclusivamente per il loro aspetto. Anche quando assumono sembianze umane, qualcosa li tradisce: le mani a tre dita, gli occhi, i tratti innaturali. Questo dettaglio diventa simbolo di una diversità impossibile da cancellare. La serie insiste su un messaggio radicale: l’umanità non è una questione biologica, ma etica, e spesso chi si definisce umano è il vero mostro. In questo senso Bem il mostro umano anticipa tematiche che diventeranno centrali nell’animazione giapponese solo anni dopo, come l’emarginazione, la colpa collettiva e la solitudine dell’eroe morale.
I remake successivi, dal 2006 al 2019, hanno tentato di aggiornare il linguaggio e la struttura narrativa, introducendo archi più complessi e una maggiore continuità, ma hanno inevitabilmente smussato l’asprezza originale. Rendere i personaggi più “accettabili”, più belli o più spiegabili, significa tradire in parte il senso profondo dell’opera del 1968, che vive proprio nella sua crudezza e nella sua ambiguità. Anche il dorama del 2011, pur interessante, sposta il baricentro verso il melodramma, perdendo quella dimensione fiabesca e crudele che rendeva l’anime unico.
Rivedere oggi Bem il mostro umano significa affrontare un’opera che invecchia male sul piano tecnico ma resta sorprendentemente attuale sul piano simbolico. La mancanza di evoluzione narrativa, tanto criticata, può risultare faticosa allo spettatore moderno, ma è anche la sua dichiarazione più onesta: il mondo non cambia, il pregiudizio si ripete, il bene resta invisibile. Bem, Bera e Bero continuano a camminare nell’ombra perché è lì che la società li ha confinati.
In definitiva, Bem il mostro umano non è un semplice anime horror né un prodotto nostalgico. È un racconto cupo sulla dignità, sull’impossibilità di integrazione e sulla giustizia senza premio. Un’opera imperfetta, ruvida, a tratti ingenua, ma capace di lasciare un segno profondo proprio perché non cerca mai di piacere. E forse è per questo che, a più di mezzo secolo di distanza, continua a inquietare e affascinare.
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