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Voto: 6.5/10 Titolo originale: ひゃくえむ。 , uscita: 19-09-2025. Regista: Kenji Iwaisawa.

100 metri – Hyakuemu: la recensione dell’anime che sprinta di Kenji Iwaisawa

31/12/2025 recensione film di Gioia Majuna

Un film sportivo che usa l’animazione per trasformare la corsa in un’esperienza fisica ed esistenziale, più vicino alla trance che alla competizione

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Con 100 metri – Hyakuemu, Kenji Iwaisawa torna a interrogare un gesto elementare – prima era la musica, ora è la corsa – e lo trasforma in cinema d’animazione che vibra di materia e nervi. Dopo l’esordio folgorante di On-Gaku: Our Sound, dove l’emozione nasceva anche dallo slittamento continuo degli stili grafici, qui il regista accetta una cornice più riconoscibile: l’adattamento di un manga sportivo incentrato su rivalità, crescita e disciplina. Ma la riconoscibilità è quasi una trappola consapevole, perché la storia procede come un binario noto mentre l’immagine si ribella, scatta, si deforma, cerca il punto esatto in cui il corpo smette di essere personaggio e diventa energia pura.

Il filo narrativo è costruito a “epoche”, tre segmenti che seguono Togashi e Komiya dall’infanzia all’età adulta. Togashi è il talento precoce, quello che in scuola elementare sembra destinato a vincere sempre: postura impeccabile, tecnica naturale, un’idea della velocità come qualcosa che gli appartiene. Komiya arriva invece come presenza stonata: timido, laterale, eppure animato da una fame che non assomiglia all’ambizione, ma al bisogno. Iwaisawa lo definisce soprattutto attraverso il modo di muoversi: Komiya corre come se stesse scappando, come se la pista fosse un confine da attraversare per restare vivo. La loro amicizia nasce anche dall’insegnamento – Togashi che corregge, guida, rassicura – ma presto il rapporto si rovescia. Con gli anni e con il professionismo, Komiya scala posizioni, mentre Togashi si impantana in una fase opaca, un ristagno che non è solo atletico ma identitario: se non sei più “il più veloce”, chi sei?

Qui il film si colloca dentro la tradizione dei racconti sportivi giapponesi, dove la competizione è spesso pretesto per parlare di vocazione, amicizia e senso del sacrificio. La formula è chiara: talento contro fame, favorito contro outsider, sicurezza contro urgenza. Eppure 100 Meters non insiste davvero sul melodramma della sfida uno contro uno; piuttosto suggerisce che il vero avversario sia la distanza stessa, quei cento metri ripetuti per anni fino a diventare un destino. La corsa, invece di aprire il mondo, lo restringe: pochi secondi che divorano giornate, stagioni, giovinezza. La domanda sotterranea, più feroce della gara, è sempre la stessa: perché dedicare una vita a un gesto così breve?

È su questo nodo che Iwaisawa alterna due movimenti opposti. Da un lato ci sono dialoghi e confronti, spesso ambientati in corridoi, spogliatoi, sale riunioni, in cui allenatori e compagni ragionano su motivazione, disillusione, pressione e aspettative. In questi passaggi il film rischia di diventare didascalico: i dubbi interiori talvolta sembrano sciogliersi troppo rapidamente, come se bastasse una conversazione ben piazzata a cancellare un crollo. Dall’altro lato, però, quando i personaggi entrano in pista, ogni discorso si azzera e la regia trova una lucidità quasi brutale: correre è l’unico momento in cui questi corpi “si accendono”, e l’animazione lo rende palpabile.

La scelta della rotoscopia pesa sui corpi e li ancora alla gravità: muscoli, appoggi, micro-variazioni della falcata, mani che si stringono prima di uno scatto informale. L’effetto non è solo realistico, è sensoriale: senti la fatica come una vibrazione. Ma Iwaisawa non usa la rotoscopia per imitare la realtà; la usa come trampolino per tradirla. A un certo punto l’immagine esplode: linee distorte, inquadrature instabili, cambi improvvisi di colore, soggettive che schiacciano lo spazio fino a farlo sparire. Il mondo diventa sfondo pittorico e poi si dissolve: restano gambe, respiro, battito, il colpo secco delle scarpe. In alcune gare la regia insiste su riprese “continue” che amplificano la trance dello sprint; in altre, al contrario, elimina quasi tutto e affida la tensione al suono, come se la corsa fosse percepibile anche a occhi chiusi.

La sequenza sotto la pioggia è l’emblema di questa poetica: l’acqua non è un effetto decorativo, ma una forza che sporca e riscrive l’immagine, trasformandola in striature grigie e colature che inghiottono i contorni. È lì che il film raggiunge la sua verità più semplice: la corsa non è un ragionamento, è un’esperienza. Ed è anche lì che capisci come Iwaisawa, pur muovendosi dentro un canovaccio sportivo, resti un autore che cerca l’istinto, qualcosa di primordiale e non addomesticato.

Questa tensione tra forma convenzionale e invenzione radicale è il limite e insieme la qualità di 100 metri – Hyakuemu. Se lo si giudica come racconto di rivalità “classica”, può sembrare che manchi una costruzione drammatica davvero incisiva: i personaggi, fuori dalla pista, restano spesso in ombra, ridotti a funzioni del tema più che a vite complesse. Ma proprio questa sottrazione finisce per avere un senso: l’identità dei protagonisti è divorata dallo sport, e l’animazione lo mostra meglio di qualsiasi dettaglio biografico. In definitiva, il film non racconta tanto due velocisti in lotta tra loro, quanto persone intrappolate in una ripetizione che somiglia a un compito infinito: ricominciare, fallire, riprovare, sperare che un giorno quei cento metri abbiano finalmente un significato.

Per chi cerca un prodotto sportivo “da manuale”, 100 metri – Hyakuemu può risultare irregolare; per chi cerca un’opera capace di trasformare lo sprint in cinema puro, è un’esperienza memorabile. Iwaisawa conferma di essere uno dei nomi più interessanti dell’animazione giapponese contemporanea: anche quando accetta una strada battuta, trova il modo di farla tremare sotto i piedi.

Di seguito il trailer ufficiale internazionale di 100 metri – Hyakuemu, dal 25 dicembre in esclusiva per Netflix:

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