Home » Cinema » Azione & Avventura » Recensione story: Delta Force di Menahem Golan (1986)

Voto: 7/10 Titolo originale: The Delta Force , uscita: 14-02-1986. Budget: $9,000,000. Regista: Menahem Golan.

Recensione story: Delta Force di Menahem Golan (1986)

22/03/2026 recensione film di Francesco Chello

Ricordiamo Chuck Norris attraverso uno dei suoi titoli più rappresentativi. Una produzione Cannon con anche Lee Marvin e un solido cast di supporto, in cui il cinema d’azione degli anni ’80 trova una delle sue forme più eccessive ed emblematiche

Chuck Norris in Delta Force (1986)

Tra le (tante) cose che mi piacciono del rapporto che ho col Cineocchio c’è l’aver avuto la possibilità di parlare di argomenti che mi stanno a cuore e di farlo a modo mio. Spazio al cinema di genere, in un modo che non si vede esattamente dappertutto. Sì, insomma, un po’ think different, mutuando slogan famosi di brand ancora più famosi. Non mi metto a fare l’elenco completo, anche perché l’intenzione non vuole certo essere quella di ̶f̶a̶r̶s̶i̶ ̶i̶ ̶p̶o̶m̶p̶i̶*̶n̶i̶ ̶a̶ ̶v̶i̶c̶e̶n̶d̶a̶ autocelebrarsi, quanto di sottolineare un rimpianto.

Dicevo, ho affrontato tanti argomenti, ed altri mi riprometto di sviscerare in futuro. Uno di questi era (ed è) Chuck Norris, specie perché non capita spesso di leggerne online e di farlo come si converrebbe. Il punto è che avrei voluto (dovuto) farlo con Chuck ancora in vita, una celebrazione meritata a prescindere da quello che non deve essere frainteso come semplice elogio post mortem, a poche ore dall’annuncio della sua scomparsa a 86 anni.

Artista marziale di livello assoluto, poi interprete di quel cinema d’azione che ci piace tanto. A cui contribuisce con una filmografia che custodisco orgogliosamente (e per intero) all’interno della mia collezione home video. Se sei un vero fan dell’action devi saperne apprezzare tutte le stratificazioni, e Chuck Norris ha saputo ritagliarsi il suo posto d’onore in quelle zone magari meno patinate ma ugualmente essenziali per il genere.

Carlos Ray Norris nasce nel 1940 in Oklahoma, in un contesto che ha poco a che vedere con l’epica che saprà cucirsi addosso nel corso degli anni. Infanzia complicata, padre assente e problematico, nessuna predisposizione evidente a emergere. Non è il classico predestinato, ma uno nella media che non parte con i favori del pronostico, persino timido. Una chiave di lettura che spesso si perde: Norris non scopre di essere forte, decide di diventarlo, e questa non è una di quelle battute della fase meme che arriverà decenni dopo. Il passaggio decisivo avviene lontano da qualsiasi immaginario hollywoodiano, durante il servizio nell’US Air Force in Corea del Sud.

È lì che incontra le arti marziali e soprattutto una forma mentale che fino a quel momento gli mancava. Non è una rivelazione improvvisa, ma un processo lento, quasi testardo, fatto di ripetizione e disciplina. Che lo porta a diventare cintura nera di Taekwondo, Judo, Tang Soo Do, Karate, Hapkido, Jiu Jitsu. Norris accumula, ripete, costruisce. Ogni esperienza diventa un tassello non solo tecnico ma mentale. Ne crea addirittura una tutta sua, il Chun Kuk Do. Nelle arti marziali cerca e trova un’identità. Quando torna negli Stati Uniti, non c’è nessuna scorciatoia o immediato verso la celebrità. C’è lavoro.

Norris apre scuole di karate, insegna, costruisce una rete, una reputazione concreta. Lo fa in un’epoca in cui le arti marziali in occidente non sono ancora fenomeno di massa, il che significa anche fare da pioniere, adattare, tradurre, rendere accessibile. Tra i suoi allievi c’è pure The King of Cool Steve McQueen, ed è uno di quei casi in cui Hollywood arriva dopo. Non è Norris a inseguire il cinema ma è il cinema che a un certo punto si accorge che quella presenza può funzionare. E funziona perché è vera. Prima ancora di essere un attore, Norris è stato un campione, di quelli con la C maiuscola.

cast Delta Force (1986) filmTitolo mondiale professionista dei pesi medi di karate mantenuto per sei anni consecutivi, un dato che oggi viene quasi messo tra parentesi, schiacciato dalla narrazione iconica, ma che in primis bisogna rimettere in evidenza per comprendere correttamente lo spessore dell’uomo e del personaggio. Senza quella base, tutto il resto non esisterebbe. Norris non simula la forza, la porta con sé dal proprio background. In pratica, più che trasformarlo, il cinema lo espone.

Il momento chiave è il 1972, quando un mostro sacro come Bruce Lee lo sceglie (proprio in quanto campione vero di karate) come avversario in The Way of the Dragon (L’Urlo di Chen Terrorizza anche l’Occidente). Il duello nel Colosseo è storia, ma ridurlo a questo è limitante. Quello che succede lì è più sottile, è un confronto tra due modi opposti di intendere il combattimento. Non è solo uno scontro fisico quanto uno scontro di filosofie. Lee è precisione, velocità, pensiero. Norris è resistenza, impatto, determinazione.

Cinematograficamente parlando, Chuck magari non è altrettanto bello da vedere (al pari della peluria che Lee schernisce). È ostico, è un avversario rispettabile. E’ credibile. Ed è proprio questa credibilità a farlo emergere, a rafforzarlo, anche nella sconfitta. Da quel momento, Norris costruisce una carriera che non prova mai davvero a inseguire modelli esterni, sviluppando una traiettoria molto americana. Mentre il cinema di Hong Kong domina l’immaginario marziale globale grazie a spettacolarità e innovazione, lui va nella direzione opposta. Evitando di imitare, ma provando a tradurre. Nel proprio cinema marziale riduce la componente spettacolare, aumentando quella funzionale. Sottrae, snellisce la coreografia, elimina il superfluo, punta sull’efficacia. I suoi combattimenti non devono stupire, devono chiudere la questione. Per poi aggiungere, in una seconda fase, tutta la muscolarità del cinema ottantiano a base di pallottole ed esplosioni.

Il mito di Norris prende forma tra la fine dei ’70 e gli anni ’80, un periodo in cui questo approccio diventa un marchio. Non snocciolerò l’intero curriculum, ma film come Good Guys Wear Black (Commando Black Tiger, 1978) o Lone Wolf McQuade (Una Magnum per McQuade, 1983) segnano una sorta di passaggio. Negli eighties il modello Norris si consolida definitivamente, titoli tipo Missing in Action (Rombo di Tuono, 1984), Code of Silence (Il Codice del Silenzio, 1985), Invasion U.S.A. (1985) o The Delta Force (1986) funzionano proprio perché sono essenziali.

Non cercano profondità psicologica, non inseguono ambiguità. Sono film che procedono dritti, come il loro protagonista. Sono dichiarazioni ideologiche travestite da intrattenimento. E dentro questa linearità c’è un contesto preciso, quello dell’America reaganiana che prova a rimettere insieme i pezzi dopo il Vietnam, che sente il bisogno di ristabilire un ordine, riscrivere simbolicamente le sconfitte, riaffermare la superiorità morale e militare.

Il cinema d’azione diventa uno spazio di compensazione, e Chuck Norris incarna perfettamente questa esigenza, il volto ideale di questo immaginario. Non perché particolarmente espressivo, ma perché affidabile, una presenza che non vacilla. Il più delle volte non è un eroe tormentato, non è un personaggio in crisi. È una risposta. E, soprattutto, è una risposta che non cambia mai. Questo è forse il suo limite più evidente come attore, ma anche la sua forza più grande come icona. Norris non si trasforma particolarmente, non evolve nel senso classico. Film dopo film, la sua figura sembra perdere tutto ciò che è accessorio fino a diventare quasi un’idea, una funzione narrativa, presenza, forza, inevitabilità.

Negli anni ’90, dopo aver esplorato qualche variazione sul tema action, arriva un altro passaggio fondamentale. La tv e quel Walker, Texas Ranger con cui smussa alcuni angoli ed amplia il proprio pubblico. 9 stagioni dal 1993 al 2001, un film tv nel 2005 (Trial by Fire – Processo Infuocato), uno spin-off nel 1999 (Sons of Thunder, una stagione da 6 episodi). Il personaggio di Cordell Walker è una versione più educata ed accessibile dell’eroe norrisiano. Stessi principi, più rassicuranti. La violenza c’è ancora, ma è incanalata dentro un sistema morale chiaro, quasi didattico. È il passaggio da icona action a figura familiare, e funziona perché non tradisce mai il nucleo del personaggio.

Nel frattempo, fuori dallo schermo, Chuck Norris continua a fare quello che ha sempre fatto: sviluppa il Chun Kuk Do, insegna, fonda organizzazioni, promuove programmi per i giovani come il Kickstart Kids. È una coerenza che attraversa tutta la sua vita, e che spesso viene sottovalutata perché meno spettacolare del cinema. Coerenza che trova conferma anche nel rapporto con il proprio corpo e con il tempo, non ha mai smesso di allenarsi e mantenersi attivo, come quando lo scorso settembre, a 85 anni, ha scalato il Lassen Peak, vetta californiana di 3187 metri. Un gesto che, al di là dell’aneddoto, dice più di quanto sembri perché restituisce perfettamente l’immagine di un uomo che ha sempre vissuto ciò che ha insegnato, che fuori dal set non ha mai recitato una parte.

cast Delta Force (1986)Con Internet arriva l’ultima trasformazione, quella più imprevedibile. Il web prende quella figura granitica e la trasforma in un’entità iperbolica, onnipotente, quasi astratta. I Chuck Norris Facts non sono solo battute, sono un processo di mitizzazione collettiva. Una riscrittura che avrebbe potuto distruggere la sua immagine, invece Norris fa la cosa più intelligente possibile quando evita di resistere ma anzi accetta, si presta, si lascia inglobare, mostra un tipo di autoironia che solo chi è saggio può dimostrare di avere. E in questo modo sopravvive anche a questa trasformazione.

Io, ad esempio, inizialmente non apprezzavo molto il fenomeno, credendo potesse sminuirne il vero profilo oltre al fatto che le nuove generazioni rischiavano di conoscerlo solo in questa veste, poi ho apprezzato la sua reazione ed il fatto che si tratti di un’ironia rispettosa che, per assurdo, ha alimentato la sua aura. A testimoniarlo anche la sua gustosissima guest star in Expendables 2 (I Mercenari 2, 2012) in cui il suo personaggio fa esattamente una auto-battuta di questo tipo, per poi partecipare ad uno showdown esplosivo (e collettivo) tutto da vedere.

A questo punto, la volontà è quella di rafforzare l’omaggio nei confronti di Chuck Norris parlando di uno dei suoi film. Uno di quelli più popolari, tra i più apprezzati dai fan, significativo per quella precisa fase della sua carriera. Mi riferisco a The Delta Force, diretto da Menahem Golan nel 1986. Un film magari sbilanciato, a tratti ingenuo. Ma è anche uno dei punti più alti e più rivelatori della sua filmografia. Tutto converge: il contesto storico, la macchina produttiva Cannon, l’iconografia action anni ’80, la costruzione del mito. Probabilmente non è il miglior film di Norris in senso stretto. Ma è quello che lo definisce. E soprattutto è quello che mostra, senza filtri, cosa succede quando il cinema smette di raccontare la realtà e inizia a riscriverla a colpi di razzi montati su una moto. Che è surreale. Ma, a suo modo, irresistibile. Non è semplicemente un film ma un manifesto, nel bene e nel male, del cinema d’azione americano degli anni ’80.

Delta Force è un progetto per il quale il contesto pesa più di altre volte, l’idea infatti nasce in un momento storico preciso. Scritto da James Bruner insieme allo stesso Golan, il film doveva inizialmente essere realizzato con la collaborazione del fondatore della vera Delta Force, il colonnello Charles Beckwith; i produttori volevano raccontare l’Operazione Eagle Claw, un tentativo fallito di salvare gli ostaggi americani in Iran nel 1979, modificandone l’esito in un successo. Beckwith abbandonò il progetto disgustato.

L’ispirazione dichiarata a quel punto diventa il dirottamento del volo TWA del 1985, uno di quegli eventi che avevano trasformato il terrorismo internazionale in una presenza costante nell’immaginario occidentale. Il marinaio torturato e ucciso nel film richiama il caso reale di Robert D. Stethem, assassinato il 15 giugno 1985, mentre il salvataggio degli ostaggi prende spunto dall’Operazione Entebbe del 1976. Elementi che conferiscono al film una connotazione evidentemente politica. Non nel senso sofisticato del termine, ma in quello più diretto e viscerale, a tratti anche grossolano. Che proprio per questo non impedisce, oggi come allora, di godersi la quota entertainment (ovvero quella portante) a prescindere dalla propria ideologia.

La rappresentazione dei nemici, la semplificazione dei conflitti, la centralità dell’intervento militare contribuiscono a costruire una visione del mondo molto precisa. Alcune analisi lo hanno inserito tra i film che alimentano stereotipi e semplificazioni, soprattutto nella rappresentazione del Medio Oriente. Ma sarebbe troppo facile fermarsi a questo, non è (solo) propaganda, è anche sintomo. È lo specchio di un’epoca che aveva bisogno di credere in un intervento risolutivo, in una figura capace di ristabilire ordine in un mondo percepito come caotico.

Delta Force parte come un thriller drama claustrofobico. L’aereo, i passeggeri, la tensione crescente. È un cinema che, almeno inizialmente, sembra voler trattenere la violenza, farla sedimentare. E qui sta il primo scarto interessante: Norris non c’è ancora, o meglio, non è ancora centrale nello svolgimento degli eventi. Quando entra in scena, cambia tutto. Non solo perché la visione diventa prevedibilmente più spettacolare ma perché cambia proprio la grammatica. La tensione accumulata si trasforma in un rilascio che ha una forma precisa fatta di vendetta, intervento, supremazia.

Delta Force (1986)È il passaggio da un cinema della paura a un cinema della risposta, come se fossero due film in uno. Alcune critiche su Delta Force parlano proprio della sua struttura spaccata con prima parte tesa e quasi realistica ed una seconda parte esplosiva e sopra le righe. Osservazione legittima, ma superficiale. Perché quella frattura è esattamente il senso del film. Presentare una situazione di pericolo attuale e verosimile e divertirsi ad immaginare una risoluzione cinematografica e volutamente eccessiva. Due anime differenti, ognuna rispettosa dei propri parametri di riferimento, per un successo che passa proprio dal contrasto.

Espediente, quello del contrasto, che viene utilizzato anche per il finale che contrappone la gioia per la riuscita della missione al lutto di chi mette in gioco la propria vita per salvare quella degli altri. Il primo tempo ti mette davanti a realismo ed impotenza tra civili che diventano ostaggi, violenza arbitraria, politica incapace di intervenire. La seconda metà costruisce la fantasia opposta in cui un’élite militare arriva e sistema tutto con precisione chirurgica, la voglia di soddisfare il desiderio di usare la forza invece della diplomazia per ottenere giustizia.

Ed è qui che entra in gioco il suo protagonista. Chuck Norris non è un grande attore, ne è sempre stato consapevole e non prova nemmeno ad esserlo. Ma ha qualcosa che pochi altri avevano in quel periodo, una presenza che trascende il personaggio. In Delta Force, questo diventa evidente. Più che interpretare McCoy lo incarna. E McCoy, a sua volta, non è un uomo. È un simbolo. Un one man army che permette al racconto di switchare, la storia perde definitivamente qualsiasi residuo di complessità per diventare un flusso continuo di azione, spesso esaltante.

E dire che il montatore Alain Jakubowicz cercò di ridurre gli eccessi del film, scontrandosi con Golan che in certi casi si fa prendere un po’ la mano, tipo quando orchestra acrobazie in motocicletta che sgamano sfacciatamente la controfigura di Norris. Un mood che viene enfatizzato dal theme elettronico firmato da Alan Silvestri che deve comporlo senza orchestra per motivi di budget (15mila dollari destinati alla colonna sonora), musica che viene poi utilizzata dal 1988 al 2001 da ABC Sports per eventi motoristici come l’apertura della Indy 500, oltre ad essere inclusa nel videogame Katakis.

Delta Force mette insieme due figure che sembrano appartenere a mondi diversi: Chuck Norris e Lee Marvin, che ottiene il ruolo del colonello dopo che la produzione aveva sondato Lee Van Cleef (che rifiuta la proposta) e Charles Bronson che in un periodo compariva addirittura sui poster promozionali. Marvin è un attore segnato, dal fisico stanco – dimostra più dei suoi 61 anni (al tempo delle riprese) e durante la fase produttiva soffre di dolori addominali ed un’infiammazione al colon, senza saperlo Delta Force sarà il suo ultimo film prima della scomparsa avvenuta nel 1987.

Il buon Lee rappresenta (volutamente) il passato ma è anche una presenza preziosa e di peso. Porta con sé un’idea di guerra vissuta, sporca, reale, lui che è stato davvero un veterano della Seconda Guerra Mondiale. Norris il presente (e il futuro), corpo invulnerabile, espressione granitica, zero ambiguità morale. Il loro rapporto funziona grazie alle differenze e tenta di certificare una sorta di passaggio di consegne. Quando la narrazione passa definitivamente nelle mani di Norris, Marvin diventa quasi una figura di raccordo, un ponte tra due epoche – che comunque non gli impedisce di ritagliarsi i suoi sporchi momenti, che includono una serie di vittime nel corso di sparatorie assortite. Bisogna dire che è l’intero cast ad essere interessante.

Penso a Robert Forster (che in futuro farà un’apparizione in Walker, Texas Ranger), unico americano tra terroristi interpretati da attori israeliani, azzeccatissimo villain dal baffo corvino che si prepara al ruolo arrivando in Israele due settimane prima delle riprese per studiare l’arabo con un coach dialettale. Oppure ad altri tre premi Oscar come Martin Balsam, Shelley Winters e George Kennedy (il quarto è lo stesso Marvin che era con Kennedy nel cult The Dirty Dozen – Quella Sporca Dozzina, 1967) che insieme a Joey Bishop danno spessore ed intensità emotiva al gruppo di ostaggi.

Robert Vaughn (anche lui comparirà in Walker) lucido ufficiale che coordina dalle retrovie, Bo Svenson stoico pilota del Boeing 707, Steve James (con Norris anche in Hero and the Terror – Un Eroe per il Terrore, 1988) deltaforciano che si sporca le mani sul campo. Nel cast anche Eric Norris (il figlio di Chuck) che figura tra i marinai presi in ostaggio, mentre Kevin Dillon e Mykelti Williamson fanno una comparsata non accreditata.

Delta Force (1986) filmNon si può parlare di Delta Force senza parlare della mia amata Cannon. Il film è figlio diretto del modello Golan-Globus: budget medio, ambizione alta, esecuzione spesso sopra le righe. Con circa 12-13 milioni di dollari, riesce comunque a costruire un impianto spettacolare efficacissimo. E poi c’è l’iconografia. La già citata moto con i razzi – una Suzuki SP600 progettata appositamente per il film – non è solo una trovata tamarra, è l’emblema di tutto il film. È genuinamente ignorante. Ma è anche perfetta.

Per il modo in cui sintetizza esattamente quello che sta facendo Delta Force, vale a dire prendere un contesto reale e trasformarlo in fantasia iperbolica. Al tempo, il critico Roger Ebert faceva notare con lucidità come queste scene funzionino proprio perché Delta Force riesce a rendere credibile l’assurdo quando ingrana davvero. Qualcuno punta il dito sul ritmo, lamentandosi del tempo necessario alla visione per diventare quello che promette. Paradossalmente, è proprio questa presunta lentezza iniziale a dare maggiormente peso alla seconda parte, un intelligente buildup che veicola l’attesa (e letterale) detonazione.

Girato prevalentemente in Israele tra settembre e novembre del 1985. Particolarmente sfiancanti le sequenze sull’aereo con le temperature che superavano i 38°C testimoniati dal sudore reale degli attori coinvolti – tra cui la Winters che arriva a litigare spesso con Golan (col quale collabora in cinque film) temendo per la propria salute. Delta Force esordisce nelle sale statunitensi il 14 febbraio 1986, per poi arrivare in quelle italiane il successivo 3 maggio.

Seguiranno anche due sequel, prima Delta Force 2: The Colombian Connection nel 1990, con Chuck Norris che riprende i panni di McCoy e suo fratello Aaron in cabina di regia, e poi Delta Force 3: The Killing Game diretto da Sam Firstenberg in cui l’unico Norris presente è Mike (altro figlio di Chuck) in veste di attore. Il videogame Operation Thunderbolt si ispira al film.

Delta Force resta uno dei tasselli più riconoscibili di una filmografia che ha contribuito a definire un certo modo di intendere l’action: diretto, fisico, senza compromessi. Chuck Norris non è soltanto il volto di questo tipo di cinema, è parte del suo stesso immaginario. Ha superato i confini del proprio ruolo, trasformandosi in qualcosa di più grande dei film che ha interpretato. Si dice che Chuck Norris non avesse bisogno di adattarsi alle storie, erano le storie ad adattarsi a lui. Forse è una battuta, ma è anche il modo più semplice per spiegare perché, ancora oggi, il suo mito continua a resistere.