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Diario da Venezia 75 | Giorno 2: Messico, nuvole e … Lapo

31/08/2018 news di Giovanni Mottola

Dall’infinitamente grande dello spazio di Damien Chazelle all’infinitamente piccolo del quartiere Roma di Città del Messico, raccontato da Alfonso Cuarón, per finire con la vera Città Eterna del controverso film su Stefano Cucchi. Le nostre impressioni dei tre film.

venezia 75 sala

Chiunque frequenta il Festival faccia un esperimento, chiedendo ad amici e parenti che vivono in qualunque altra zona d’Italia com’è il tempo. Scoprirà che per qualche misterioso motivo in questo periodo è bello dappertutto tranne al Lido, dove la pioggia è sempre in agguato. A guardare il cielo oggi si scorgevano infatti le prime avvisaglie di quelle piogge che da domani accompagneranno il corso della Mostra. Ora che abbiamo detto delle nuvole, passiamo a spiegare l’inizio del titolo. Venezia 75 ha per ora un’impronta molto messicana: ieri ha fatto il discorso di rito il messicano Presidente di Giuria Guillermo del Toro. Oggi sono stati proiettati la versione restaurata del film Il luogo senza limiti del messicano Arturo Ripstein, presente qui al Festival nel 2015 con La calle de la amargura, e soprattutto Roma di Alfonso Cuarón nella sezione del Concorso principale (che verrà distribuito in esclusiva da Netflix).

Nulla a che vedere con l’omonima opera di Federico Fellini, della quale non costituisce dunque un remake, ma piuttosto una storia ambientata in un quartiere di Città del Messico che prende il nome proprio dalla nostra capitale. Si può dire che Cuarón sia stato profeta in patria, dal momento che si tratta della zona dove il regista è nato e ha vissuto, dunque non gli è stato nemmeno necessario documentarsi per realizzare alla perfezione la ricostruzione ambientale. La vicenda narrata risale agli anni Settanta e forse per sottolineare il riferimento al passato Cuarón ha deciso di girare il film in un bianco e nero al quale, miracolosamente, è riuscito a non conferire l’effetto di posticcio. Se nulla ha a che vedere con Fellini (all’infuori della scena di un raduno di atleti dediti alle arti marziali, che certamente gli sarebbe piaciuta), a voler cercare un riferimento col nostro cinema la storia richiama in parte i film di Vittorio De Sica, non soltanto per il bianco e nero ma soprattutto per la connotazione misera ma dignitosa di alcuni dei protagonisti e per la sobrietà della narrazione.

La vicenda si svolge all’interno di una famiglia apparentemente felice, dove è impiegata come domestica Cleo, la vera protagonista del film. Dopo aver comunicato in un cinema al proprio fidanzato di essere rimasta incinta, questi l’abbandona, usando la scusa di dover ricorrere al bagno anziché quella classica di andare a comperare le sigarette. Il dramma della donna si accompagnerà a quella della sua padrona Sofia, anch’essa abbandonata dal marito ad occuparsi dei figli ancora piccoli. La comune sventura abbatte la differenza di classe tra le due donne tanto che Cleo, legandosi ancor più alla famiglia dove lavora, riuscirà a superare il trauma di veder nascere morta la propria bambina. Un film di donne – gli uomini che vi compaiono sono tutti pessimi soggetti – che pur faticando a reggere la durata di due ore e un quarto contiene parecchie scene emozionanti e riesce a comunicare molto pur partendo da una storia fatta di poco.

La ricostruzione ambientale si avvale anche di numerose canzoni famose in Messico a quell’epoca, tra le quali si può riconoscere perfino la versione sudamericana de Il cuore è uno zingaro di Nicola di Bari (El corazon es un gitano), molto più celebre in Sudamerica che non in Italia. E’ curioso notare come Cuarón sia passato dal racconto dell’infinitamente grande di Gravity del 2013 a questo film che racconta una storia ambientata in un piccolo quartiere di Città del Messico che praticamente è casa sua, e che abbia presentato entrambi qui alla Mostra del Cinema di Venezia. Quasi a voler dire che dappertutto si può trovare una buona storia per fare cinema e che il Festival è pronto ad accoglierle tutte, in base al loro valore ma indipendentemente da argomento o genere, come è giusto che sia.

Dalla Roma di Alfonso Cuarón può quindi capitare di trovarsi in quella vera per ripercorrere, con Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, la vicenda di Stefano Cucchi (anche questo distribuito in esclusiva da Netflix). Il ragazzo fu arrestato nel 2009 nella Capitale per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Arrivato in buona salute nelle mani delle forze dell’ordine, già all’udienza di convalida dell’arresto mostra tumefazioni in volto e lividi sulla schiena. Dopo una settimana muore, nell’ospedale Sandro Pertini, senza che i genitori abbiano potuto vederlo. Su questi fatti è tuttora in corso un processo a carico di alcuni Carabinieri, accusati di omicidio preterintenzionale per averlo picchiato al momento dell’arresto, e dei medici per aver trascurato gli obblighi sanitari.

L’inchiesta è stata riaperta dopo che un primo processo si era chiuso con l’assoluzione di tutti gl’imputati. Una vicenda indubbiamente vergognosa, perché non è possibile che un uomo sano muoia nel giro di una settimana mentre si trova affidato alle Forze dell’ordine e che a distanza di quasi dieci anni non siano chiare le cause del decesso. Ciò premesso, è lecito sollevare qualche dubbio sull’opportunità di realizzare un film su una vicenda che, per quanto storica, è però ancora fresca. Il regista ha dichiarato di essersi letto 10.000 pagine di verbali e atti giudiziari; mancano però quelle che potrebbero mettere il punto su questa brutta storia e sarebbe forse stato meglio attenderle. Sulla mia pelle però è fatto molto bene, proprio per merito della regia asciutta di Cremonini che, da garantista quale si dichiara, non muove accuse contro nessuno, ma si limita a raccontare con ritmo incalzante una terribile vicenda umana. Peccato che proprio in chiusura, prima dei titoli di coda, si riporti il numero dei decessi avvenuti quell’anno in carcere senza specificare quanti siano morti di vecchiaia o di malattia, come a voler attribuire a personale medico o di Polizia la responsabilità per ciascuno di essi. Da segnalare l’ottima interpretazione dell’ex madrino Alessandro Borghi, per l’occasione molto dimagrito grazie a una dieta a base di sole lenticchie decorticate.

Tornando all’infinitamente grande di cui sopra, la materia è stata affrontata questa volta da Damien Chazelle, che con il suo Il Primo Uomo (First Man) aveva ieri aperto la rassegna. Un po’ come per Cuaron, guardando questo suo nuovo film si farebbe fatica a pensare che si tratti dell’autore di La La Land, anch’esso qui a Venezia nel 2016. Nel bene, perché dimostra quella multiformità di talento che Omero attribuiva a Ulisse. Ma anche nel male, perché siamo convinti deluderà quel pubblico che, dalla visione del musical, aveva avuto l’impressione di un regista bravissimo a toccare le corde dell’emotività. Intendiamoci: Il Primo Uomo è un film fatto benissimo, sia per quanto riguarda la ricostruzione storica sia per la felice trovata di raccontare una storia che già si conosce dal punto di vista personale dell’uomo che ha compiuto l’impresa.

Nonostante al momento dell’allunaggio abbia pronunciato egli stesso la famosa frase “Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”, nemmeno per lui quel passo fu infatti tanto piccolo, avendo dovuto affrontare un doppio dramma personale per la morte di cancro della figlia piccola e quella dei suoi amici e colleghi nel corso di un non riuscito test funzionale alla spedizione. Ma forse per il fatto che conosciamo già la vicenda pubblica, forse perché i meno giovani tra noi si emozionarono davvero nel vederla in diretta, ritrovarla ora sullo schermo non ci entusiasma appieno. Anche quelle piccole trovate del regista per suscitare empatia vedendo la situazione familiare di Armstrong suonano un po’ artificiose in un film che deve inevitabilmente essere documentale. Ma è più che altro un’impressione personale, dal momento che qui al Lido in film è stato piuttosto apprezzato.

Dopo aver fatto un resoconto su così tante storie drammatiche, vogliamo chiudere con una vicenda di cronaca spassosa. Ieri a Venezia è stato comunicato l’ampliamento dell’unità cinofila preposta alla lotta al narcotraffico, grazie all’ingresso del nuovo cane antidroga di nome Lapo. La cosa ha mandato in sollucchero i battutisti da social network, i quali non hanno tardato ad affermare che con un nome così si dimostrerà certamente bravissimo nello scovare la droga. Ma questa storia è una manna anche per gli amanti del calambour che, approfittando del fatto che il nuovo quattrozampe è veneziano, ricorrendo al dialetto l’hanno già ribattezzato “Lapo El Can”.

Di seguito il trailer italiano di Roma:

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